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Freud in Fabula

IL LITIGIO LITIGATO Sara Di Matteo + Giulia Ceccarani A cura di Noemi Lucrezia Pepe

IL LITIGIO LITIGATO
Sara Di Matteo + Giulia Ceccarani
A cura di Noemi Lucrezia Pepe

In questo albo a prendere la parola sono i litigi: i Piccoli Litigi, buon Grattacapo, signor Uffa, Malumore, Malincuore, Vecchio Litigio. Il dialogo vivace e ironico tra questi personaggi, che può essere letto anche come una rappresentazione del dialogo interno tra diverse parti del Sé, porta ad esplorare la natura del conflitto, le sue sfumature e le sue funzioni. L’albo mostra come il litigio possa costituire un’esperienza preziosa di crescita e trasformazione, ma anche come possa irrigidirsi e assumere forme profondamente disfunzionali.

Il “buon Grattacapo” spiega che ci sono tanti tipi di litigi. Ci sono i litigi tra bambini, tra adulti, tra fratelli, tra genitori… Ci dice anche saggiamente che si può litigare di più e di meno, meglio o peggio. Bisogna imparare a litigare affinchè i litigi siano ben riusciti, ovvero abbiano una funzione evolutiva e trasformativa. Affinchè la rabbia possa essere canalizzata e pensata e non semplicemente evacuata e agita. A volte i bambini sono in grado litigare meglio degli adulti che perdono la capacità di dirsi come si sentono, di comunicare le proprie emozioni “se ci fosse un bambino, ricorderebbe al grande che si può dire all’altro come ci si sente, così di certo si litigherebbe più in piccolo oppure si litigherebbe meglio”.

Esiste quindi una capacità di litigare. Da dove arriva questa capacità?

Si costruisce all’interno delle prime relazioni e dei modelli offerti dal contesto di sviluppo. Non è tanto l’assenza di conflitti a costituire un ambiente favorevole alla crescita, quanto la possibilità di vivere conflitti che possano essere attraversati e riparati. Per i bambini è importante vedere che ci si può arrabbiare senza distruggere il legame, che ci si può separare nelle idee senza annientarsi, che dopo una rottura è possibile ritrovarsi. La fiducia che al litigio possa seguire una riparazione rende il conflitto meno disperato e meno minaccioso, consentendo di sperimentarlo come occasione di conoscenza reciproca e di cambiamento.

La capacità di litigare non è innata, ma rappresenta quindi una competenza evolutiva che prende forma all’interno delle prime relazioni significative. È il contesto di sviluppo a offrire al bambino un modello implicito di gestione del conflitto attraverso la possibilità di viverli in un clima sufficientemente sicuro, in cui la relazione sopravvive alla rabbia, alla frustrazione e alla delusione.

Da una prospettiva psicoanalitica, questa esperienza richiama il tema della riparazione elaborato da Melanie Klein: la possibilità di riconoscere la propria aggressività senza esserne dominati e di ricostruire il rapporto con l’altro rappresenta un momento fondamentale dello sviluppo emotivo. Anche Winnicott sottolinea l’importanza di un ambiente “sufficientemente” affidabile, capace di contenere gli stati affettivi intensi e di permettere al bambino di farne esperienza senza esserne sopraffatto. Non è il conflitto a essere pericoloso, ma l’assenza di uno spazio psichico e relazionale che lo renda pensabile. Bion sottolinea l’importanza della funzione di contenimento: la capacità dell’adulto di accogliere, pensare e trasformare le emozioni primitive del bambino permette a quest’ultimo di sviluppare progressivamente una mente capace di fare lo stesso con i propri stati interni.

Imparare a litigare significa quindi imparare a pensare. Significa trasformare l’impulso in parola, l’agito in rappresentazione, la rabbia in possibilità di comunicazione.

Il conflitto è parte costitutiva della nostra esistenza; ogni relazione è permeata di conflitti diversi per intensità, strascichi e conseguenze. Il conflitto è per definizione dinamico: un segnale di forze in gioco, di evoluzione, di tensione e di vita. Un segnale di vitalità.

Per Freud il conflitto è un fattore essenziale dello sviluppo mentale, così come della possibilità di un suo arresto. Ciò che conta non è eliminare il conflitto, ma renderlo trasformabile attraverso il pensiero, il linguaggio e la relazione.

Spesso il litigio è visto come qualcosa di negativo “non si litiga!” viene detto ai bambini. Ma nel litigio risiedono molteplici apprendimenti: la capacità di tollerare la frustrazione, di riconoscere il punto di vista dell’altro, di negoziare, di riparare e di trasformare la rabbia in comunicazione. Litigare è inevitabile e può diventare un’esperienza profondamente evolutiva quando permette di uscire dalla contrapposizione con una comprensione nuova di sé e dell’altro.

Anche il “Signor Uffa”, “che ognuno ha il suo”, ha bisogno di essere accolto. È quello che informa di un’insofferenza, di un’ingiustizia. Se ascoltato e “coccolato” diventa piccolino e fa spazio ad altro fino ad arrivare a sancire la fine di un litigio e l’inizio della riparazione. È una deposizione di armi.

E poi c’è il Litigio Litigato. Che cos’è un Litigio Litigato? È un litigio ingarbugliato, il litigio dei litigi…

“non lo fanno i bambini. Il loro è un semplice litigio e serve a dire quello che sentiamo nella pancia e nella testa, a imparare a litigare per poi imparare a fare pace.”

 Il Litigio Litigato è un litigio che litiga con un litigio e con altri innumerevoli litigi, una valanga inarrestabile che crea una matassa indistricabile di litigi.

Come ricorda Malincuore:

“Il Litigio Litigato è senza inizio e senza fine.

Il Litigio Litigato è smemorato, senza un prima e senza un dopo, sempre si è dimenticato dell’umanità.

Il litigio Litigato non è uno spiffero d’aria fredda, non è rumore, non è silenzio, non è un pasticcio da poco.

Purtroppo, è una cosa molto seria.

 Il Litigio Litigato è la guerra.”

 E cosa si può fare di fronte a questa catastrofe? Si può “ricordarsi di ascoltare, allenarsi a ricordare”.

Ascoltare significa riconoscere l’esistenza dell’altro anche quando è diverso o avversario; ricordare significa mantenere viva la memoria (non essere smemorati) delle ferite del passato per non esserne prigionieri e per non ripeterle.

Il “Litigio Litigato” rappresenta il fallimento dei processi trasformativi: è un conflitto che non riesce più a essere pensato, che perde memoria delle proprie origini e della comune appartenenza umana, alimentandosi attraverso una concatenazione infinita di rivendicazioni e ritorsioni.

Alla luce delle vicende mondiali attuali questo albo può essere anche uno strumento prezioso per parlare ai bambini di quello che stanno combinando gli adulti al mondo in cui vivono, in preda a una irrefrenabile distruttività che si manifesta in continui conflitti, incapacità di ascolto, impossibilità di accedere ad una memoria storica se non in modo rivendicativo, incapacità di apprendere dalla storia e dalle esperienze passate, prepotenza dei più grandi sui più piccoli… Litigi Litigati appunto, dove il conflitto perde la sua funzione evolutiva e si trasforma in una spirale distruttiva.

In termini psicoanalitici, potremmo dire che oggigiorno sembrano prevalere modalità di funzionamento dominate dalla scissione, dalla proiezione e dalla deumanizzazione dell’altro, con una progressiva erosione della capacità di simbolizzare il dolore proprio e altrui.

L’ascolto e il ricordo sono gli unici antidoti possibili: l’ascolto permette di interrompere la spirale della reazione immediata, mentre la memoria storica e affettiva consente di apprendere dall’esperienza invece di ripeterla compulsivamente.

Inoltre, un bambino che impara a “litigare bene” sviluppa anche la capacità di stare nel conflitto interno, di tollerare l’ambivalenza, di integrare amore e aggressività senza ricorrere alla scissione o all’annientamento dell’altro. È proprio questa competenza psichica che rende possibile la riparazione nelle relazioni intime e, su un piano più ampio, la costruzione di una cultura della pace fondata non sull’assenza del conflitto, ma sulla sua trasformazione.

Come diceva Fornari “la pace non è solo assenza di conflitto, ma capacità di elaborare il dolore senza trasformarlo in distruzione”.