IL LIMITE DEL RISPETTO
di Anna Daniela Linciano
Il 23 aprile 2023 si è dolorosamente aggiunta una nuova riga al lungo elenco di medici, ma anche di infermieri ed operatori sanitari, morti poiché vittime di violenza. Un elenco che si moltiplica enormemente se al decesso si sostituisce l’aggressione anche fisica, oltre che verbale.
Questa cosa è inaccettabile.
Ma quali pensieri induce il fatto che, in una società che si vorrebbe civilizzata, accadano gesti inconsulti, operati nei confronti di un pari essere umano, che sta peraltro mettendo a disposizione tempo ed energie nello svolgimento di un lavoro per “aiutare” proprio chi si fa reo della sua aggressione?

Cosa conduce l’essere umano, afflitto da una condizione di malattia, di cui è spesso consapevole o, come nel caso di alcune malattie psichiatriche, talvolta non è consapevole, a farsi violento, fino all’aggressione di chi sta tentando di curare la sua sofferenza?
Pretesa? Non accettazione del limite delle umane possibilità di cura? Sicuramente mancanza di un limite preciso: il rispetto.
È un limite difficile da stabilire, influenzato da assetti culturali, religiosi, ma anche educativi. Certamente in una società globalizzata, dove precocemente l’individuo è posto a contatto, attraverso la rete mediatica, con un multiverso culturale ed identitario, non si “mutua” più la propria educazione, come un tempo, all’interno dei confini strettamente familiari. Tutto è diventato più fluido e sfaccettato, cosa che di per sé costituisce anche una ricchezza. Tuttavia, nella moltiplicazione degli stimoli, può anche accadere che appaia meno semplice la definizione dei confini: l’aumentare dell’offerta ottiene un effetto tanto confondente, quanto attivante una sorta di avidità. Un po’ come in un grande supermercato, ricco di prodotti in bella mostra: si finisce in confusione e si riempie il carrello “avidamente” con prodotti spesso inutili.
Allora, la società iperconnessa, dove tutto ed il contrario di tutto viene offerto senza filtri all’utente, rischia, in soggetti vulnerabili, di ostacolare la definizione dei temi del rispetto e dei confini, che dovrebbero fungere da “contenitore” sufficientemente stabile, che regola tutte le relazioni.
Inoltre, forse anche lo sviluppo della tecnologia e delle scienze, può aver in parte contribuito ad attivare uno scenario di fantasie di onnipotenza, che slatentizzano istanze violente, che ambiscono al controllo della vita stessa.
Prima ancora di arrivare ai casi di cronaca nera per violenza, basti pensare al diffusissimo fenomeno degli “haters”. È evidente che tali situazioni si innestano laddove viene a farsi precario, fino a mancare, un concetto: l’agire di ciascuno ha dei confini, dati dal rispetto della libertà dell’altro, di compiere il proprio operato od esprimere il proprio pensiero.
In questa prospettiva, il tragico omicidio della collega psichiatra Barbara Capovani non è l’esito semplicemente di un gesto folle, attribuibile ad un uomo la cui capacità di intendere e di volere è tutta da valutare. È invece un atto che si inserisce in un solco ben più ampio e drammatico: quello della perdita dei confini e del relativo controllo, che, come un sintomo pandemico, sta espandendosi all’interno della società odierna.
Il 3 maggio 2023 in molte città d’Italia, tra cui Pisa, Milano, Bari, Cagliari, solo per dirne alcune, alle ore 20:00 partiranno delle fiaccolate dalle principali piazze cittadine (a Milano da Piazza della Scala), per ricordare questa ultima tragica morte, ma soprattutto perché è necessario affermare con forza lo scandalo che costituisce per l’umanità tutta una violenza che sfugga al controllo e diventi portatrice di morte.
Bibliografia
Liliana Lorettu, Lorenzo Falchi, Fabrizia L. Nivoli, Paolo Milia, Giancarlo Nivoli2, Alessandra M. Nivoli L’omicidio del Medico. Riv Psichiatr 2015;50(4):175-180
Giancarlo Cerveri, Emi Bondi. È morto un medico, una psichiatra, una donna. Corriere della Sera Salute del 26/4/2023