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La Famiglia

“La famiglia: luogo di pace e sicurezza?” di Gabriella Mariotti

“La famiglia: luogo di pace e sicurezza?”
di Gabriella Mariotti

Negli anni sessanta/settanta circolava un poster che recitava più o meno così: “La famiglia è ariosa e stimolante… come una camera a gas”. Erano gli anni della rivolta, dei primi approcci a una sessualità libera, erano gli inizi del femminismo, erano gli anni dei vittoriosi referendum su divorzio e aborto. E si discuteva del ruolo della famiglia, caposaldo della civiltà, così si riteneva (e pare si torni a ritenerlo talvolta anche ora), luogo per eccellenza di sicurezza e di protezione.

Elisa, il bel film di Leonardo Di Costanzo, racconta la storia (romanzata ma vera) di una giovane donna che uccide la sorella, ne brucia il cadavere, aggredisce e cerca di uccidere anche la madre.  Con le prime parole che rivolge al criminologo che sta svolgendo una ricerca sul suo caso, Elisa racconta che la madre si dilettava nell’enumerare alle amiche i modi che aveva utilizzato per abortirla senza successo.

Tra le sue ultime parole, alla fine di un processo “terapeutico” con il criminologo che la aiuta a riportare ricordi più o meno coscientemente rimossi, Elisa afferma con chiarezza “io volevo ucciderla”. Era questo l’oggetto della rimozione, assai più che la dinamica concreta dell’omicidio. In queste parole c’è tutta la consapevolezza dell’odio profondo che era maturato in seno alla famiglia e che, nella mente di Elisa, ha originato la graduale “ineluttabilità” dell’omicidio, gradualità ricostruita con grande intensità emotiva dal regista. Un passo dietro l’altro, Elisa si costruisce la convinzione delirante che nient’altro, se non l’eliminazione della sorella, avrebbe potuto evitarle l’ennesima condanna materna.

Poco tempo prima della visione di questo film, avevo terminato di leggere “L’anniversario”, di Andrea Bajani, lucida disamina di una famiglia disfunzionale, nella quale la violenza scorre carsicamente, con la complicità di entrambi i genitori. L’unica salvezza per il protagonista, figlio dolente di questa coppia, è andarsene per sempre, senza voltarsi indietro, senza sentimenti di colpa.

Certamente, non sono nuovi film e libri che illustrano disastri affettivi all’interno di famiglie apparentemente adeguate, ma ciò che intendo sottolineare è la disperazione, e le sue diverse conseguenze, che ancora oggi cova in molte famiglie. Forse, nel concetto stesso di famiglia.

La psicoanalisi soprattutto è sempre stata attenta a non sostenere una illusoria bonificazione di questa struttura, fin da Freud (e con lui Marx che la intuì soprattutto come luogo di produzione e riproduzione della forza lavoro, e Nietzsche, che ne dichiarò l’ipocrisia borghese), essa è stata disvelata nei suoi intrecci edipici fatti di amore e odio, fatti della centralità di ruoli di genere rigidi e incompatibili. I cosiddetti legami di sangue mi hanno sempre fatto pensare, più che al carattere ancestrale dei legami famigliari, a qualcosa di violento e intrappolante. E mentre Elisa ne rimane, appunto, intrappolata e non può pensare diversamente dalla soluzione sanguinosa, il protagonista de L’anniversario, forse Bajani stesso, sa uscire dalla trappola e liberarsene.

Liberarsi da cosa? In primo luogo dalla colpa di non amare, non voler condividere, non tollerare il clima tossico e le persone che formano il gruppo originario: tutto sommato la colpa di infrangere il tabù della intoccabilità della famiglia, o meglio ancora, della coppia dei genitori. Questo irriducibile stereotipo tortura molti pazienti che portano sulle spalle la fatica di emanciparsene, come una sorta di condanna meritata dalla quale è ulteriore delitto cercar di sfuggire. Eppure, a volte, appare chiaramente che l’unico sentimento positivo possibile verso uno o entrambi i genitori sarebbe quella minima quota di gratitudine per essere stati messi al mondo. Nulla di più.

Quindi, in secondo luogo e a ben rifletterci, ciò che nella famiglia tossica origina l’intrappolamento è la mancanza di scelta, l’obbligatorietà della coesistenza e degli affetti. Da questo vertice, il super-io sociale incarcera le emozioni migliori, quelle più libere e autentiche, e talora fa sentire colpevoli proprio quei pazienti che preconsciamente avvertono la necessità sana di svincolarsi dai meccanismi distruttivi della propria famiglia d’origine.

Ma allora, il bisogno di condividere, il bisogno di fiducia e intimità, non hanno luogo in cui esistere? Non hanno legittimo diritto di spazio? Un paziente, che si avvia a percorrere, inquieto, la strada della dipendenza e della fiducia verso la propria analista, mi chiede se si stia parlando di fede. Forse un poco sì, si parla di quella fede che però non è cieca, quella fede che nasce dalla fiducia sperimentata positivamente nelle fasi precedenti di analisi. Una fede vigilata. Una scelta di fiducia, o meglio una fiducia che sceglie dove appoggiarsi, dove vivere, dove trovare lo spazio legittimo della famigliarità sana.