“RE LEAR” E LA SFIDA DEI FIGLI ESILIATI
di Monica Bomba
“Spetta a noi giovani prendere in mano questo mondo, lasciato dai vecchi così ferito, e averne buona cura. A differenza loro, noi sappiamo di non essere infiniti”.
Questo il messaggio del Re Lear di William Shakespeare (di Bruni/Frongia), ora in scena al Teatro Elfo Puccini, che vede l’interpretazione magistrale di De Capitani e della compagnia tutta. È Edgar (figlio ripudiato dal padre Gloucester e su inganno del fratello Edmond) a fornire allo spettatore la chiave di lettura dell’opera negli ultimissimi istanti che precedono la chiusura del sipario. Come un faro che fa luce a posteriori sul resto della storia, ci immerge in una dolorosa esplorazione della decadenza familiare e sociale, dominata da figure paterne e fraterne che si scontrano con la loro stessa mortalità. Tuttavia, è nelle figure dei figli esiliati, Cordelia ed Edgar, che emerge il vero cuore pulsante della speranza e della rinascita, offrendo una riflessione profonda sull’eredità generazionale e sull’abnegazione dei figli di fronte a padri ormai perduti nelle loro illusioni.
Lear e Gloucester rappresentano entrambi ciò che potremmo definire la “malattia di infinito”: una difficoltà esistenziale a riconoscere i limiti della propria esistenza, a comprendere che il tempo del potere, della guida, del dominio sulla propria famiglia e sul mondo è giunto al termine. Questo rifiuto della finitezza li porta a compiere scelte distruttive. Lear, incapace di comprendere che la sua regalità deve passare ai suoi figli, abdica non con saggezza ma con vanità, cercando conferme egoiche del suo valore da Goneril e Regan. Gloucester, accecato dall’inganno di Edmond, non vede il vero amore e la lealtà del figlio Edgar, condannandolo all’esilio. Oltre ai figli, quando prevalgono gli impulsi e l’angoscia di finire, sono esiliati gli affetti.

Eppure, sia Cordelia che Edgar rispondono all’esilio non con rancore o vendetta, ma con amore e dedizione. Cordelia, nonostante l’umiliazione e l’allontanamento, rimane fedele al padre, pronta a salvarlo anche quando il regno è ormai in rovina. Edgar, altrettanto, si trasforma in un “figlio-guaritore”, che prende su di sé il dolore della follia e della cecità del padre Gloucester, non rinunciando mai alla sua responsabilità filiale. Entrambi i personaggi incarnano una speranza silenziosa e potente: la consapevolezza che, nonostante gli errori dei padri, esiste un futuro che va ricostruito, anche a costo di enormi sacrifici personali.
In questo senso, Cordelia ed Edgar diventano simboli della capacità dei figli di accettare la propria finitezza. La loro non è una rivolta contro i padri, ma un’accettazione delle loro fragilità e un atto di amore verso la vita stessa, una vita che deve essere ripresa e rigenerata. Cordelia, pur soccombendo alla fine della tragedia, ricongiungendosi a lui, ridona il senno al padre “matto”, rappresentando così un ideale di verità e dedizione che sopravvive alla corruzione del potere. Edgar, invece, nel suo cammino da esiliato a eroe, dimostra che la tenacia e la compassione possono risanare anche le ferite più profonde.
Tuttavia, non tutti i figli riescono a spezzare il ciclo distruttivo ereditato da questi padri. Goneril, Regan ed Edmond incarnano il lato oscuro del conflitto familiare: essi si nutrono dell’illusione onnipotente dei loro padri, intrappolati nel desiderio insaziabile di potere e dominio. Questo desiderio li rende quasi “drogati” dalla ricerca del controllo, pronti a sacrificare qualsiasi cosa pur di affermarsi. Mentre Cordelia ed Edgar abbracciano il loro ruolo con amore e sacrificio, i figli che cedono alla tentazione di replicare l’illusione di immortalità dei padri si trovano incatenati a una spirale di autodistruzione. Goneril e Regan, nel loro disperato tentativo di accaparrarsi l’eredità di Lear, finiscono per distruggersi a vicenda. Anche Edmond, manipolando e ingannando Gloucester, si rivela incapace di sfuggire alla morsa del potere che lo consuma.
Il Re Lear di Bruni e Frangia fa così riflettere sulle responsabilità reciproche tra padri e figli, e soprattutto sulla necessità di riconoscere i propri limiti per fare spazio all’altro, a chi verrà dopo di noi.