LA GIOIA di Nicolangelo Gelormini: manipolazione o speranza d’amore.
Recensione di Manuela Caslini
“La Gioia”, presentato alla 82 Mostra Internazionale di Arte Cinematografica della Biennale di Venezia nella sezione “Giornate degli Autori”, si ispira ad un caso di cronaca del 2016: l’assassinio di una insegnante per mano di un suo allievo.

Il film recupera ed esplora i sentimenti al di sotto degli eventi, parlando di un legame che, a suo discapito, risulterà improntato alla distruzione. Eppure, il fulcro del film sta proprio nell’indagare ‘la gioia’ nel rapporto tra i due protagonisti, personaggi poveri e castrati, che per un attimo fugace corrisponde ad una apertura, una boccata di sentimento di esistenza, purtroppo inabile a rendersi possibilità trasformativa. Il legame è piuttosto programmato al collasso distruttivo: la forza imperante della ripetizione e l’impossibilità a cambiare si manifestano, figure sullo sfondo di una trascuratezza pervasiva e una miseria radicata.
Gioia – una irriconoscibile Valeria Golino – è una donna adulta privata della sua crescita, mentalmente un’adolescente, mai uscita dalla famiglia e rimasta intrappolata nelle stanze polverose della sua casa, tra un padre malato di demenza e una madre-generale-soffocante che non le hanno lasciato il minimo spazio per sbocciare, alimentando piuttosto un mandato alla soppressione del desiderio – ridotto, nella sua massima forma esprimibile, all’esultanza durante una partita di calcio vista sul divano, ovviamente tra i due genitori. Il tempo interno di Gioia è scombussolato, in considerazione del blocco autoimposto nell’esigenza di collimare al mandato familiare, dovendo aderire all’esigenza di rimanere quella brava bambina che ‘lava le manine’ prima di andare a tavola; gli unici strumenti per conoscere il mondo, investirvi – e consolarsi – sono stati l’intelletto e lo studio, specie nelle forme della letteratura e della poesia, tra Flaubert e Baudelaire.
Alessio è un giovane liceale dalla bellezza angelica e diabolica, abituato ad essere corpo e non persona, poiché cresciuto in un degrado emotivo tanto profondo da portarlo alla continua ricerca di un profitto e di gratificazioni corrotte, pur di non trovarsi in contatto con il vuoto che lo domina e di cui è figlio. Alessio ha preso dentro l’avidità e l’iper-seduzione materna, tutto il nulla e il negativo dell’assenza di un padre e di un marito; il suo mandato pare quello di dover provvedere, in maniera illusoria e mistificata, alle mancanze di un ambiente ricattatorio, negligente, e nei suoi confronti violante. Imbroglio, seduzione, ricerca di scorciatoie sono i suoi approcci al mondo, pur così giovane e tragico; la prospettiva di un riscatto, così come l’amore, è cosa tanto perigliosa da dover essere soffocata sul nascere. Winnicott, ne ‘La tendenza antisociale’ (1956), ci ricorda che, quando un ragazzo ‘ruba, non vuole la cosa che ruba, ma è alla ricerca di qualcosa a cui ha diritto (..); sentendosi privato dell’amore, reclama qualcosa’. In situazioni molto deprivate, la parte buona del Sé può essere gravemente sottosviluppata e la tendenza antisociale può corrispondere ad una modalità che implica la speranza e il tentativo di sollecitare l’ambiente a farsi presente.
Entrambi, Gioia e Alessio, psichicamente parlando, sono incompiuti nella loro possibilità di esistenza; la prima destinata all’oppressione per difendersi da desiderio e rabbia, e il secondo condannato ad eccitarsi e imbrogliare per anestetizzare il vuoto che sovrasta una flebile spinta vitale. In comune, pur con gradi diversi, il vuoto e la solitudine, e l’essere stati orpelli narcisistici di madri in altrettanta difficoltà, che nel film li appelleranno come la ‘Colombella’ o ‘il capolavoro’ di reciproca proprietà. ‘Può una donna non avere pietà del frutto delle sue viscere?’, si domanda Gioia, citatando Isaia. Entrambi non sono stati visti come esseri degni di una propria esistenza e storia, l’ambiente a loro sostegno è totalmente manchevole.
Tra amore e manipolazione, la relazione proibita tra Gioia e Alessio – professoressa e ragazzino – richiede di sospendere il giudizio per cogliere, sotto l’adrenalina e la pervicacia che la contraddistinguono, il suo carattere di speranza e necessità: la necessità di essere visti e di trovarsi l’uno nello sguardo dell’altra. È sempre Winnicott a dirci che l’essere ha avvio quando ci si vede riflessi nello sguardo dell’Altro e che il precursore dello specchio è il volto materno (Winnicott, 1967). Il coinvolgimento nascente apre l’esistenza di Gioia, sbloccando quanto le era profondamente mancato – anche figurativamente, con le porte della casa piemontese che al primo bacio ‘da togliere il respiro’ improvvisamente si spalancano -. Gioia, colomba cresciuta in cattività, ingenuamente si fida, osa, si mette in gioco; Alessio, per la prima volta, si sente visto e prova ad investire su sé stesso ottenendo un ‘6’ in francese. Poi recupera un ricordo, l’unico che ha del padre, e accompagna Gioia a visitare il luogo dove lui lo portava da bambino, l’ex fabbrica della Fiat del Lingotto: lì contemplano insieme l’opera Die Mimik der Tethys (Le Espressioni di Teti, di Julius von Bismarck), nientemeno di una boa che fluttua ad alta quota. Ma l’ormeggio è precario e il soffio del rispecchiamento troppo flebile, intriso di quel tessuto familiare, sociale, e anche interno, ancora privo di sostanza: la distruttività ha la meglio. Fino all’ultimo, con la parte migliore di sé, lo spettatore tifa per i personaggi: ‘Gioia parti!’, ‘Alessio non farlo!’, come nell’esigenza di dare sostegno alle loro parti vitali, tanto immature, deboli, fragili proiettate fuori, o ancora da nascere.
Ricordano Stephanie e Alì, di ‘De rouille et d’os’ (Audiard, 2012) che erano però stati mutilati da traumi più tardivi, tali da non scompaginare del tutto il narcisismo, e lasciando meno intaccate le loro possibilità di lottare per la Vita. Il contesto fa tornare alla mente ‘Il capitale umano’ (Virzì, 2013), per la sua epopea di figure meschine incattivite dalla vita di una provincia feroce.
Gioia e Alessio, personaggi immaginari, ricordano tanti dei pazienti che incontriamo, ambivalenti o ambigui, alla ricerca di un oggetto e di un incontro trasformativo, che con pazienza – tanta pazienza – possa aspettarli in un lento avvicinamento e volgere le difese in strumenti di salvezza, agevolando un processo di seconda nascita, quella nascita psichica essenziale per toglierli dalle loro ‘non esistenze’ o esistenze mutilate. La nozione di immaturità è utile in quanto dà un’idea del luogo da cui simili pazienti provengono e, soprattutto, del luogo in cui non sono ancora arrivati e delle loro esigenze maturative (Kohut, 1976). Cosa si sviluppa tra Gioia e Alessio? Manipolazione o Amore? Subdola ricerca di uno stato di diritto o un primo passo verso l’oggetto? Gli analisti ben sanno che un paziente che pensa di chiedere aiuto per essere compreso, in realtà userà la situazione analitica allo scopo di mantenere il suo equilibrio in una miriade di modi complessi e unici (Joseph, 1983). È difficile, ma molto importante, riconoscere quando le difese sono usate contro l’esperienza di un oggetto o un sentimento vitale, e quando invece segnalano il primo tentativo di trovare un contenitore e, con esso, un vago ordine nell’universo. Gli stati mentali positivi possono presentarsi in situazioni dove la questione fondamentale non è ancora la loro integrazione, ma piuttosto l’adeguato sviluppo del buono e la fiducia in esso. Come direbbe la Klein, ‘prima serve introiettare il seno buono’; come direbbe Bowlby, (1989) ‘prima serve avere una base sicura’ .