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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

“Nella stanza dei sogni”: recensione del libro

Nella stanza dei sogninella-stanza-dei-sogni-cmp-centro-milanese-psicoanalisi-psicoanalista-2
Un analista e i suoi pazienti
di Pietro Roberto Goisis
Enrico Damiani Editore – 2021

Recensione a cura di Stefania Marinelli

Il Teatro fin dai tempi più antichi è reputato luogo fondamentale di purificazione individuale e sociale. In molte società il teatro ha suscitato un interesse addirittura politico oltre che sociale e artistico, come nel periodo del massimo splendore dell’Inghilterra elisabettiana, in cui battersi per una rappresentazione era parte costitutiva degli usi di tutte le classi sociali. Attraverso il tempo e i diversi spazi culturali il teatro narra e rappresenta lo stato delle società. Oggi, con i lockdown provocati dai rivolgimenti pandemici il teatro è stato, insieme al viaggio, il primo spazio di conoscenza e esperienza collettiva divenuto inaccessibile. Ma la sua materia e la sua vita operano profondamente e generano fenomeni straordinari. Fra questi, un Barbiere di Siviglia di Rossini diretto dal regista teatrale Mario Martone e inscenato il 5 dicembre 2020 al Teatro dell’Opera di Roma, che si è svolto in presenza e in distanza, non sul palco, bensì nella platea. Pochissimi elementi coreografici aggiunti, qualche linea tracciata fra le sedute per riassumere o suddividere lo spazio e poche simbolizzazioni degli elementi scenici, le cui funzioni erano trasformate (da spettacolo assistito a spettacolo in azione). Gli attori/cantanti facevano nascere essi stessi, o così sembrava, un dramma/commedia che celebrava insieme la tradizione operistica italiana, il suo spazio rappresentazionale, il suo aggiornamento in termini moderni e anche la trasformazione giocosa del lockdown, che con l’aumento dell’intrigo diveniva sempre più presente mediante allusioni, sottolineature, e elementi scenici che lo rievocavano discretamente. Era il Barbiere di Siviglia. O era la celebrazione della creatività artistica e del teatro che vive anche sotto le ceneri e come la Fenice risorge.

Così anche la scrittura dell’autore di La stanza dei sogni, Roberto Goisis, fa nascere continuamente varianti attuali del testo: il testo potrebbe essere semplicemente la narrazione “per tutti” anche i non addetti ai lavori, dell’impresa psicoanalitica, dove impresario e lavoratori si scambiano i ruoli, li mischiano, li distinguono, li raccontano, li trasformano. Analista e paziente, analizzando e dottore, dolore e gioia, fatica e lievezza, disciplina dell’inconscio e arte di vivere sembrano far parte di una scena sola, seppure vista da molteplici angoli visuali, che la regia discreta mette in corrispondenza. Restano ferme le istituzioni sacre della psicoanalisi. Resta fermo il bisogno, la malattia, l’ansia, la cura. Ma un lessico sobrio e sapiente, semplificante, li riunisce, come per fare la magia di trovare coerenza, coesione, continuità dell’esistere, viste dall’interno e fra interni.

All’interno della stanza arredata dall’analista e silenziosamente piena della sua presenza arrivano le persone, alcune rimarranno altre vanno e vengono altre ancora fuggono appena arrivate, come Sara, adeguata, una bella persona, ma sfuggente e con i begli occhi dolenti: al primo incontro, il suo sguardo e poi il racconto di essere stata abusata. Lei farà solo il primo incontro per dirlo, per depositare l’evento finalmente dicibile e riconosciuto, prenderà un secondo appuntamento al quale non si presenterà.
Il dottore aspetta il paziente arriva. Il dottore si chiede chi incontrerà; il paziente si chiede chi lo aiuterà, cosa proverà: entrambi sono narrati e visti in contemporanea. Entrambi si preparano e si abbigliano in vista dell’incontro e entrambi si interrogano e scambiano già alla distanza. Anita capitata a caso; Alessandra, che aspetta nella sua “anticamera inconscia” e vorrebbe gettargli le braccia al collo dopo la pausa estiva. Simona che si sente riconosciuta. Eppoi gli adolescenti: Antonio (Nessun giorno nessun orario, recita il titoletto del capitolo). Il disgelo di Greta, resa piccina e finta dal trauma antico. Annibale unico sano in una famiglia pazza che infine accetta. E i molti altri. Ognuno declina in un racconto fedele e dettagliato le vie dei circuiti cerebrali che lo stimolo, prima del dolore o del solo vivere, poi del contatto psicoanalitico, ha attivato, e vivono le emozioni e i sentimenti che “la stanza” rende narrabili. Tutto il ritmo di vivere, imparando dall’esperienza a stare nel mondo, si ricapitola nella stanza, con il suo spazio, il suo orario, le sue durate, dove la parola è portatrice di svolgimento e l’arredo riceve e contiene il presente e la sua storia. Nella stanza analista e paziente diventano una coppia stabile, che muta nel tempo e nelle persone, negli ambienti, nella mentalità, nelle varie evenienze del lieto fine o del dramma. La stanza favorisce sempre la comparsa del sogno. Il sogno fa vivere profondamente l’unità e continuità dell’analista e del paziente durante il cambiamento.

Un libro che, mentre leggevo, ho immaginato letto dalla voce temperata di un lettore che assicura i toni della stabilità, dell’accoglienza, e a tratti crea registri di moderata eleganza. Una voce, del lettore/autore, che arriva non saprei bene da dove e come entri verso l’interno, o lo incontra e vi si deposita senza pretesa, solo come testimone della comunicazione, nelle ore più miti della giornata, quando sentirsi vivi non è né enfatico né dolente.

E per tornare al teatro dei tempi coronavirus, riproporrò un paragone di questo pregiato libro, con una pregiata “invenzione” dell’attore, Alessandro Albertin, che per “muovere” la ripresa della pièce teatrale statica, a telecamera unica fissa, ne orienta invece un certo numero a diverse distanze, ottenendo un effetto dinamico sugli elementi e le profondità della scena. Anche l’autore del libro sembra avere disposto diverse angolazioni e diverse distanze per illuminare e riprodurre i diversi oggetti della sua scena: da quelli più profondi e silenti appena accennati (le “regole” psicoanalitiche della formazione e della pratica) a quelli più flessibili che ordinano il piacere e l’abilità della vita quotidiana nella “stanza” d’analisi e della costruzione continua della sua durata.

 

Stefania Marinelli

già Professore di Psicologia Clinica – Università La Sapienza di Roma

Psicoanalista di Gruppo – Direttore Funzione Gamma

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