“Ex Libris”
di Gabriella Mariotti
Il cielo non conosce ira pari all’amore che si trasforma in odio, nè l’inferno una furia pari a una donna tradita. (William Congreve)
Congreve non sottolinea ovviamente quanto sia molto più furioso l’uomo tradito, pronto a picchiare, perseguitare, perfino uccidere. E manca anche nel non considerare quante donne tradite sanno invece riprendere la loro vita, talora persino sollevate dalla fine di una relazione inadeguata, nella quale avvertivano un clima malsano senza saperne individuare la causa. D’altro canto, vero è che alla fine del 1600, quando Congreve scrive, una donna tradita non aveva, per reagire, molte chances oltre alla furia (e talvolta non poteva permettersi neppure quella!).

Tuttavia, tutt’oggi nei nostri studi arrivano donne tradite così piene di rabbia da non riuscire a ritrovare se stesse, così furiose da snaturarsi e trasformarsi in lamentosi contenitori colmi di acido e incapacità di staccarsi dall’identificazione (umiliante) con la vittima respinta. E’persino difficile in questi casi, trovare il bandolo del dolore autentico di una progettualità sentimentale infranta, soprattutto quando al tradimento segue una separazione definitiva dopo un rapporto di lunga durata. Per queste donne, sulla ferita affettiva prevale l’offesa narcisistica, l’impossibilità di riconoscere profondamente l’alterità del compagno, la sua realtà separata e individuata, l’impossibilità di interrogarsi a proposito dell’andamento della relazione, dei segnali che già annunciavano problematiche importanti, puntualmente ignorati, o meglio, denegati.
Prevale la fantasia di punire l’altro sulla possibilità di guarire se stesse, e ciò soprattutto quando la dipendenza dal compagno è stata camuffata da sacrificio amorevole. In attesa del premio, queste donne restano deluse amaramente: hanno sacrificato la loro professione, hanno seguito il compagno nelle tappe della sua carriera, hanno allevato i figli assumendosene quasi interamente la responsabilità. E adesso?
E’proprio questa dipendenza che impedisce loro il distacco, il riconoscimento del dolore e la sua emancipativa elaborazione. Purtroppo, invece di elaborare la dipendenza, la si riperpetua nella vendetta, nell’inesausto stillicidio economico senza reale necessità, nella manipolazione dei figli come oggetto di ricatto, fino ad asserragliarsi in un pacato e immutabile sentimento di odio, del quale non a caso Kernberg sottolinea la configurazione di cronicità.
Queste donne sono travolte da un dolore talmente inaccettabile da trasformarlo difensivamente in esclusiva e mera ferita narcisistica, in una questione di potere: portare il dolore su questo terreno illude di non essere inermi, illude di avere ancora potere sull’oggetto, quantomeno il potere di punire, di umiliare attraverso la colpa, di corrodere la possibile nuova vita del traditore.
Osservo in analisi il faticoso superamento di tutto ciò, il recupero del dolore affettivo, la lenta guarigione della ferita narcisistica, fino alla scelta di lasciar andare l’oggetto che ha deluso, umiliato, abbandonato, lasciarlo andare nella vita, e soprattutto lasciarlo uscire dalla propria mente, dove per troppo tempo ha occupato uno spazio eccessivo e ingombrante. Come disse una mia paziente verso la fine dell’analisi: “E’ una rivoluzione copernicana!”. Al centro della vita non è più l’altro (per sostenerlo o per odiarlo) ma finalmente la consapevolezza di sè.