Virginia Wolf. La bambina con il lupo dentro
di Kyo Maclear
illustrazioni di Isabelle Arsenault
a cura di Noemi Lucrezia Pepe
Un albo delicato e intenso al tempo stesso che parla di quei giorni in cui si sente un lupo dentro, in cui si vuole solo “ululare” al mondo il proprio malessere, il bisogno di stare soli ma anche il desiderio di essere raggiunti da qualcuno che sappia accogliere quel malessere.
Come scrive Winnicott, infatti, “E’ un piacere nascondersi ma è una catastrofe non essere trovati”.
Questo libro per l’infanzia attraverso la vicenda tra due sorelle sembra parlare anche di funzione analitica.
Le due protagoniste, Virginia e Vanessa, sono due sorelle bambine ispirate ai personaggi di Virginia Woolf e della sorella pittrice Vanessa Bell.
Virginia ha una giornata “no”: non va bene niente, nessuno può starle vicino.



La sorella Vanessa le sta accanto preoccupata ma non angosciata, è in ascolto, pone poche domande, prova a tirarla su di morale come può, ma niente funziona.
Alla fine Vanessa inizia a dipingere sul muro come a rappresentare tramite immagini un mondo possibile, delicato, accogliente in cui poter vivere una nuova esperienza. È un mondo a colori rispetto alle immagini in bianco e nero che illustrano il mondo interno di Virginia: un mondo cupo, deprimente, fatto di oggetti rigurgitati, elementi grezzi o Beta potremmo dire, che si trasformano grazie alla presenza di Vanessa in rappresentazioni, elementi alpha, che possono avviare un altro pensiero possibile.

Non a caso il luogo che prende forma dai disegni di Vanessa è un giardino; sicuramente luogo amato dalle due sorelle che ispirano il racconto, ma anche, potremmo dire, un giardino della mente che permette la crescita, lo sbocciare e il fiorire di nuovi pensieri. Un luogo fertile e vitale che contrasta e rivitalizza l’aspetto mortifero del vissuto di Virginia.
Il giardino diventa anche un sogno condiviso tra le due sorelle, uno spazio per sognare insieme un altrove, una storia nuova che Virginia e Vanessa costruiscono insieme.
Torna così la voglia e la possibilità di giocare.
Era diversa, così le ho chiesto come stava.
“MOLTO MEGLIO” ha detto, un po’ imbarazzata.
“Davvero stai meglio?” le ho chiesto.
“SI’” Ha sorriso e mi ha preso la mano.
“ADESSO ANDIAMO FUORI A GIOCARE”.

La funzione che Vanessa assume rimanda a quella dell’analista in seduta: la mente dell’analista accoglie, metabolizza e trasforma quanto le arriva da parte del paziente (la funzione di reverie) e a sua volta anche nel paziente si attiva un’attività analoga in risposta ad ogni stimolazione proveniente dall’analista. Ben presto, infatti, Virginia partecipa al disegno sul muro, alla storia che si va costruendo.
Come direbbe Ferro, lo scopo dell’analisi è quello di sviluppare la capacità di tessere immagini, che è quello che Vanessa e Virginia fanno insieme, come una coppia analista-paziente. L’analista si offre al paziente come un oggetto trasformativo in grado di avviare l’esperienza magica della trasformazione di uno stato d’animo, ri-avviando la capacità di giocare del paziente. Per far questo bisognerebbe riuscire a “giocare col paziente, presentargli un’idea o un pensiero come un oggetto che esiste nello spazio potenziale tra paziente e analista, un oggetto che deve passare avanti e indietro tra loro e, se risulta utile al paziente, potrà essere conservato come quel tipo di oggetto affettivo che ha subito una verifica” (Bollas, L’ombra dell’oggetto, 1987).
Winnicott ci dice che “la psicoterapia ha luogo là dove si sovrappongono due aree di gioco, quella del paziente e quella del terapeuta. La psicoterapia ha a che fare con due persone che giocano insieme […] quando il gioco non è possibile, allora il lavoro svolto dal terapeuta ha come fine di portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare a uno stato in cui ne è capace.” (Gioco e realtà, 1974).
La possibilità di sostare in quest’area di gioco permette all’adulto e al bambino, al terapeuta e al paziente, di esplorare aree più libere della propria mente e del mondo. Infatti, “E’ nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé” (Winnicott, Gioco e realtà, 1974).
D’altronde, “giocare è una cosa seria”.