À pied d’œuvre – La mattina scrivo
di Valerie Donzelli (2025)
Recensione a cura di Manuela Caslini
‘À pied d’œuvre’, uscito nelle sale italiane con il titolo ‘La mattina scrivo’, è l’ultimo lavoro di Valérie Donzelli, adattamento dell’omonimo romanzo autobiografico di Franck Courtès (2023), e meritato vincitore del premio per la migliore sceneggiatura all’82a Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia.

Racconta la storia di Paul, un fotografo che rinuncia a tutto per dedicarsi a ciò che desidera: scrivere. Per scegliere la sua libertà, in modo semplice e chiaro quanto radicale, Paul scopre e affronta la povertà, perdendo la sua identità sociale e collocandosi così in una zona di buio ‘non ancora notte’ simile a ‘quello delle cinque del pomeriggio, d’inverno’.
Il film porta avanti due linee narrative: la prima riguarda la storia di un uomo libero, totalmente centrato, che decide di non rispondere a quelle che sono le attese su di lui; la seconda è una cronaca del sottosuolo, una forte critica al sistema economico globale, che illude e impoverisce, imberbe dei milioni di poveri che va generando. Tanto Paul si presenta come un personaggio saldamente individuato, a cui non servirebbe certo un’analisi (‘mi basta scrivere!’), quanto varrebbe l’opposto per il mondo che lo (ci) circonda.
Come segnalano le immagini iniziali, con l’abbattere di una parete in un elegante appartamento di Pigalle, Paul decide per uno strappo nella sua vita, creandosi un varco di libertà. Sceglie deliberatamente di prendersi del tempo per il suo lavoro di scrittore, accettandone senza riserve il prezzo sociale: rinunciare ai suoi figli che seguiranno la madre oltreoceano per i loro studi in università prestigiose e aderire alle dinamiche del lavoro precario, affidato a piattaforme online che giocano a compensi al ribasso. Nulla che ormai non suoni più che familiare a tutti noi, indipendentemente dalla professione. Genitori e amici lo guardano incredulo, come ‘un bambino cresciuto ma di cui non ci si può fidare’, rivendicando il loro ‘realismo’ e allibiti di fronte alla sua protesta gentile e determinata, sull’orlo di un’apparente follia.
Paul spiega lucidamente le dinamiche del lavoro intellettuale: “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna”. Questo è ciò che ha capito, insieme all’esigenza del suo atto creativo che, come ogni atto creativo, e per via di quella nota violenta da cui è marcato, insieme alla gioia richiede tempo e perseveranza, distruzione, cancellazione, lavoro del negativo (Winnicott, 1969; Green 1996).
Imberbe ai commenti e saldo a fronte di stanchezza e dubbi, dotato di una forza pacata e di una presenza discreta, Paul sceglie di avere una vita che corrisponda alla sua verità, e decide di procedere per come sente possa corrispondere al senso che ha avvertito dentro di sé. La stabilità del personaggio proviene dalla soggettivazione delle sue scelte; la sua gentilezza, la calma e l’assenza di rabbia, vengono dall’essersi situato rispetto al suo desiderio: assecondare il suo bisogno di creare, qualunque cosa accada. Una necessità poco spettacolare ma che – per tutti – dovrebbe essere inarrestabile, in quanto generatrice di un senso che, se perso, lascia solo frustrazione e silenzio.
Nel secondo filone narrativo, il film parla del lato politico della decisione del protagonista, offrendo uno spaccato della società e una sua critica. Gli ingredienti ci sono tutti, cominciando dalla violenza della rivoluzione digitale con la sua vendita di incanti: il lavoro si trova iscrivendosi a piattaforme che propongono meccanismi brutali, promettendo ricchezza e creando povertà. L’algoritmo risponde ad utenti che necessitano manodopera, creando competizione tra i lavoratori per chi si offrirà al prezzo più basso. Un rilancio al ribasso che lascia attoniti, poiché annulla la solidarietà e l’umanità dei lavoratori e valuta solo in base alla redditività. Il sistema illude e alleva milioni di nuovi poveri – ma non ‘veri’ poveri, si commenta nel film, paragonandoli agli abitanti del terzo mondo -, che, diversamente da Paul, non stanno affatto scegliendo né l’arte, né la propria soggettiva prospettiva di riuscita. E sempre il protagonista ci mostra come, tolti gli orpelli, ogni cosa – tranne l’emozione – si ridimensiona, anche la morte di un meraviglioso cervo, da onorare rispettosamente, superando l’orrore, rendendola carne da consumare.
La grettezza del sistema del precariato e di chi ne usufruisce assume le sembianze di incubi notturni, mostrati in dettagli di pellicola sgranata, elementi grezzi da rielaborare nella sublimazione del romanzo che infine, con dolore, Paul riuscirà a produrre. Attraverso la coerenza del protagonista, attraverso il suo stare nel posto che ha scelto per sé, gli altri personaggi – e lo spettatore – si rispecchiano, ottenendo riflesso e misura del proprio desiderio di non scendere a compromessi.
Come gli analisti sanno, non è facile situarsi rispetto al proprio desiderio, prima tappa individuale del viaggio di Paul. Anche in ‘À pied d’œuvre’, avviene un incontro che richiama al ruolo dell’analista: accade quando il protagonista, insieme al suo pc, va in blocco. È allora che compare un Altro legittimante, in questo caso incarnato nella proprietaria di una sala di ristoro: ‘Se vuole scrivere, scriva. Può restare qui quanto vuole’. Questo frangente richiama il concetto di incontro come atto di cura, a cui gli analisti si ispirano, cercando di riattivare funzionamenti bloccati e rimettendo in gioco le capacità di agency del soggetto, favorendone la riemersione (Ferruta, 2018). In Paul, l’aspettativa di incontrare una persona che coglie il suo bisogno di essere colto, non cessa mai, rivolgendosi a suoi lettori e, in ultima analisi, al figlio, quando questo si unisce a loro. È lì, sul finale, che il protagonista esprime la sua felicità, ovvero un attimo di provvisorio accordo tra il desiderio, la realtà, e il legame con gli altri, momento in cui la vita psichica torna ad avvertirsi pulsante (Barale, 2025). Il film di Donzelli è un inno alle passioni silenziose: Paul continuerà a non lavorare la mattina… perché la mattina scrive. Chi con lui?
Referenze
Barale, F. (2025). Una eudaimonia psicoanalitica? Psiche. Rivista di cultura psicoanalitica. Il Mulino.
Bastianini, T., & Ferruta, A. (a cura di). (2018). La cura psicoanalitica contemporanea. Estensioni della pratica clinica. Roma: Giovanni Fioriti Editore.
Green, A. (1996). Il lavoro del negativo (trad. it.). Roma: Borla.
Winnicott, D. W. (1971). La creatività e le sue origini. In Gioco e realtà. Roma: Armando Editore.