Parlare il dolore: dal silenzio alla trasformazione.
Pensieri a partire da “Autoritratto” di Davide Enia, in scena al Teatro Grassi fino al 17 aprile 2025.
di Camilla Giraudi
In questo potente spettacolo, Davide Enia ci racconta come vivere a Palermo abbia significato per lui – e non solo- crescere dentro un’atmosfera caratterizzata da silenzi, gesti, non detti, sguardi abbassati, bugie, minimizzazioni (“l’ammazzatina”), che hanno generato una vera e propria nevrosi collettiva: un sistema psichico costruito per tenere lontano ciò che non sembra affrontabile diversamente. Allora parlare è vissuto come pericoloso e la verità è spesso impensabile. Il silenzio si fa legge, la legge non scritta della mafia, che ordina di non dire, non vedere, non sentire. È un silenzio che agisce in profondità, generando fratture nella capacità di pensare e di dare senso: lascia dietro di sé “tracce mute” nella mente e nel corpo, impedendo l’elaborazione e bloccando la possibilità di trasformazione. In “Autoritratto”, Davide Enia attraversa questo silenzio e lo illumina.
A partire dalla sua storia nella sua Palermo, restituisce voce e forma a ciò che per troppo tempo è rimasto occultato. Ci racconta con partecipazione della sua crescita, dove la spinta alla vita è impastata con traumi eclatanti, ma anche meno visibili: le micro-violazioni quotidiane, le negazioni, le minimizzazioni, gli adattamenti forzati a un ambiente che nega l’evidenza del male. In queste omissioni si tesse un’atmosfera di trauma cumulativo, che segna in profondità chi lo vive, che si difende come può e come riesce, come descrive “accuratamente” Davide Enia nelle sue “Istruzioni per la sopravvivenza a Palermo”. Lo spettacolo, come la cura psicoanalitica, non a caso chiamata talking cure, dà corpo a un movimento che non è solo narrativo, ma trasformativo.

Attraverso le parole e la musica — come un commovente Miserere, o canti antichi che affiorano come grida di dolore dalle viscere dell’abusata terra siciliana — Enia compone una partitura emotiva potente, capace di riattivare una memoria collettiva e affettiva. “Musiche dal sottosuolo”, che restituiscono verità concreta e simbolica a ciò che è stato espulso dalla coscienza. Questo gesto è possibile solo dalla distanza. Lontano dalla sua Palermo, Enia ha potuto iniziare a vedere, riconoscere, e quindi narrare, in un lavoro che ha la forma di un autoritratto e richiama un percorso analitico. Un processo in cui il soggetto, guardandosi dallo sguardo altrui, riesce a cogliere nessi prima invisibili, a riannodare fili spezzati, a trasformare la materia grezza dell’esperienza in parola, e quindi in pensiero.
Come in analisi, l’altro — chi ascolta — diventa testimone partecipe. Nella relazione il dolore può finalmente uscire dall’isolamento e trovare uno spazio nuovo e condiviso per poter essere elaborato e trasformato, restituendo alla verità lo spazio necessario per vivere liberi.