In ciascuno ritrovo me stesso, nessuno maggiore,
Nessuno minore d’un solo chicco d’orzo,
E il bene o il male che dico di me lo dico anche di loro.Walt Whitman, Foglie d’erba
Grande poeta, Walt Whitman, che ha sempre cantato la vita e il piacere della vita, la democrazia e il valore dell’incontro, il corpo e l’anima.
“In ciascuno ritrovo me stesso”: nulla di nuovo, si potrebbe dire. In fondo, già i latini affermavano che non c’è nulla che ci sia alieno in un altro essere umano, poiché noi stessi siamo esseri umani. Diversi, certo, ma non alieni.

Whitman però aggiunge qualcosa: nessuno è maggiore né minore d’un solo chicco d’orzo. Bizzarra, questa affermazione: possiamo pensare che intenda “misurare” la diversità in termini minimi (neppure di un solo chicco d’orzo), o se suggerisca anche, o meglio affermi dato il suo stile piuttosto drastico e perentorio, che nessuno di noi è maggiore o minore rispetto a un solo chicco d’orzo, che siamo cioè sostanzialmente irrilevanti.
Forse, possiamo accogliere entrambe le interpretazioni: non siamo superiori o inferiori a nessuno e nessuno lo è rispetto a noi, perché siamo comunque umani e in quanto umani singolarmente irrilevanti. Possiamo sentirci diversi, anche profondamente diversi però, e certamente più evoluti di alcuni personaggi che stanno ora sulle scene mondiali. Diversi per scelte, cultura, impegno, ma consapevoli altresì della differenza che corre tra questa diversità e le attestazioni tout court di superiorità. Quantomeno, di una superiorità di base: perché sono ricco, perché sono colto, perché sono bianco, perché sono maschio, perché…perchè… Penso al razzismo, penso alla persecuzione di popoli o appartenenti a religioni diverse, e penso che sia bene stare in guardia anche contro noi stessi e gli stereotipi che abbiamo inconsciamente introiettato a proposito di superiorità-inferiorità di base. Spesso, ad esempio, le donne sono purtroppo maestre nel sentirsi inferiori ai maschi, senza essere consapevoli di quanto agisca questo stereotipo dentro di loro. Più cosciente e “auto-giustificata” è la supposta superiorità nei confronti dei migranti, trasformata in alibi per azioni razziste particolarmente violente del tutto ingiustificate: come ci si può sentire superiori rispetto a chicchessia quando si sta agendo in modo poco più che bestiale, quando si usano catene e nicchie affollate, quando si picchiano persone che hanno attraversato deserti e mari pur di avere una vita migliore?
A questo proposito, tornando a Whitman, possiamo chiederci se l’essere umani e quindi non alieni l’uno all’altro, significa che non possiamo vedere e dire il male nell’altro, così come dovremmo essere in grado di dirlo di noi stessi. Allora, dobbiamo comprendere sempre perché in fondo siamo uguali oppure dobbiamo/possiamo talora rifiutare di identificarci? Prova a metterti nei panni del tuo avversario, scrive Gramsci, “Lo comprenderai meglio e forse finirai per accorgerti che ha un pò, o molto di ragione.” Ma poi aggiunge, nella sua inesorabile lucidità, che “Ho seguito per qualche tempo questo consiglio dei saggi. Ma i panni dei miei avversari erano così sudici che ho concluso: è meglio essere ingiusto qualche volta che provare di nuovo questo schifo che fa svenire.”
Se nei nostri studi siamo disposti ad accogliere molte forme di analfabetismo affettivo, perché esiste un patto tra noi e i nostri pazienti che stabilisce l’obiettivo di aiutarli a ritrovare sé e l’altro, e sé nell’altro, fuori dai nostri studi, dobbiamo essere liberi di (o impegnati a?) rifiutare il male e, come scrive Gramsci, rifiutare, ad esempio, le stomachevoli identificazioni con l’odio che sta circolando, mascherato da difesa, protezione, prevenzione (attacco preventivo, che cosa significa?) con ipocrisia e falsità. Se nei nostri studi siamo impegnati a cogliere con l’ascolto analitico le parole dei pazienti, non distogliendo lo sguardo da ciò che può anche a volte apparirci stomachevole, analogamente fuori dai nostri studi non possiamo permetterci di distogliere lo sguardo da quanto accade, dal trionfo di personaggi arroganti al limite della più pericolosa stupidità, non possiamo distogliere lo guardo dalla violenza omicida e stragista che ogni giorno ci giunge con notizie sempre più allarmanti, benché guardare e vedere possa ferirci e angosciarci. E questo possiamo/dobbiamo farlo proprio perché siamo psicoanalisti, avvezzi cioè a tollerare il dolore e l’angoscia che abita in molte sedute senza distogliervi lo sguardo e il pensiero.