I RAGAZZI DEL “BOH!”, ADOLESCENTI SENZA DESIDERIO?
di Claudia Balottari
Dalla parte del desiderio: dall’amore spietato all’amore della mancanza
“Poi non è che la vita vada come tu te la immagini. Fa la sua strada e tu la tua. E non sono la stessa strada. Così, io non è che volevo essere felice. Questo no. Volevo salvarmi. Ecco: salvarmi. Ma ho capito tardi da che parte bisognava andare. Dalla parte dei desideri. Uno si aspetta che siano altre cose a salvare la gente. Il dovere, l’onestà, essere buoni, essere giusti… No: sono i desideri che salvano. Sono l’unica cosa vera.
Tu stai con loro e ti salverai”.
(Castelli di rabbia, A. Baricco)
Quando il desiderio muore è perché il limite, l’imperfezione -la vita- prende la strada dell’insostenibile mancanza dell’essere. E allora i desideri infantili di mettersi in gioco, preludio di un progetto di esistenza futura (“da grande io sarò”), muoiono soffocati dalla delusione, oppure deflagrano per eccesso di grandiosità.

Il desiderio nasce dalla mancanza, o meglio, dalla cura della mancanza, che diventa amore di sé, se questa è sostenibile e sostenuta. Perché la mancanza rimanda all’oggetto che ha soccorso, nutrito, contenuto e avvolto, ascoltato i bisogni: rimanda all’esperienza che ha dato i confini di sé. Conosciamo il primo urlo di vagito umano, che esprime l’angoscia della perdita e l’urgenza del contenimento: il proprio esistere, in quanto tenuto nel corpo e nella mente di qualcuno che ama il tuo venire al mondo.
La mancanza è fonte di dolore che chiede condivisione.
Ed è anche fonte di confusione fra desiderio e bisogno: “Mamma, ho bisogno di te” – dice Maria alla madre per giustificare il suo pianto a scuola, un bisogno senza sufficiente memoria interna di madre presente, così che il transito verso il futuro e il desiderio di crescita cedono all’angoscia dell’assenza. Assenza di madre e assenza di desiderio segnano un vuoto: assenza dell’essere, come per Marco, che nega di avere sette anni per rimandare l’ingresso alle elementari.
Così accade anche a Mara, promessa olimpionica che si blocca sulla soglia della palestra in preda a un improvviso rifiuto che immobilizza. Come il lattante che gattonando si arresta sul falso precipizio della strange situation ogni competenza, ogni progetto è perso e il passaggio in avanti diventa voragine senza un ponte per l’attraversamento.
È una mancanza dell’essere che destabilizza, crea incertezza e priva il soggetto di ogni domanda. Oppure domanda tutto o niente. Lo sa bene lo psicoterapeuta di adolescenti, smarrito anch’egli di fronte al boh!, al niente a cui spesso lo sottopone l’adolescente, costringendolo a condividere e patire insieme una mancanza sconosciuta.
Costruire mappe al desiderio
Se l’assenza diventa dolore chiuso in sé, colorato di angoscia, è auspicabile che permanga un suo converso di rabbia, affinché parli di un anelito di vita, energia residua verso il desiderio di desiderare – un puro istinto di sopravvivenza.
Cosa ci vuole perché resti vivo questo anelito?
Ci vuole qualcuno che si accorga del dolore, che con braccia forti accompagni nel percorso, che porga le spalle per sostenere il fardello dell’imprevedibilità dei passaggi. Qualcuno che contenga il dolore delle delusioni, delle incertezze che fanno perdere la bussola.
Qualcuno che aiuti a guardare e vedere, attorno a sé e dentro di sé, creando ponti, percorsi e connessioni per far comparire limiti e impedimenti, come una costruzione di mappe che orientino e prefigurino un posizionamento di sé nel mondo presente e la prospettiva sul divenire più vicino.
Desiderio di vita e consapevolezza di sé
Qualcuno che aiuti a registrare consapevolezza e cura di sé nel proprio contesto di realtà, trasformandola in desiderio di vita, perché il desiderio di vita rispetta il proprio limite e il proprio esistere in relazione ad altri e ad altro nel mondo, in un universo imperfetto e delimitato.
È un accompagnamento verso la soggettivazione di sé la cui mancanza trasforma la strange situation nel boh! del vuoto di sé, che rifiuta la finitezza e il limite della propria personale soggettività. Ma che, all’opposto, può nascondere e coltivare la pretesa di essere e avere quel tutto che è desiderio malato di onnipotenza. Tirannia e remissione passiva sembrano così avere la stessa origine in un difetto del desiderio di vita, una malattia del desiderio, intollerante alla mancanza.