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Genitori-figli

NARRARE LA PANDEMIA:BAMBINI ADOLESCENTI E ANALISTI RACCONTANO di P. Ferri e G. Gentile PARTE 2

NARRARE LA PANDEMIA: BAMBINI ADOLESCENTI E ANALISTI RACCONTANO
di Paola Ferri e Gabriella Gentile

  1. Almeno uno sguardo

Decido quindi, anche invogliata da alcuni genitori, di mantenere il setting almeno nei giorni e nell’ orario e di usare Skype. “Almeno uno sguardo” penso, uno sguardo amorevole, perché lo sguardo è una scelta.  E l’ascolto perché abbiamo bisogno di un’altra mente per le esperienze emotive perturbanti che stavolta coinvolgono sia paziente che analista e raggiungere il paziente lì dov’è, nel buio della sofferenza ma anche alla ricerca di sprazzi di vitalità che hanno loro permesso, intanto, di rimanere in vita e crescere. Un tentativo di “gettare un ponte tra l’assenza e la presenza”. “Ci siamo regolati in base al buon senso e alla cura per la sorte dell’oggetto (il paziente e il suo trattamento) e di noi stessi tenendo conto che un “Io di lavoro” ben temperato non nega né la realtà interna né quella esterna, e le combina nel modo più armonico possibile” Bolognini (2020).

Per tutti la prima sensazione è stata di spaesamento, di perdita di luoghi di incontro, la perdita del tempo e dello spazio, non più legati ad una rassicurante routine, l’assenza del sentirsi, odorarsi, toccarsi.

Un setting allargato talvolta, infranto dalle irruzioni di genitori, fratellini, da wi-fi più o meno funzionanti.

Inizialmente per qualche bimbo è stato eccitante invitarmi nel suo spazio e farmi vedere la propria cameretta e i propri giochi, pur nella ricerca continua di una attenzione difficilmente controllabile: “mi vedi dottoressa, mi senti?”

Per altri, molto più competenti di me nell’uso del mezzo tecnologico, seppur piccoli, la privacy veniva ricreata usando sfondi che chiedevano anche a me di scegliere, ma quando senza volere ho scelto una savana al tramonto perché mi dava una sensazione di spazio, ha urlato “dottoressa dove sei! Noooo torna, come faccio”. Solo allora ho realizzato che era nato in Africa. E primo segnale della differenza con il setting regolare era non rendersi conto della realtà, non poterla controllare, ma anche il bisogno che in qualche modo, qualunque modo, ci fossi.

Per qualcuno invece è bastata la frase “saluta i tuoi genitori, che ora ci lasciano soli” e il suo accompagnarli fuori dalla propria stanza per creare una nuova fiducia nella nostra relazione. M. si è avvicinato al monitor e a bassa voce mi ha detto “io ho tanti segreti” lui di solito così schivo e iper-performante, ha dato in seguito voce ai suoi ricordi antichissimi (5 mesi) alle sue paure, ma anche ai suoi superpoteri che avrebbe potuto usare anche su di me se ci fosse stato bisogno.

BIBLIOGRAFIA
BOLOGNINI S (2020) La psicoanalisi al tempo del coronavirus. Psychiatryonline.it