A proposito di ‘Anselm’ di Wim Wenders
di Giacomo Calvi
Chi ha assistito alla proiezione di ‘Anselm’, un documentario di Wim Wenders che descrive il percorso artistico di Anselm Kiefer inframmezzato da alcuni cenni biografici, ha avuto modo di immergersi nell’opera di uno dei maggiori artisti contemporanei, tuttora attivo.
Sono molti gli spunti di riflessione che il documentario suscita. Ad esempio, quale sia stata per Kiefer l’influenza del suo principale maestro, Joseph Beuys, e quanto forte il bisogno di fare i conti nel modo più onesto possibile, senza cedere a false retoriche, con le responsabilità del popolo tedesco per gli orrori del nazismo. Kiefer, a questo proposito, si pone con sincerità una domanda: “Come mi sarei comportato se fossi nato prima del 1945?”. E così induce tutti noi a interrogarci allo stesso modo. Questo interrogativo cruciale fu posto attraverso interventi artistici così inquietanti che all’epoca furono criticati come provocazioni. Mi sembra che Kiefer sia anche per questo da considerarsi un’artista attuale. Dopo Hegel, infatti, l’arte non si pone più il compito di essere “bella” e di perseguire una condivisione la più estesa possibile di un’idea di bellezza. Da allora il discorso artistico continua ad essere attraversato da una notevole quantità di domande intellettuali e, così, diventa “una questione privata”, ovvero si rivolge alla coscienza di ciascuno di noi.

Mi limiterò a due considerazioni.
La prima sorge dalla possibilità di osservare l’artista al lavoro. Wenders filma Kiefer che davanti ad enormi tele poggiate sul pavimento o perpendicolari, dipinge, incolla materiale perlopiù di origine vegetale, versa piombo fuso che schizza tutto intorno, fiammeggia “abbrustolendo” le sue opere nei punti dove il suo estro lo guida, sparge colore con le spatole.
La mia impressione è quella di aver assistito a quanto Freud ha postulato circa la sublimazione. Sublime è il termine usato soprattutto nel campo dell’arte per indicare un’idea di elevazione. In chimica-fisica poi è il processo con cui si indica il passaggio diretto di un corpo dallo stato solido a quello gassoso. Per Freud questa elevazione era la fonte del piacere estetico ed intellettuale e il passaggio, per analogia con la chimica-fisica, è quello dalla carne allo spirito. La sublimazione riguarda infatti tutte quelle attività artistiche e intellettuali che, pur non avendo un rapporto diretto con la sessualità, attingerebbero la loro forza dalla pulsione sessuale. Pulsione la cui energia viene spostata dalla sua meta peculiare ad un’altra, senza che se ne perda l’intensità. Ed è proprio l’intensità la qualità che più mi è apparsa nel contemplare le opere di Anselm Kiefer e il suo modo di lavorare. Egli si ingaggia in un corpo a corpo vero e proprio, un amplesso (mi verrebbe da dire in modo provocatorio), con la materia da cui origina l’opera. Per questo mi sono dilungato nell’elenco degli atti che Wim Wenders ha filmato (ma l’elenco potrebbe essere più lungo). Di più, quando poi seguiamo Kiefer, interpretato da un attore che vaga nella natura spesso desolata per catturare immagini fotografiche a cui ispirarsi, lo vediamo sdraiarsi, probabilmente per inquadrare oggetti da prospettive diverse, incurante del fango o della neve. Penso però che, al di là del suo scopo più evidente, con il suo sdraiarsi, con il suo giacere disteso in un campo, trasmetta una fisicità molto intensa, appunto. È il corpo vivente che si immerge e che percepisce, “ascolta”, con tutti i sensi.
La seconda considerazione nasce dal fatto che nei suoi vasti atelier possiamo accompagnare l’artista che accumula ed ordina una massa di materiali. Costruisce addirittura biblioteche che colma di enormi e pesanti libri dove vengono custodite le immagini, sembrerebbe, del mondo intero. Mi è sembrato che si possa trovare una radice di questa istanza ordinatrice in un disegno infantile che vede il piccolo Anselm impegnato nel raffigurare una casa-mondo che contenga tutto quello che gli sta a cuore. Ho pensato che fosse la manifestazione della spinta a riparare e conservare, osservata da Melanie Klein, che i bambini sviluppano per ripristinare l’oggetto buono frantumato dalle pulsioni distruttive, espressione di impulsi sadici. L’oggetto buono non è più solo la madre che nutre e protegge ma il mondo intero che dopo essere stato martoriato chiede di essere riparato e conservato. E il bambino che si sente investito di questa operazione la indica all’umanità intera, un’umanità che ha l’occasione di riaccostarsi al senso del mistero a cui siamo disabituati.