Un rifugio dentro di me
di Anne Booth e David Litchfield
A cura di Noemi Lucrezia Pepe
Un albo illustrato che parla del bisogno fondamentale di dare spazio al dolore come esperienza personale e collettiva.
Per la stesura del testo, infatti, l’autrice si è ispirata alle parole di una vittima dell’Olocausto che invitava a dare spazio dentro di sé al dolore e alla tristezza come unico modo per avere sollievo:

“Date al dolore tutto lo spazio e il rifugio dentro di voi che si merita,
perché se ciascuno sopporterà il dolore con onestà e coraggio, la pena che ora affligge il mondo si attenuerà.
Ma se, invece, riserverete lo spazio dentro di voi all’odio e alla vendetta – da cui nascerà nuovo dolore- allora la pena, in questo mondo, non cesserà mai.
Se avrete dato al dolore lo spazio che esso richiede, allora potrete veramente affermare:
com’è bella e ricca la vita!”.Esther ‘Etty’ Hillesum (15 Gennaio 1914 – 30 Novembre 1943)
“Tristezza è venuta a trovarmi, e così ho deciso di crearle un rifugio.”
L’albo inizia con questo messaggio semplice e potente: sostenere con coraggio la visita della tristezza, senza rifuggerla o lasciarla fuori a tutti i costi. Come dice un’espressione popolare, spesso le cose che facciamo uscire (volontariamente?) dalla porta poi rientrano dalla finestra. Tanto vale allora accoglierle.
La tristezza sembra coglierci alla sprovvista e ci mette in relazione all’altro, al bisogno di averlo accanto. Bowlby, teorico dell’attaccamento, sosteneva che la tristezza avesse un ruolo fondamentale per la sopravvivenza in quanto spinge il bambino a ricercare il genitore quando non lo trova vicino per ripristinare il senso di sicurezza alla base dell’esplorazione.
Spesso, rispetto alla tristezza si corre subito ai ripari, provando a scacciarla, a distrarsi, a negarla… ma non è così che passa, anzi, sembra durare più a lungo. Bisogna invece darle una possibilità, uno spazio, al pari delle altre emozioni.
Alla tristezza in questo albo le si crea un rifugio accogliente in cui farla sentire la benvenuta. Un rifugio che le lasci spazio di movimento, che permetta di ascoltarne i bisogni e accoglierli senza farsene spaventare.
Un rifugio, quello di questo albo, particolare.
In psicoanalisi, John Steiner definisce “rifugi” quei “luoghi della mente” in cui il paziente si colloca per proteggersi dalla violenza delle angosce o dal dolore mentale. Nel rifugio ci si ritira dalla realtà e dal contatto con gli altri e in esso non può avvenire alcuno sviluppo. Winnicott, a partire dalla presenza o meno di una buona esperienza nella relazione precoce madre-bambino, distingue tra la fantasia immaginativa, essenziale allo sviluppo in quanto esperienza creativa, e il ritiro nell’immaginazione che segnala la presenza di un’attività mentale di carattere dissociato.
Nella clinica è importante poter distinguere una natura benigna e autoprotettiva dei rifugi, da una invece maligna, una fuga in una dimensione di “non contatto” che intacca i processi di pensiero.
Il rifugio può avere un aspetto di difesa onnipotente, come luogo della mente di cui il paziente fa uso per evitare il contatto con gli altri e con la realtà, e che diventa una sorta di medicazione necessaria per l’Io danneggiato (Steiner, 1993) ma anche, al contempo, un aspetto involutivo, devitalizzante e mortifero in cui non può avvenire alcun sviluppo “Ma non è un’isola fiorita. È un bunker. Dopo un po’ manca l’aria”, mi disse un paziente.
Il rifugio dell’albo è, invece, un luogo accogliente, confortevole, con una finestra per far entrare il mondo esterno o semplicemente osservarlo, delle tende per trovare un po’ di privacy, ma anche candele e lampade per renderlo luminoso o buio a seconda delle necessità; un luogo resistente per l’inverno ma anche con un bel giardino per le giornate primaverili. Un rifugio che in questo senso rimanda a qualcosa di protetto, un luogo in cui ci si ritira provvisoriamente per trovare conforto ma con un continuo rapporto con l’esterno che può entrare e uscire a piacimento.


Un luogo di cura, in cui la tristezza viene curata, accudita.
Il rifugio dell’albo può essere la stanza di analisi in cui il paziente porta la sua tristezza, la deposita, la lascia lì in un luogo sicuro e fidato e la va a trovare quando ne ha voglia, quando ne ha bisogno, la prende per mano e poi si dedica anche ad altro. Spesso i pazienti definiscono la stanza di analisi e il loro tempo della seduta il loro “rifugio”, che forse ha proprio l’accezione dell’albo.
La tristezza e il bambino dell’albo sono espressione sia del rapporto con il proprio mondo interno sia del rapporto analista-paziente, in cui ci si sta vicini pur stando separati.
“E guarderemo il mondo e scopriremo quanto è meraviglioso (o forse no). Insieme”.
Il valore aggiunto, anche in terapia, è proprio la relazione terapeutica, guardare alle cose e scoprirle insieme a qualcun altro che ci accompagni in maniera rispettosa.