“ANDATA E RITORNO”:
UNA SOFFERTA ESPERIENZA
di Cristina Feri

Giovanni Repossi
Dopo oltre trent’anni di esperienza di rapporto con soggetti psicotici, chi scrive non sa uscire dall’incontro con un soggetto schizofrenico, da una massa confusa di stati d’animo e di pensieri che mi sforzerò di schematizzare (…).
La persona che mi sta davanti con il suo comportamento “diverso” induce in primo luogo un movimento di fascinazione, ove si intrecciano curiosità e simpatia, bisogno di testimoniare in una qualche maniera significativa il mio desiderio di avvicinamento, di comprensione e di aiuto, anche se so che mi chiederà molto di più di quanto non sia disponibile a dargli. (…) Sono però respinto, inchiodato al mio ruolo. Intuisco che la paura e la diffidenza del soggetto lo inducono a vivermi come nemico (…). Sento che la di là di ogni mia intenzione cosciente una parte di me risponde con una paura e una diffidenza simmetrica. (…)
Molte volte il discorso finisce qui, inghiottito dalla routine degli atti professionali. Ma in altre circostanze o per la particolare capacità di empatia del soggetto o per una mia peculiare disponibilità, questa situazione di stallo evolve, in quanto riesco a vivere la straordinaria qualità della solitudine e della sofferenza che il “mio” paziente esprime, riesco ad immaginare la densità temporale di violenze e di fraintendimenti che ha subìto e me ne sento responsabile in quanto esponente di quel mondo di “sani” che mi ha conferito una delega professionale. (…)
Sono invaso da un profondo sentimento di disperazione. In questa dimensione di dolore depressivo ho però l’impressione di aver fatto un piccolo, ma importante passo verso chi mi si rivolge. (…) Se il lettore fosse infastidito da questa esposizione sentendola troppo personale o retorica potrei dire (…) che un progetto psicoterapico non è un atto isolato, ma si costituisce come una “Gestalt” nell’operatore attraverso una sofferta esperienza ed un meditato studio, che riguarda tutte le operazioni di scambio con i suoi pazienti”.
Dario De Martis, In tema di psicoterapia delle schizofrenie (1984)
Nell’ultimo mese alcuni terribili episodi di cronaca hanno riportato l’attenzione sulla malattia psichica e sull’importanza del lavoro dei servizi di salute mentale. A Catanzaro una madre si uccide, gettandosi dal terzo piano della sua casa e portando con sé i suoi tre bambini di 6 e 4 anni e di 4 mesi. La bambina di 6 anni si è salvata. A Modena, un giovane uomo poco più che trentenne lancia la propria automobile sulle persone che passeggiano in una via cittadina: semina terrore e lascia dietro di sé 8 feriti, alcuni dei quali gravissimi, e in molti il terrore suscitato da un gesto tanto distruttivo quanto inspiegabile. Al cospetto di questi fatti tragici, le narrazioni che circolano – nei mezzi di informazione, nel discorrere quotidiano – tornano a dare voce alla diffidenza e alla paura verso “il folle”, e raccontano di una psichiatria offuscata, povera (di slanci, di sollecitudine, di idee e visioni, prima ancora che di personale e di mezzi), via via sempre più smarrita, impaurita e confusa al cospetto dei cambiamenti della società di cui pure è parte integrante. Una psichiatria marginale, ripiegata spesso su se stessa, in difesa, quando non afona. Della sofferenza della psichiatria, dei suoi utenti e dei suoi operatori, se ne parla molto all’interno dei servizi, nei convegni, spesso fermandosi, però, alle pur giuste lamentele per la scarsità degli investimenti e delle risorse umane e materiali. Tanto dolore rischia di annichilire, anestetizzare, sopprimere ogni possibilità di nutrire fiducia nella comune umanità, nei nostri mezzi attuali o che aspettano di essere creati. È utile, allora, ricordare che esiste un’altra sofferenza, propria degli operatori psichiatrici, una sofferenza negletta, dimenticata da molti e proprio per questo terribilmente necessaria. Il lavoro di ogni operatore della salute mentale poggia su tre pilastri che ne definiscono anche i limiti. Il primo pilastro è quello del sapere teorico, acquisito e aggiornato attraverso una rigorosa e solida formazione professionale, mai conclusa. Il secondo pilastro è quello dei principi e delle leggi che nella nostra società autorizzano, regolano e supportano l’applicazione del nostro sapere specifico: essi sono la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo del 1948 e la Dichiarazione dei Diritti della persone con disabilità (ratificata dallo Stato Italiano nel 2009), la nostra Carta Costituzionale (27 dicembre 1947), la Legge 180 del 1978, la legge di riforma della sanità penitenziaria (n. 244 del 2007) e la legge che abolisce gli OPG e istituisce le REMS (legge n. 81 del 2014). Includerei qui anche alcune norme organizzative (penso al Progetto Obiettivo sulla salute mentale) necessarie a dare corpo, braccia e gambe ai servizi di salute mentale. Il terzo pilastro è quello che potremmo chiamare della “sofferta esperienza”. L’espressione, in realtà, non è mia ma di Dario De Martis[1], e vuole indicare un modo di entrare e di stare in relazione con l’altro sofferente che non solo sia aperto a sentirne il dolore ma a lasciarsene trasformare. Dario De Martis apparteneva a quella tipologia di psichiatri per i quali non esistono fatti umani che si danno in modo neutro e una volta per tutte (questo è un delirio persecutorio… quest’altro un sintomo ossessivo…. questo ancora un disturbo alimentare…. e così via); il suo lavoro come psichiatra (ma potremmo estenderlo a tutte le professioni della salute mentale) poggiava sulla scoperta, fatta nel secolo scorso, che non esiste esperienza umana – per quanto dolorosa, aliena o estranea rispetto alla realtà condivisa – che sia priva di senso. Solo che trovare questo senso, prima di tutto dentro di sé e solo dopo restituibile e condivisibile con l’altro, non è facile. È faticoso, è una sofferenza: una sofferta esperienza. Essa è sempre un’esperienza individuale, personalissima ma ha bisogno di essere condivisa e partecipata in un gruppo, proprio come il senso di realtà (la realtà del proprio mondo interno come del mondo là fuori) necessita per esistere davvero almeno di un altro vivo che lo senta e lo condivida, anche solo per un istante. E quanto più la sofferenza avvicinata, che travolge e scompagina ogni nostra certezza è grande, tanto più non si può essere lasciati soli a fronteggiarla, a cercarne il senso autentico. È la condivisione nel gruppo (quello che un tempo si chiamava équipe) che garantisce a ciascuno di rimanere vivo, a proteggere da pericolose spinte onnipotenti, ad arginare derive ideologiche. Questo pilastro che sembrava solido, è come svanito. Le pietre e i mattoni che lo compongono sono però patrimonio comune, frutto in gran parte della ricerca psicoanalitica: all’inizio Freud, Jung, Abraham, Federn, Klein, in seguito l’evoluzione del concetto di controtranfert, la capacità negativa e il contributo bioniano alla comprensione dei processi psicotici, i contributi di Searls, Rosenfeld, Green, Racamier, Aulagnier, Bollas, Gabbard, Kernberg; fino all’oggi con Barale, Correale, De Masi, Ferruta – solo per citare alcuni degli psicoanalisti italiani che molto hanno lavorato con i pazienti gravi dentro e fuori dall’istituzione. Sempre più spesso, nel linguaggio degli addetti ai lavori (ma, paradossalmente, persino in quello di alcuni pazienti) sono sparite le persone, sì sofferenti, ma con un nome, una storia, dei desideri, dei bisogni nello stesso tempo comuni e unici. Al loro posto ci sono dati “clinici” trattati come oggetti solidi, concreti, da collocare al giusto posto, proprio come gli oggetti in uno spazio. Senza la sofferta esperienza, l’azione terapeutica si fa cinica, il nostro lavoro è circoscritto dai due primi pilastri, ridotta cioè a applicazione di mere conoscenze tecniche o a sudditanza sadomasochistica a norme e regole vissute come fine ultimo (“ho rispettato i protocolli… mi sono attenuta al regolamento aziendale, …. ho fatto la mia parte, del resto non mi occupo”) o come ingiuste e vessatorie. Senza la sofferta esperienza, ciascuno rimane solo ad affrontare la sofferenza poiché a questa è sottratto ogni senso e valore; ciascuno rimane solo perché nessuno ricerca con appassionata curiosità e fiducia il senso delle cose, senza alcuna certezza di trovarlo, né per sé né per gli altri. Senza la sofferta esperienza, senza il terzo pilastro, si sta male, tutti. Si soffre in modo sordo, grigio, spento, come sempre più avviene nei nostri servizi, sia che siamo gli ultimi sopravvissuti del servizio spogliato di risorse umane e materiali, sia che siamo gli ultimi vivi – perché ancora capaci di sentire e di soffrire – tra altri alieni alla sofferenza, forse molto operativi e attivi ma lontani dal cuore delle faccende umane. Vale la pena riscoprirla e farla nostra, oggi.
[1] De Martis D., In tema di psicoterapie della schizofrenia, in De Martis D. Realtà e fantasma nella relazione terapeutica, Il Pensiero scientifico editore, 1984, pp 167-170.