Il familismo amorale e morale
di Sergio Tramma*
* Sergio Tramma è stato Professore ordinario di Pedagogia generale e sociale presso l’Università di Milano-Bicocca
Una tra le ricerche più note, e meno amate, sulla famiglia è sicuramente quella realizzata nella metà degli anni Cinquanta del Novecento nel paese di Chiaromonte in Lucania dal sociologo statunitense Edward Banfield.
Ricerca che è stata sottoposta a molte critiche, per alcuni aspetti doverose, per altre anche eccessive, per quanto riguarda l’oggetto, la metodologia e le conclusioni. Ma è una ricerca che ha avuto il merito di avere introdotto nell’ambito delle scienze umane la definizione e la categoria di familismo amorale, cioè di quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti finalizzati a massimizzare i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia rispetto agli, se non a dispetto degli, interessi di collettività più ampie, locali o nazionali.

La categoria del familismo amorale ne genera all’istante un’altra, ovviamente quella del familismo morale, altrimenti sarebbe familismo senza necessità di aggettivi. E qui si tratta di capire se il familismo morale è la capacità di riconoscersi in virtuose prospettive e pratiche collettive che vanno al di là del nucleo familiare, e agire in esse per salvaguardare interessi comuni più ampi, oppure se quel familismo amorale negativamente connotato delineato da Banfield, sia diventato oggi, adeguandosi ai tempi ma mantenendo sostanzialmente inalterate le stesse caratteristiche, morale, cioè socialmente legittimato, quanto meno tollerato. In altri termini se abbia perso solo la a privativa senza alterare significativamente i contenuti.
Nella sua astrazione concettuale, ogni famiglia ha una propria morale, che deriva dall’intreccio delle continuità/discontinuità che si sono sedimentate nella storia “privata” che ha prodotto e da cui è stata prodotta, e la storia pubblica nella quale è inserita nel qui e ora. Ed è un intreccio dal quale possono sorgere norme di comportamento e visioni del mondo condivise o non condivise dai componenti nonché tra questi e gli altri attori sociali.
In ogni caso, costituiscono uno dei contenuti principali della trasmissione generazionale, e uno degli oggetti principali di tali contenuti è dato proprio dal senso e dalla funzione del rapporto tra la famiglia, i suoi componenti e le altre dimensioni collettive.
La famiglia è ancora un luogo educativo?
La famiglia, inoltre, è sempre stata considerata, a ragione, come uno dei luoghi educativi per eccellenza, in particolare l’ambito della socializzazione primaria, ma una tale caratteristica, al di là dei peana di rito, non sempre è stata considerata come una virtù. Anzi, si potrebbe affermare che la modernizzazione (quel processo sociale che, secondo Banfield, difettava a Chiaromonte) è stato anche un tentativo, alcune volte esplicito, altre silente, di ridimensionare i compiti educativi della famiglia. Un tentativo resosi necessario dal momento in cui essa non è stata più in grado di rispondere alle differenziate e crescenti esigenze di formazione poste dalla produzione e dal lavoro in una società in continuo sviluppo.
Ma non solo e non prevalentemente, si è trattato anche di ridimensionare l’autonomia di produzione morale della famiglia dovuta, per esempio, alla necessità di formare un cittadino disposto ad agire e financo morire per la Patria, magari convinto della bontà di farlo.
È dal processo di unificazione nazionale in avanti che si tenta di creare una morale nazionale in grado di sostituire quella familiare tutta tesa alla salvaguardia del proprio particulare.
La scuola come sostituto educativo della famiglia
E a questo è stata chiamata l’educazione scolastica, interpretabile anche quale tentativo tortuoso e contraddittorio di sottrarre una parte dell’educazione delle giovani generazioni alla famiglia, in ultima analisi di ridimensionare il familismo a/morale a favore di una moralità virtuosa non conflittuale, anzi sinergica con quella pubblica.
Forse non tutto è andato per il verso giusto e da un familismo amorale arcaico si è giunti a un familismo amorale della tarda modernità che mette comunque uber alles il nucleo e i suoi componenti: la morale dell’individualismo, dell’arrivismo, del successo, della meritocrazia, della competizione, del neoliberismo.
Un nuovo familismo amorale
E questo familismo amorale di nuovo conio è prodotto anche da una famiglia che ritiene la scuola uno strumento a propria disposizione, vede poco utile l’esperienza della mensa a favore del cibo portato da casa, entra nel merito della valutazione degli insegnanti, si intromette nella formazione, si auto legittima nelle chat dei genitori, non è più considerato amorale.
Quel familismo che assume forme diverse, vuoi dell’aggressione fisica all’insegnate (che non è tanto una novità, ma è di fatto legittimato), vuoi della supponenza con la quale, nel film Monsieur Lazhard, la coppia di genitori si rivolge all’insegnante della figlia dicendogli “Accetti un consiglio. Si limiti a fare il professore e a insegnare piuttosto che educare i nostri figli”.
Non è chiaro se la famiglia tradizionale (monogamica, nucleare, continuativa, eterosessuale, unità di produzione e consumo) nella sua versione “post-moderna”, cioè a geometria variabile rispetto al genere, ai ruoli, ai meticciamenti e altro, sia un morto che cammina, oppure se stia vivendo una sorta di seconda giovinezza, investita da speranze attorno alla possibilità che diventi un’ancora di salvezza dalla frammentazione e dai movimenti continui della contemporaneità. Forse entrambe le cose, ma il vero rischio è che il “noi” pensabile e praticabile, al di là di poco significative o effimere altre appartenenze, rimanga comunque quello del familismo.
Bibliografia
Edward C. Banfield (2010) Le basi morali di una società arretrata ed. Il Mulino
Monsieur Lazhard (2012) film Regia Philippe Falardeau