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Ex libris

“Ex Libris” di Gabriella Mariotti

“Ex Libris”
di Gabriella Mariotti

 

Nel mio cuor nell’anima c’è un prato verde

che nessuno ha mai calpestato

Se tu vorrai conoscerlo cammina piano perché

nel mio silenzio anche un sorriso può fare rumore

(Mogol- Battisti)

In ogni essere umano ci sono spazi segreti e privati del sé (Winnicott, Khan) in funzione più o meno difensiva, aree di fragilità, punti delicati e dolenti, che ad essere anche soltanto sfiorati determinano un immediato ritiro, come si fosse vittime del pungiglione di una vespa. A volte ne siamo consapevoli, a volte no, e in questo secondo caso la chiusura è ancora più immediata e rigida.

Accade sempre più frequentemente di questi tempi, poiché il clima che stiamo vivendo attiva allarme, disillusione e rabbia. Quest’ultima, difensiva e offensiva, spinge a ferire l’altro, incuranti proprio di quelle che potrebbero essere le sue aree di fragilità. Sulle proprie, di aree di fragilità, si tace fino a che non si incontri, a nostra volta, la propria nemesi, in veste di vespa puntuta.

Ma se si vuole trovare l’intima vicinanza con l’altro, allora bisogna rispettare il prato verde di cui canta Battisti, si deve camminare piano e delicatamente. “Gentilmente”, potremmo dire, ancora con Battisti: bisogna “dolcemente viaggiare senza strappi al motore, evitando le buche più dure, rallentando per poi accelerare”.

Tuttavia questi non sembrano tempi di gentilezza e dolcezza, di rispetto per sentimenti di solidarietà o amicizia, semmai guardati quasi con sospetto, come se potessero comportare il venir meno degli aspetti performativi dell’impegno.

Eppure sappiamo quanto sia necessario, quando avvertiamo la fragilità dell’altro, un tocco rispettoso nel confronto reciproco e quanto, pur nella più vivace delle discussioni, sia utile una sorta di condivisione non sul contenuto della discussione stessa, quanto sull’obiettivo di comprendere meglio, di acquisire un arricchimento, forse sulle posizioni dell’altro ma certamente sulle proprie, messe alla prova e approfondite grazie al dibattito, alla necessità di difenderle, all’opportunità di confrontarle. Ciò vale, appunto, quando ci si avvia a uno scontro di opinioni, tanto più se sono coinvolti valori profondamente interiorizzati: capacità di pensare e determinazione a rispondere anche duramente non significano, né tantomeno implicano, la ricerca del punto di fragilità dell’altro per poterlo tacitare con la violenza.

Frequentemente mi è valsa in seduta, questa delicatezza, quando mi è accaduto di “sentire” nella mente il brano di Lucio Battisti, e non sono mai riuscita a trovare parole più adatte a rappresentare la necessità di avvicinarmi ad alcune aree del mondo interno del paziente, se non al paziente stesso, con estrema cautela. Talora ho davvero avuto la sensazione esatta che “anche un sorriso può fare rumore”: fisicamente sento di potermi muovere solo lievemente, mentre il silenzio rivela piccoli rumori che abitualmente non si colgono e ogni parola va soppesata emotivamente. Procedendo, sappiamo che toccheremo ferite e sensibilità dolorose, che forse abbiamo iniziato a “smantellare” un falso sé, che ci avviciniamo a qualcosa di più prossimo al vero sé, protetto con la mimetizzazione perché minacciato da rifiuti mortiferi. Ed è esattamente in questo momento che il terapeuta deve saper dar prova di capacità del negativo e contemporaneamente saper comunicare al paziente l’altra faccia della medaglia, quella di non aver paura del suo dolore, della sua rabbia e della mimesi distruttiva pronte a scattare in difesa.