“Madres Paralelas: melodramma surreale o manifesto per la verità”
di Manuela Caslini
Madres Paralelas (2021) è il penultimo lungometraggio di Pedro Almodovar, presentato alla 78a Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia come film di apertura, e vincitore di diversi premi, tra cui, proprio a Venezia, la Coppa Volpi per l’interpretazione di Penelope Cruz.
Il racconto si apre sui tentativi di Janis, donna di mezza età che ha imparato a bastarsi e ben sa ciò che desidera, di trovar modo di recuperare i resti del suo bisnonno, assassinato in una fossa comune durante il regime franchista, dandogli degna sepoltura. Entrambi fotografi, in un debito di riconoscenza, Janice avverte un nesso tra la creatività del progenitore e la propria. Al termine delle vicende narrate, tre anni dopo, il film si chiuderà sull’apertura degli scavi.

Se, seguendo un vertice di lettura, attraverso tre donne molto diverse tra loro – Janis, Ana e Teresa -, il film parla del desiderio e delle ambivalenze di una maternità solitaria; la cornice e il cuore da cui la storia prende corso affrontano il dramma storico e transgenerazionale e il perentorio umano bisogno di guardare e conoscer(si) per potere vivere e, prima ancora, esistere e sentirsi reali.
Janis conosce Ana, adolescente diafana, confusa e spaventata, mentre entrambe stanno per partorire le loro figlie, arrivate inattese e senza l’appoggio di un padre. La reciproca empatia durante il travaglio e la condivisione della catarsi della nascita delle bambine fonda il legame tra le due donne, ancora inconsapevoli del loro destino complesso e inscindibile per via dello scambio delle neonate e della tragica morte in culla di una di loro. Janis sarà la prima ad apprendere dello scambio e, accompagnata dallo spettatore, si troverà a maneggiarne il segreto e il panico, affrontando un processo interno e la Memoria. Sceglierà infine di restituire ogni personaggio e sé stessa alla reciproca Storia – che non può essere ignorata né negata – e alla possibilità di un proprio Destino. Come scrive Bollas, ‘si può compiere il proprio Destino, sentiero preordinato che l’uomo deve percorrere, se si è fortunati, determinati, abbastanza aggressivi’ (Bollas, 1991).
Il film pare giocarsi su un continuo paradosso stilistico: al contempo i personaggi affrontano peripezie poco verosimili emotivamente parlando, con una drastica elusione delle fatiche legate ai lavori della separazione e del lutto, dall’altro sembrano muoversi animati dalla bussola della verità, dalla forza di essa come garante dell’umano e, per il singolo, dalla spinta a divenire profondamente sé stessi. Persino il personaggio di Teresa, madre priva di istinto materno che ovunque vorrebbe essere tranne che a sostenere la figlia Ana, riesce suo malgrado a trasmetterle il messaggio di rimanere viva, sopravvivendo a quanto il fato le riserva. Più che raccontare della contrattazione di una posizione depressiva, il regista, con il suo marchio pop, sottolinea la spinta alla soluzione creativa, capace di ravvivare e riavviare.
La fossa comune inaccessibile, come il segreto non svelato, rifiutato o negato, rischia di minare e confondere identità e temporalità, lasciando che il trauma generazionale risulti continuamente vivo nell’impronta lasciata dal passato (Ogden, 2024). Le ricerche della verità, nel passato storico e nell’intimo dei personaggi, si dispiegano strettamente intrecciate e interdipendenti, come esigenza imprescindibile per abitare la propria esistenza e scegliere chi si può e vuole essere.
Mentre l’Io di Janice cerca di comprendere cose ancora incomprensibili, la sua parte inconscia è evidentemente al lavoro come riserva vitale, spingendola, non prima di aver attraversato dolori e tentativi regressivi, a rivelare ad Ana il segreto. Tenace rispetto al recupero del proprio passato, Janice apre spazi potenziali per potersi muovere nel futuro. Ingrediente importante per i suoi movimenti è l’approdo a una empatica compassione per Ana, una conquista anche dolorosa, ma intrisa della consapevolezza di essere stata arricchita dall’incontro con lei e dall’impossibilità di negare la sua esistenza come Altro-Intero. Mentre tutto questo si realizza – ecco di nuovo il paradosso del film – lo stile melodrammatico surreale pare asciugarsi, ricomporsi rigorosamente e volgere in una sensazione di apertura viva e reale, ricca di potenziale, e che permane oltre il termine della proiezione.
E prima di chiudere riportando la citazione dello storico uruguaiano Galeano – ‘Non esiste la storia muta. Per quanto la rifiutino, la falsificano, le diano fuoco, la storia si rifiuta di tacere’ -, Almodovar suggerisce l’avvio di una trasformazione mostrando, come in un’immagine onirica, i maschi della troupe-squadra di antropologi non più scheletri o dispersi, ma vivi, solo addormentati, nella fossa comune ormai aperta.