“Ex Libris”
di Gabriella Mariotti
“L’albero tutto storto nel cortile
Addita il suolo cattivo, ma
I passanti gli danno dello storpio
E hanno ragione.”
Bertolt Brecht (1938-1941)

Mi è capitata tra le mani questa poesia di Bertolt Brecht, e come mi era già accaduto tempo fa ho provato un sussulto di stupore: derisione dello storpio, di colui che non ha colpe della propria “stortaggine”?!
E invece, come è facile immaginare, data l’attenzione brechtiana alla polis e alla sofferenza del proletariato, la sua poesia ci parla, o quantomeno così è risuonata in me, della responsabilità personale. Crimini di guerra e genocidi, come nazismo-apartheid docet, si rifugiano dietro una sorta di responsabilità collettiva o, ancor di più, si spacciano come necessità onorevole di obbedienza all’ordine dei superiori ai quali sia stata giurata fedeltà, e in fondo pare sempre colpa dell’altro, pare solo difesa. E’, come dire, colpa del suolo cattivo, una colpa che l’albero “storto”, di conseguenza, non può assumersi soggettivamente.
In realtà, ciò che sollecita la poesia è esattamente l’opposto: non scaricare sul suolo cattivo la responsabilità delle tue personali stortaggini.
Anche Freud indicava quanto fosse sottile la vernice di civiltà che ci protegge dalla “stortura”, ma altresì aggiungeva che, se tale vernice viene introiettata profondamente, liberarsene non è facile: essa diviene parte di noi, al punto da non consentire di stortarci, quantomeno non del tutto, o ripigliandoci in tempo, come successe a lui.
Tutto ciò riguarda molto da vicino il lavoro dello psicoanalista e dello psicoterapeuta: quante volte ci si chiede come potremo aiutare quell’albero a crescere dritto quando il suo ambiente è così malato e tossico? Quando il suolo è cattivo e lo avvelena? Eppure, anche in questi casi, attendiamo e promuoviamo il momento in cui il paziente possa chiedersi “che cosa sto facendo della mia storia? E’ una storia brutta, velenosa, tossica, ma perché io me la sto portando dietro invece di liberarmene?” Per molti è fonte di sollievo rendersi consapevoli che davvero è possibile liberarsene, senza colpe e senza appartenenze, per altri non sempre è un sollievo, poichè è proprio quella storia che legittima (soggettivi) desideri di violenza, crudeltà, odio, un alibi che copre appunto la responsabilità personale.
Che il suolo cattivo esista è dunque indiscutibile, come è indiscutibile che l’ambiente e la relazione siano componenti fondamentali della personalità. Nel profondo disagio dei nostri adolescenti e giovani adulti appare evidente che il parlar di guerra, di bomba atomica, di perdenti, di civiltà da distruggere, sia un terreno tossico, un nutrimento velenoso che legittima e attiva violenza e agiti. Ma che ne facciamo noi, in terapia, di questo suolo cattivo? Una concausa, certo. Un elemento del e dal quale aiutare il paziente a liberarsi. Ne riconosciamo la potenza distruttiva, ma al contempo ci muoviamo sul difficile crinale tra il riconoscimento della sofferenza del paziente e la necessità di non colludere con l’immagine della vittima a tutto tondo: c’è sempre una via d’uscita, c’è sempre una libertà dal tiranno interno, depositato lì proprio dalla storia originaria, dal suolo tossico.
In questo c’è la responsabilità soggettiva, sia del paziente sia dell’analista, e soprattutto per quest’ultimo si tratta di resistere al fascino malefico della collusione narcisismo-masochismo, quella mortifera illusione che, come ha insegnato Davide Lopez, elegge la vittima come gratificante specchio della propria pietà.