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“Chi come me. La dolorosa esperienza del Breakdown Adolescenziale” di Vincenzo Greco

Chi come me. La dolorosa esperienza del Breakdown Adolescenziale.
di Vincenzo Greco

È un’intensa commozione che accompagna la partecipazione allo spettacolo Chi come me, regia di Andrée Ruth Shammah, testo di Roy Chen, in scena al Teatro Parenti di Milano.
Commozione dovuta alla storia di cinque ragazzi che interpretano la sofferenza di un mondo giovanile che intuiamo per strada quando incontriamo i giovani, ma che non immaginiamo dall’interno delle loro anime. Anime deluse e sensibili, piccole persone alle quali il reparto di Psichiatria cerca di dare un senso e una speranza. E l’arrivo di una insegnante di teatro apre le comunicazioni dei ragazzi sulla sofferenza e la loro vita sospesa, in attesa di una cosiddetta normalità che non arriverà come se l’aspettano.
L’insegnante offre ai ragazzi la possibilità di entrare in contatto con le emozioni e incoraggia l’espressione di ciò che ha provocato la condizione di attesa dello svelamento della loro identità. Chi sono davvero? Le proiezioni malate del carattere dei genitori? O possono assumere dignità anche le loro fragili speranze, attraverso una differenza che spinge per essere espressa e compresa?
Nel reparto per adolescenti, sono ricoverati cinque ragazzi che cercano di darsi un’identità attraverso etichette e sintomi. Uno spaccato di ordinaria follia, o così sembrerebbe. Ma è follia o ipersensibilità, fallimento della normalità o ricerca di una via d’uscita dall’assedio dei fantasmi inconsci che li assediano da dentro? Questo, il dramma dei giovani che vanno incontro al cosiddetto breakdown, la caduta del senso della vita, della speranza di esistere in maniera individuale e specifica. La frattura dell’esistenza che denuncia una sofferenza e un’impreparazione.
Ma impreparazione di chi? Dei giovani che incontrano un mondo che non li comprende? O degli adulti privi di strumenti nell’aiutarli a crescere nel rispetto delle loro caratteristiche personali? E questo è il dilemma in cui si snoda l’azione e la rappresentazione di ciò che i ragazzi non possono fare: adattarsi alla sofferenza come hanno fatto i loro genitori.

A questo punto, il testo ci conduce con acume dietro le quinte del breakdown giovanile e mostra le difficoltà transgenerazionali non riconosciute che determinano il mancato incontro tra genitori e figli. Emergono così i modi di essere che ribaltano silenziosamente sui figli i problemi irrisolti senza che nessuno se ne accorga, tranne i ragazzi che stanno male e non possono denunciare il loro malessere per non far soffrire gli adulti. Messaggio ricevuto, forte e chiaro. Allora ci chiediamo: come aiutare i ragazzi ad uscire dalla gabbia di un legame che fa disperare?
L’insegnante di teatro è in difficoltà perché vuole realizzare lo spettacolo di fine corso, compito al quale i ragazzi sembrano opporsi. Ha una buona idea, li aiuta a scrivere una lettera alla propria malattia per trovare il senso di ciò che li fa soffrire, ma sembra fallire ed è frustrata dalla fatica e avvilita dall’insuccesso del suo ruolo pedagogico. Non intuisce che esprimere è solo il primo passo verso la guarigione e che è necessaria una profonda accettazione di ciò che i ragazzi sono per accendere la loro collaborazione.

L’unico adulto che sembra riuscire a comprendere il suo ruolo è il dott. Baumann, psichiatra illuminato che umanizza la cura, un po’ controcorrente in un mondo che fa una feroce selezione nella quale chi non è all’altezza può accomodarsi nel reparto dei falliti e rimanere lì senza disturbare nessuno o quasi. Baumann, che ricorda un po’ i pionieri della psicoanalisi che hanno studiato la psicosi come Jung o Abraham, vive con i ragazzi le vicissitudini che li affliggono, tenendo viva la speranza con una speciale sensibilità. Egli interpreta un ruolo normativo, ma lo fa in modo attento e affettivamente valido, fornendo una nuova interpretazione della loro emotività.
Nel fare ciò, egli vive nei suoi sogni le angosce dei suoi giovani pazienti che reclamano ferocemente la verità e ciò che hanno perso o rischiano di perdere: il diritto di essere contenti di esistere.
Insomma, spettacolo intenso e profondo, con un bell’impianto scenico che avvolge l’azione e il pubblico.
Assolutamente da vedere.

Per ulteriori informazioni sullo spettacolo:
TEATRO FRANCO PARENTI, Milano dal 1 ottobre al 1 dicembre 2024