Balletto “McGregor/Maillot/Naharin”
Teatro alla Scala di Milano, 18-28 Marzo 2026
A cura di Elisabetta Astori

Nel corso del ‘900, discipline apparentemente lontane come la psicoanalisi e la danza contemporanea, hanno iniziato a condividere un terreno comune: l’esplorazione dell’interiorità umana. Se la prima indaga l’inconscio principalmente attraverso la parola, la seconda lo porta alla luce attraverso il corpo. In entrambe ciò che conta non è solo ciò che è visibile e, o, dicibile, ma soprattutto ciò che emerge dalle profondità dell’essere ed è meno accessibile. La danza contemporanea esprime quindi attraverso il linguaggio del corpo emozioni il più delle volte sganciate da trame, come invece succedeva nella danza classica. La musica e la scenografia rimangono uno sfondo e un corollario imprescindibili della risonanza emotiva della performance.Alla Scala di Milano sono in corso le rappresentazioni di tre spettacoli di altrettanti coreografi contemporanei di grande valore che bene esemplificano diversissimi linguaggi espressivi della danza contemporanea.
La prima coreografia dell’inglese MacGregor, si chiama Chroma. La scena è minimalista, le luci sono fredde e intermittenti, le musiche, di Joby Talbot e Jack White III, fortemente ritmate, scandiscono con tempi diversi i complessi movimenti dei corpi dei ballerini, che il coreografo ha immaginato come architetture che si muovono nello spazio. Attraverso lo sguardo e l’udito lo spettatore entra in risonanza con emozioni profonde che sente a sua volta nel corpo attraverso il ritmo cardiaco, il respiro, la tensione e l’incantamento estetico, quasi un’attrazione ipnotica per quanto succede sul palcoscenico; a ognuno, poi, le sue associazioni libere su quanto si esprime sulla scena.
La seconda coreografia del francese Maillot si chiama Dov’è la luna? Un pianoforte suona una musica intima e struggente – di Alesandr Skbjabin – mentre un piccolo gruppo di ballerini si muove a tratti con gesti lenti, a tratti più accelerati, su una scena poco illuminata. Il coreografo descrive il suo lavoro come una trascrizione artistica dello stato d’animo della tristezza, del lutto, ma anche della “luce” e della pacificazione, correlata al vissuto personale della perdita del padre.
Nell’ultima coreografia dell’israeliano Naharin lo spettatore si trova ancor prima dello spegnimento delle luci attratto dai movimenti e dai gesti di un ballerino in smoking che si esprime come un mimo o un attore muto. Estrema vitalità e dialogo diretto con il pubblico sono le caratteristiche principali di questa travolgente coreografia, in cui tra le prime battute, si ode una voce fuori campo che dice: “Qual è la linea sottile che separa la follia dalla sanità? La stessa flebile barriera che separa la fatica dall’eleganza”: affermazione non così chiara ma in qualche modo programmatica di un lavoro che nella sua esuberanza e variabilità non perde mai il senso di coerenza e compiutezza. Il finale sorprendente ha come sottofondo musicale un cha cha cha di Don Swan; la compagnia sfonda lo spazio del palcoscenico e sceglie tra il pubblico ballerini improvvisati preferibilmente dai vestiti sgargianti. Il coinvolgimento di una piccola parte del pubblico è contagioso, con tutti i presenti parte di una unica compagnia di danza, accomunata da quel naturale e primordiale desiderio di muoversi al suono della musica.
Per concludere, le tre coreografie, attraverso il colore interno del movimento, il Chroma, e attraverso sublimi qualità espressive ad alto contenuto emotivo, si sono dimostrate capaci di dare corpo a ciò che non si riesce ad esprimere con le parole.