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Freud in Fabula

“Ascoltami quando sto zitto” di Zornitsa Hristova

Ascoltami quando sto zitto
di Zornitsa Hristova

Illustrazioni di Kiril Zlatkov

a cura di Noemi Lucrezia Pepe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Le parole mi piacciono, ma dentro non ci sta proprio tutto”

Ci sono persone che non sanno mettere in parole ciò che sentono e altre che traducono immediatamente in parole il proprio sentire senza poter stare in contemplazione di un paesaggio o di un dipinto “Senza titolo”.

Il protagonista e voce narrante di questo albo è un orsetto a cui gli adulti hanno insegnato le parole “per avere un posto dove mettere le cose” ma presto si accorge che le parole non bastano. C’è qualcosa che non ci sta nelle parole, qualcosa che trascende anche la parola più accurata e che ha a che fare con i chiaro-scuri, con le pennellate più o meno marcate, con la saturazione dei colori, con la melodia, con il ritmo di quella sensazione che viene opportunisticamente e puntualmente tradotta in una parola.

Forse tutto questo ci sta meglio nel silenzio?

L’orsetto sembra rendersi conto che nelle parole c’è il rischio di nasconderci qualcosa di importante, quel qualcosa che resta intraducibile dell’esperienza e che forse si può invece rintracciare nel silenzio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È importante quindi restare in ascolto anche del silenzio. D’altronde il silenzio non lascia mai indifferenti. Non a caso si usa dire di esperienze emotive forti, complesse, che lasciano ammutoliti, “senza parole”. Il silenzio affascina e inquieta. Compare e scompare alternandosi alla parola.

Ci sono mille volti del silenzio: ci sono silenzi rumorosi, sussurrati, pazienti, inquieti; silenzi che dilatano il significato della parola o che si sostituiscono ad essa; silenzi in cui è un piacere stare e silenzi che non si vede l’ora che finiscano.

Silenzio è tutto quanto temiamo.

C’è riscatto in una voce

Ma silenzio è infinità.

Di per sé non ha un volto.

(Emily Dickinson)

Infiniti stati d’animo si celano nel silenzio e si riconoscono solo se ci si mette in ascolto di esso. “Il silenzio è una cosa che si ascolta” scrive Murakami in “Kafka sulla spiaggia”.

Ma di cosa ci parla il silenzio? E come si ascolta il silenzio, con quali organi? Evidentemente le orecchie non bastano.

Il concetto di reverie, usato nel linguaggio della critica letteraria e musicale prima ancora che in psicoanalisi, ci viene in aiuto con il suo duplice significato sia di condizione di chi si abbandona al fantasticare, sia come prodotto che è espressione di questo stato.

In psicoanalisi il concetto di reverie è introdotto da Bion e indica la capacità immaginativa e intuitiva della madre che capisce lo stato mentale del bambino e provvede ad esso. Allo stesso modo indica la capacità intuitiva dell’analista di capire lo stato d’animo del paziente. Sarà Ogden ad utilizzarlo in senso più ampio come una fantasticheria che l’analista ha in mente nel momento in cui ascolta il paziente e da cui può dedurre lo stato mentale e la comunicazione del paziente.

“Intendo per rêverie i più banali, quotidiani e riservati pensieri, sentimenti, fantasie, ruminazioni, sogni ad occhi aperti e sensazioni corporee, che solitamente appaiono totalmente scollegati da quello che il paziente dice e fa in quel momento (Ogden, 1997).

La reverie in questo senso deriva da una modalità di ascolto multisensoriale, e che coglie qualcosa che dal multisensoriale si condensa in un’intuizione, un sogno, un’immagine. Solo nel silenzio si può ascoltare il suono dei movimenti, dei fremiti, delle palpitazioni, dei pensieri, che diventa così cassa di risonanza delle parole.

L’ascolto del silenzio è qualcosa che va allenato; “magari lo sentirai”, dice l’orsetto, come a intendere che non è detto. Come dice Borgna (2024) per cogliere ciò che si nasconde nel silenzio bisogna essere dotati “di intuizione e di introspezione, di immedesimazione e di gentilezza, di apertura di cuore e di sensibilità”.  Non bisogna avere fretta di definirlo, di imbrigliarlo.

Le illustrazioni di questo albo, in bianco e nero, tratteggiate, dicono più delle parole e allo stesso tempo lasciano spazio all’immaginazione. Le parole sono volutamente poche proprio a sottolineare che c’è di più e quel di più va intercettato in altro modo, va letto in altro modo. Quella tra testo e immagini di questo albo è una danza, come quella tra parole e silenzi.