“Elio e il bisogno di non essere soli”
Recensione a cura di Manuela Caslini
La solitudine
‘Elio’, 29o lungometraggio Disney Pixar rivolto a grandi e piccini, con delicatezza e le sue plurime chiavi di lettura, porta sul grande schermo temi profondi e attuali. Il senso di solitudine radicato nell’incomprensione familiare, il ritiro nella fantasia o le difese narcisistiche come risposta di sopravvivenza ad esso e al desiderio di sentirsi accettati sono i principali fili conduttori, sviluppati secondo il genere sci-fi su uno sfondo spaziale in cui risuona il bisogno primario di comunicare: ‘Qualcuno ascolta?’ è la prima domanda di Elio.

Dopo la perdita dei genitori, il preadolescente Elio si ritrova a vivere con la zia, una donna impreparata ad accoglierlo e la cui vita è improntata sul lavoro. Trovare un’armonia è difficile per entrambi; Elio, come tanti ragazzini di oggi, si sente diverso, e per sfuggire alla non accettazione, si rifugia in un mondo immaginario, rendendo concreto il suo desiderio di trovare ascolto. Elio si trova trasportato nel mondo alieno del Comuniverso ma, per sostenere la speranza di essere accettato, dovrà grandiosamente fingersi il Leader della Terra, affrontando l’imponente e oppressivo Lord Grigon, la cui reale natura è quella di una larva inserita in carapace guerriero-robotico. Il coraggio – e la realizzazione – di Elio si svilupperanno nell’amicizia con Glordon, figlio di Grignon, baco-larva privo di occhi ma capace di arrivare al cuore, anche lui alle prese con complesse dinamiche familiari – un padre difficile e un destino preimpostato.
Il ritiro nella fantasia
Elio è un ragazzino che cerca disperatamente un luogo mentale in cui sentirsi riconosciuto e accolto. Il mondo esterno – quello degli adulti, ma anche dei coetanei – si configura per lui come un territorio dove la comunicazione autentica è negata e il linguaggio emotivo viene sistematicamente frainteso. In questa cornice, la fantasia diventa il rifugio privilegiato, una via per sfuggire al dolore muto dell’incomprensione (Steiner, 1993). Gli psicoanalisti ben sanno che il ritiro nella fantasia è una modalità per sopravvivere all’insostenibilità del reale, atta a far fronte a un vuoto insostenibile, legato a un danno catastrofico alla dimensione relazionale-emotiva di un bambino lasciato ‘solo’.
Una difesa narcisistica
La fuga nella fantasia si configura come una difesa narcisistica, in cui l’onnipotenza – il sentirsi padrone del proprio universo interiore – supplisce al bisogno di essere riconosciuti e amati per ciò che si è: il mondo interno di Elio diventa così uno scenario compensatorio, una costruzione necessaria per mantenere la sua coesione. Anche il personaggio di Lord Grigon incarna una modalità di difesa narcisistica, utilizzando il suo carapace guerriero come un Sé corazzato, una ‘pelle spessa’ costruita per contenere le angosce e celare quella ‘pelle sottile’ (Rosenfeld, 1987) permeabile – il baco-larva svilito, ma originariamente depositario del desiderio di contatto e verità emotiva che tanto bene esprime Glordon. Se Lord Grigon rappresenta la difesa onnipotente, Glordon è il portavoce del bisogno che tutti abbiamo di un altro che sia presente, riuscendo a dare senso all’esperienza interna. Glordon, pur tenerissimo, riveste anche il ruolo del figlio che – con fatica e ambivalenza – tenta di svincolarsi da un destino psichico già scritto, da un’identità imposta, per affermare il proprio modo di stare nel mondo-universo…
I compagni vivi
Elio e Glordon sono, l’uno per l’altro, ‘Compagni vivi’ (Alvarez, 1992), presenze responsive reali e psichiche, capaci di richiamare al contatto e alla vita – che nella fotografia del film viene espressa da immagini sempre più realistiche della Terra, premesse di legami affettivi altrettanto realistici e non più ribaltati nella fantasia – o nello spazio. Quando qualcuno riesce a ‘vedere davvero’ Elio, la fantasia smette di essere fuga e diventa spazio di possibilità.
Una possibilità riparativa
Il film riesce quindi nell’intento di dare voce alla solitudine, al desiderio di appartenenza e all’idea che il nostro essere umani dipenda dalla possibilità di comunicazione e confronto, e dalla ricerca costante del nostro idioma – l’essenza che ci definisce (Bollas, 1989) – anche con la sofferta capacità di disobbedire.
Tra gli altri nodi tematici, senza svelare il finale, risuona infine l’amore filiale come possibilità riparativa: anche in relazioni segnate da respingimenti, identificazioni ambivalenti, o minacce di rottura, nell’amore tra un genitore (o chi ne fa le veci) e un figlio si può sempre intravedere la possibilità trasformativa di sperimentare la propria autonomia pur restando in relazione.