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Il fatto scelto

Recensione di Anna Agazzi al libro “Male su male. Lo psicoanalista incontra il libro di Giobbe”

Recensione di Anna Agazzi al libro

Male su male. Lo psicoanalista incontra il libro di Giobbe
A cura di Rita Corsa, Lucia Fattori e Gabriella Vandi
Alpes Italia, 2023

 

 

“L’uomo produce il male come
le api producono il miele”

(William Golding, Il signore delle mosche, 1954)

Il libro Male su male. Lo psicoanalista incontra il libro di Giobbe esce in libreria in un momento storico flagellato dal moltiplicarsi di guerre, da una recente pandemia catastrofica da poco conclusa e dall’inasprirsi preoccupante di un’escalation di violenza a livello sociale. Il tema centrale trattato, perché il male e perché un male così tanto esiziale affligge l’umanità, è dunque di un’attualità straordinaria, così come la necessità di riflettere con nuove chiavi di lettura.

Caratteristica apprezzabile del testo consiste nel suo dispiegarsi attraverso domande che stimolano riflessioni e aprono a ulteriori quesiti su temi complessi e articolati.

La ricchezza del testo è data dalla visione delle diverse prospettive che i singoli autori riescono a trasmettere sia per la loro preparazione specifica in diversi campi del sapere, sia per la profondità con cui ciascuno scritto affronta il tema.

Vincenzo Lasorsa apre il libro introducendo in modo chiaro e propedeutico alla comprensione degli scritti successivi la figura di Giobbe. Ne tratteggia con maestria la storia e gli aspetti salienti dei temi che verranno di seguito approfonditi: la teologia della retribuzione, il rapporto tra Dio e Satana, il Mistero di cui la fede è portatrice, il Male che si abbatte su Giobbe.

Simonetta Diena, dopo aver riletto la storia di Giobbe con la lente del concetto di giustizia retributiva, ci porta nella stanza d’analisi dove paziente e analista si cimentano quotidianamente con traumi a cui dare un senso e sofferenze con cui dover convivere. L’accenno al concetto di trauma nell’opera freudiana ci traghetta al paziente politraumatizzato Giobbe, che non cessa di interrogarsi per poter continuare ad aver fiducia in Dio così come ai pazienti in analisi a cui possiamo offrire aiuto attraverso “un ascolto attento, partecipe e curioso” (p. 24) affinché la coazione a ripetere del trauma possa esser gradualmente trasformata. L’autrice conclude il suo contributo accettando l’esistenza di un mistero, di un “trauma muto” che può esser avvicinato e contemplato, ma non completamente risolto.

Davide Cavagna ci ricorda come la psicoanalisi non si sia tanto interessata alla figura di Giobbe con l’eccezione di Jung: “Parlare di Giobbe porta con sé la questione delle credenze metafisiche che possono impregnare il sapere psicoanalitico e implica la problematizzazione tra psicoanalisi e fede” (p. 44). L’interessante confronto tra Giobbe ed Edipo e tra Giobbe ed Eliu intriga le nostre menti e il tentativo di superare Dike ci riporta alla rinuncia dell’onnipotenza e dell’onniscienza da cui il male trae origine e vigore.

Pier Claudio Devescovi approfondisce il libro di Giobbe leggendolo in chiave junghiana attraverso il paradigma culturale della Psicologia Analitica: si profila l’idea di una nuova Teologia che aiuta il credente ad avvicinarsi al Mistero. L’autore sottolinea come Giobbe non perda, nonostante i drammi vissuti, la fiducia nell’unità di un Dio inteso come Complexio Oppositorum, cioè come entità in cui coesistono bene e male. “Il comportamento di Giobbe è quello di colui che sa tenere insieme gli aspetti terribili e quelli soccorrevoli di Dio” (p. 60).

Sophie de Mijolla-Mellor sostiene l’inesistenza del Male e del Bene in senso assoluto. “Il male è la possibilità di un incontro negativo, determinabile come tale in base alle circostanze situate nel tempo e nello spazio di tale incontro” (p. 80). Gli incontri “buoni” favoriscono, secondo il pensiero di Spinoza, il potere di agire e sono per questo “utili”, al contrario di incontri che riducono il potere di perseverare nel nostro Essere.

Giuseppe Barbaglio e Gianfranco Ravasi contribuiscono, da teologi, alla ricchezza del libro apportando contributi in linea con un approccio che s’interroga piuttosto che dare risposte definitive. Riferendosi all’immagine alternativa di un Dio “meno dominatore dei destini dell’umanità” (p. 106), un Dio impotente che non ha saputo risparmiare la croce a Gesù Cristo, Barbaglio evidenzia che “l’efficacia più grande consiste nel rilanciare i nostri interrogativi, rinunciando alle facili e illusorie soluzioni offerte dagli stereotipi religiosi” (p. 105). L’idea che trapela è quella di convivere con un Dio che non risolve ogni problema ma che lotta attivamente contro ogni violenza.

Anche Ravasi ci invita a esser cauti nel dare significati definiti e definitivi al libro di Giobbe. “Sono troppi gli elementi al suo interno che non si lasciano codificare o congelare nello stampo freddo di una definizione, di una spiegazione univoca” (p. 108). Ravasi, come altri autori, ci ricorda che la pazienza di solito attribuita a Giobbe in modo quasi proverbiale non lo caratterizza. Al contrario, Giobbe è un ribelle che non perde il legame con la fede e che quando soffre “cerca un incontro diretto con Dio, senza lasciarsi distrarre da percorsi prefabbricati, dalle spiegazioni di seconda mano” (p. 109). Come non sentirsi in sintonia con la ricerca di senso che cerchiamo di compiere come psicoanalisti ogni giorno rispetto alla sofferenza dei nostri pazienti e con la sospensione della domanda laddove regna l’incomprensibile.

Le Note a Margine si aprono con lo scritto di Maria Moscara e Gabriella Vandi che riflettono su come lo psicoanalista possa accostarsi a un dolore fisico e psichico così profondo e crudele quale quello che Giobbe si trova a dover patire, simile a quello di tanti pazienti incontrati. Le autrici riconoscono i limiti della comprensione e della possibilità di esser vicino a sofferenze così atroci, confidando comunque negli strumenti che il metodo psicoanalitico fornisce, non solo con l’uso della parola, ma parimenti con l’uso del silenzio e della presenza intesa come vicinanza e prossimità all’altro.

Lucia Fattori intreccia la posizione schizoparanoide di kleiniana memoria con la contrapposizione tra un Dio Buono e un Satana Malvagio e un Dio che è Buono in Sé, ma che diventa Cattivo se si assenta e non risponde ai nostri bisogni. Nella posizione depressiva invece emerge un Dio inteso come oggetto intero buono e cattivo, un essere onnipotente che come tale contiene pure il male richiamando il lavoro di Devescovi. Il concetto di decreazione di Simone Weil, ricordato dall’autrice, ci introduce nella dimensione winnicottiana dell’essere da soli in due: un Dio che lascia spazio e si ritira permette alle cose di farsi e all’uomo l’esperienza di libertà.

Rita Corsa incentra il suo scritto sulla confutazione dell’ideologia psicosomatica che costringe il paziente a dover sopportare non solo una sofferenza somatica ma anche una psichica laddove la malattia è “interpretata come un’autopunizione di un Super-Io sadico” (p. 141), rimandando all’idea di una giustizia retributiva dell’inconscio. L’autrice ci ricorda attraverso le parole di Semi che “oltre una certa soglia il dolore è dolore e basta” (p. 138) e che forse abbiamo bisogno di teorie e dottrine per contenere l’angoscia di morte che certe situazioni di malattia svelano in modo implacabile.

Maria Annalisa Balbo chiude il libro incentrando il suo lavoro sull’opera teatrale Il visitatore di Eric-Emmanuel Schmitt. “E’ in un’atmosfera quasi onirica” (p. 147) che si dipana il dialogo tra un Freud ormai anziano e malato in procinto di lasciare Vienna e quello strano visitatore che asserisce di essere Dio. Ma, a differenza di Giobbe, per Freud “ebreo austriaco laico, certamente non osservante” (p. 147) sembra inaccettabile una fede a cui abbandonarsi, una presenza divina onnipotente-impotente rispetto ai mali del mondo.

I brevi accenni con cui ho cercato di tratteggiare il libro non hanno certo la pretesa di essere esaustivi. L’invito è di leggere un’opera densa e ricca di spunti utilizzabili non solo in campo psicoanalitico, nell’arduo tentativo di tenere continuamente aperto il pensiero verso “un mondo a parte, che non somiglia a nessun altro, con le sue leggi speciali, i suoi usi, i suoi costumi, le sue abitudini: una casa di morte vivente, una vita come non esiste in nessun altro luogo e gente che non ha pari” (Dostoevskij, 1862, Memorie da una casa di morti).

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