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Freud in Fabula

LA SCATOLA DI PENELOPE di Peter Carnavas. A cura di Noemi Lucrezia Pepe

LA SCATOLA DI PENELOPE di Peter Carnavas
A cura di Noemi Lucrezia Pepe

 

Penelope aspetta con ansia il primo giorno di scuola: un nuovo inizio che porta con sé fantasie, paure, aspettative. Che incontri farà? E che sguardi incontrerà?

Ogni mattina porta con sé una scatola nella quale mette qualcosa di speciale, qualcosa che possa attirare lo sguardo dei nuovi compagni.

Come il mago con il suo cappello a cilindro, Penelope cerca con effetti speciali di stupire il pubblico, cerca disperatamente qualcosa che la renda speciale e desiderabile agli occhi degli altri.

È un albo che parla della fatica dei bambini, e non solo, nel mostrarsi agli altri e del timore di non bastare, di non avere niente di magico e sfavillante da offrire; della fatica di presentare se stessi agli altri senza orpelli, filtri ed effetti speciali.

La scatola di Penelope parla del bisogno fondamentale di sentirsi accettati e desiderati.

Kohut sostiene che i bambini abbiano bisogno di sperimentare relazioni empatiche, in cui i loro bisogni di rispecchiamento, idealizzazione e gemellarità siano soddisfatti, per sviluppare un sano senso di Sé.

Per Winnicott il soddisfacimento del bisogno di sentirsi accettati e amati incondizionatamente è alla base dello sviluppo del Vero Sé.

Tutti a casa sono emozionati per il primo giorno di scuola di Penelope: il nonno, la mamma, il papà, … ognuno porta la sua esperienza, i suoi ricordi, caricando di aspettative Penelope che forse sente di dover essere all’altezza di quello che le viene presentato come un giorno davvero speciale.

“Senza memoria e senza desiderio” diceva Bion a proposito dell’assetto dell’analista in seduta, come unico modo possibile per incontrare davvero il paziente, nelle sue parti inaspettate, perché permette ogni volta un nuovo incontro e quindi di vedere parti diverse dell’altro.

Quante volte si dice “non voglio avere aspettative, così non ci resto male” perché l’ingombro delle aspettative, del desiderio, rischia di guastare l’esperienza, l’incontro con l’altro.

Penelope sente che deve avere qualcosa di speciale da mostrare e per cui farsi accettare.

Ogni giorno prova qualcosa di diverso e la scatola sembra avere quel ruolo rassicurante di ponte con la realtà esterna che hanno gli oggetti transizionali. Nella scatola, in quanto oggetto transizionale, si materializza l’illusione della congruenza tra sé e mondo esterno e diviene un’area in cui perdura la fiducia che l’Altro corrisponda ai suoi bisogni e alle sue aspettative.

Ma niente di ciò che Penelope prova a portare nella scatola sembra funzionare. Si ritrova frustrata.

Le delusioni inevitabili, i vissuti di frustrazione, introducono il soggetto nella dimensione del limite, nella realtà.

Le illustrazioni, molto colorate, diventano monocromatiche quando accompagnano i pensieri bui di Penelope: la sua solitudine, la sua frustrazione e la sua profonda delusione.

“Quella notte furono le parole del papà a confortarla. Non ci fu bisogno di dire molto.”

È nel silenzio che Penelope trova conforto e rinuncia alla ricerca spasmodica di qualcosa di speciale da mostrare agli altri, di un Falso Sé compiacente orientato ad esaudire i desideri altrui.

Il giorno seguente Penelope si mette nella scatola. E proprio quando la delusione la stava portando a ritirare l’investimento sugli altri ecco che trova un amico. E nello sguardo dell’amico Penelope trova se stessa: è lei l’effetto speciale, la sorpresa. Non ha bisogno di altro.

Il desiderio di scomparire si trasforma in gioco e il gioco cura le ferite.