Skip to main content
Freud in Fabula

“Il viaggio pericoloso” di Tove Jansson. A cura di Noemi Lucrezia Pepe

“Il viaggio pericoloso” di Tove Jansson.
A cura di Noemi Lucrezia Pepe

Questo albo sembra un inno alla noia che se non osteggiata può trasformarsi in una risorsa preziosa.

Può essere considerato un addio alla Valle dei Mumin, una serie di avventure creata dall’autrice finlandese nel 1945 che attraverso simpatici personaggi, i Mumin appunto, celebra la libertà, la tolleranza, l’amore per la natura e l’accettazione dell’altro.

“Un viaggio pericoloso” viene pubblicato nel 1977 ma arriva in Italia solo adesso, nel 2026, e affronta temi profondamente attuali come il rapporto con la noia e la ricerca di un altrove rispetto ad una realtà minacciosa e deludente.

Sembra che l’autrice abbia scritto questo racconto in seguito alla morte della madre e ad un viaggio in Giappone, di cui si intravedono le tracce dell’uno nella trama e dell’altro nelle illustrazioni ad acquarello.

L’incipit del racconto richiama “Alice nel paese delle meraviglie” di Carroll (che la Jansson aveva peraltro illustrato nel 1966): c’è una bambina annoiata, Susanna, che perde gli occhiali nel prato e ne trova un altro paio… e indossandoli è tutto diverso, viene catapultata in un altro mondo. La noia e il cambiare le lenti con cui si guarda al mondo proiettano Susanna in un mondo di avventure inaspettato.

Per Jean-Paul Sartre la noia non è solo uno stato psicologico banale, ma una vera e propria esperienza esistenziale che rivela qualcosa di profondo sulla condizione umana.

Nel quadro dell’esistenzialismo, Sartre vede l’essere umano come “condannato alla libertà”: non c’è un’essenza prestabilita, ma si deve scegliere continuamente chi essere. La noia emerge proprio quando questa libertà si mostra in tutta la sua nudità e smaschera il senso, spingendo a trovarne un altro. Questa libertà può essere anche molto angosciante e la noia diventa quindi una potenziale porta verso l’angoscia esistenziale.

Sempre più spesso i giovani sembrano trovarsi in questo stato angosciante e paralizzante legato apparentemente proprio ad un eccesso di libertà, di innumerevoli possibilità di scelta che al posto di facilitare paralizzano.

La noia, come dice Sartre, può essere un momento scomodo ma rivelatore, in cui il mondo perde significato e noi siamo messi di fronte alla nostra libertà assoluta e al fatto che siamo noi a dover costruire il senso.

Il mondo in cui Susanna è catapultata, dagli scenari angoscianti a quelli più rassicuranti, rappresenta un suo tentativo di costruzione di senso, anche rispetto alla possibilità di attraversare l’angoscia per approdare a luoghi più sicuri.

La noia è il tramite per questa possibilità.

“Ieri, oggi e domani
È sempre tutto uguale,
non finirà mai più…
è una noia mortale!
Magari capitassero
Pericoli e sciagure!
Basta con questa barba,
ho voglia di avventure!”

è annoiandosi che si crea lo spazio per un desiderio, per un pensiero “trasgressivo”.

Siamo in un periodo storico in cui i bambini e i ragazzini sembrano non sapersi annoiare, o tollerare di essere annoiati, abituati come sono a facili riempitivi oramai assicurati dai dispositivi digitali. “Mi annoio! Non so cosa fare!” sembra un’esperienza intollerabile, spesso anche per i genitori che mal sopportano di vedere il proprio figlio annoiato e si inventano di tutto per riempirgli ogni secondo della quotidianità. Sartre direbbe che queste sono strategie per non affrontare la nostra libertà radicale. Libertà che ci pone di fronte a degli spazi vuoti, dove far circolare pensieri ed emozioni che nel vuoto è possibile sentire e trasformare in desiderio. Un vuoto con cui sembra sempre più difficile imparare a stare e che siamo costantemente invitati a colmare.

Se per Sartre la noia espone il soggetto al vuoto di senso e alla necessità di costruirlo autonomamente, per Freud e, in seguito, per autori come Otto Fenichel, essa rappresenta piuttosto una condizione di tensione libidica bloccata: non assenza di desiderio, ma desiderio senza oggetto. In questo senso, il “vuoto” di cui parla Sartre è abitato da una spinta pulsionale che non riesce a trovare una meta adeguata, spesso perché il soggetto resta legato a un ideale narcisistico di pienezza. La noia diventa così uno spazio ambivalente: da un lato difesa dal confronto con la perdita e con il limite (ciò che Freud descrive come rifiuto del lutto) dall’altro, se attraversata, apertura possibile verso nuovi investimenti e quindi verso una rinnovata costruzione di senso. In questa chiave, il viaggio di Susanna può essere letto come una messa in scena simbolica di questo passaggio: la noia iniziale è condizione generativa che apre a un movimento desiderante, permettendo alla protagonista di attraversare l’angoscia e di costruire, progressivamente, nuovi significati.

Le immagini sottolineano questo passaggio: da acquarelli dai colori scuri, inquietanti, si arriva a tavole dai colori pastello, che esprimono un senso di sollievo e serenità. C’è un climax scandito dalle rime tra paura ed eccitazione che si riflette anche nelle illustrazioni.

I compagni di viaggio di Susanna appartengono al catalogo di creature della Jansson. Insieme si mettono in viaggio attraversando pericoli finchè non arriva un aiuto dal cielo, una mongolfiera che li porta alla Valle dei Mumin.

La Valle a cui arrivano Susanna e i suoi compagni di avventure è un luogo accogliente rispetto ad una realtà sempre più minacciosa da cui bisogna scappare. Rappresenta la ricerca di quell’altrove a cui anelare rispetto ad una realtà afflitta da guerre, crisi climatiche, ingiustizie sociali: per alcuni un altrove esclusivo, per altri un altrove da sfidare o, per altri ancora, un altrove perduto e da ritrovare.

La Valle in quest’ottica diventa anche un luogo di Resistenza, rispetto alla brutalità del mondo e dove preservare un senso di collettività, rispetto e giustizia.

Quando tutti sono ricongiunti nella Valle Susanna può tornare a casa, con la consapevolezza di poter accedere e tornare a quel luogo sicuro ogni volta che ne ha bisogno.

Forse il viaggio di Susanna è anche un viaggio nel processo dell’elaborazione del lutto (della madre della Jansson) che approda in un luogo sicuro, interiorizzato, a cui accedere nei momenti di malinconia e sconforto.

“e andando sul sentiero,
si domandava assorta
se era poi tutto vero…
ma forse non importa.”

Non si sa se Susanna abbia sognato oppure no. Può essere stato un sogno nel sonno, oppure un “sogno della veglia”, un modo della mente di Susanna di elaborare e trasformare elementi emotivi, di rendere pensabile qualcosa di caotico. Oppure ha “solamente” fantasticato. Fantasticare d’altronde è una funzione centrale della vita psichica legata al desiderio e alla costruzione del sé ed è una sorta di prolungamento del sogno.

In questa prospettiva, la noia non si configura come semplice assenza, ma come condizione liminare in cui il soggetto, attraversando l’angoscia, può riattivare il circuito del desiderio e riaprire alla possibilità di nuovi investimenti psichici.

Come nel viaggio di Susanna, la noia può fungere da dispositivo trasformativo: non semplice assenza da colmare, ma spazio da attraversare, scena da abitare.