LASCIATI ASSALIRE. Analisi di un rapace in picchiata.
Di Michele Casiraghi
Recensione a cura di Noemi Lucrezia Pepe
“Lasciati assalire” è un’esortazione, un invito al coraggio. Al coraggio di lasciarsi raggiungere da ciò che più temiamo, la nostra parte oscura, primordiale e istintuale. Quella parte che spesso cerchiamo di tenere a distanza, di controllare o addomesticare, ma che continua a bussare alla porta della coscienza. Michele Casiraghi sembra suggerirci che solo accogliendo ciò che ci assale possiamo davvero conoscerci. È un invito a rallentare la voracità del vivere, a interrompere la corsa incessante verso un altrove e a sostare, finalmente, dentro di sé.
Il romanzo intreccia e mette in scena le molteplici anime dell’autore: la formazione drammaturgica, l’esperienza nella comunicazione, la pratica della falconeria, il percorso psicoanalitico e una curiosità intellettuale che attraversa ogni pagina. Il risultato è un’opera che sfugge alle definizioni tradizionali. Non è soltanto un romanzo, né un memoir, né un saggio simbolico.

È un testo che si muove secondo le leggi del mondo interno, dove immagini, ricordi, sogni e riflessioni si rincorrono. La falconeria costituisce il cuore simbolico del racconto. Il rapporto tra il falco e il falconiere diventa una potente metafora, una sorta di espediente teatrale, della relazione con le parti più profonde di sé. Il falco non rappresenta semplicemente la componente istintuale, l’Es. È, infatti, certamente fame, aggressività, impulso, desiderio, ma è anche attenzione, capacità di attesa, precisione e osservazione. È un animale feroce e insieme profondamente relazionale, capace di una relazione intima e attenta. La sua natura non è incompatibile con il legame ma richiede un rapporto fondato sul rispetto reciproco. Il falconiere, dal canto suo, non domina il falco. Lo osserva, ne studia i tempi, ne riconosce i limiti, aspetta. Costruisce lentamente le condizioni perché possa nascere una fiducia reciproca. È difficile non riconoscere in questa relazione qualcosa che ricorda profondamente il lavoro analitico. Anche l’analista osserva senza invadere, attende senza forzare, rinuncia al controllo per lasciare che il paziente trovi progressivamente un modo nuovo di entrare in relazione con se stesso. Non addomestica l’altro, ma crea lo spazio affinché l’altro possa addomesticare le proprie parti più selvatiche. Questo parallelismo emerge con particolare forza nelle pagine dedicate all’analisi personale dell’autore e alla malattia del suo analista. L’incontro con la vulnerabilità di colui che fino a quel momento aveva incarnato una funzione di contenimento produce spaesamento, dolore, ma anche una nuova consapevolezza. Come il falconiere osserva il proprio falco con rispetto quasi reverenziale, così il paziente, durante l’analisi, osserva lentamente il proprio analista. Si affida a una persona sconosciuta che, silenziosamente, prende posto alle sue spalle mentre lui, sul lettino, espone i propri fantasmi, le proprie fragilità. È un’esperienza perturbante, che richiede fiducia prima ancora che comprensione.
Il romanzo è costruito in quattro parti, che ricordano quasi gli atti di una rappresentazione teatrale. Più che scandire la successione degli eventi, esse accompagnano un movimento interno: dall’infanzia alla “malinquietudine”, dalla tempesta necessaria fino all’insediamento finale. È il percorso di una soggettività che lentamente impara a conoscere se stessa. È significativo che Casiraghi scelga di dare un nome nuovo a uno dei momenti centrali del percorso: “malinquietudine”, un neologismo che fonde malinconia e inquietudine, dando nome a uno stato emotivo difficile da circoscrivere con le parole ordinarie. Non è semplicemente tristezza, né soltanto irrequietezza. È il dolore di percepire una mancanza senza riuscire a nominarla, il sentimento che qualcosa della propria vita chieda di essere vissuto pur non avendo ancora trovato una forma. “Non può mancarmi un desiderio sconosciuto, un impulso solo sognato, eppure è quello che mi sta capitando.” Questa intuizione sembra risuonare con il pensiero di Ogden, quando descrive il disagio che nasce dalle vite non vissute e dai sogni non sognati. Per Ogden esiste una sofferenza che non deriva tanto da ciò che abbiamo perduto, quanto da ciò che non abbiamo mai avuto il coraggio o la possibilità di immaginare e di vivere. È il lutto per possibilità rimaste inespresse, per aspetti del Sé che non hanno trovato uno spazio psichico in cui esistere. La malinquietudine del protagonista sembra abitare proprio questo territorio. È una nostalgia senza oggetto, un desiderio che precede la possibilità di essere pensato. Non riguarda ciò che manca nel mondo esterno, ma ciò che attende di nascere nel mondo interno. È il sintomo di una soggettività che avverte l’esistenza di una parte ancora inesplorata di sé e che non può più accontentarsi di vivere soltanto la vita che conosce. Ad abitare il viaggio del protagonista ad un certo punto compare il drago bitorzoluto che non è un antagonista da sconfiggere ma una presenza da attraversare. Rappresenta quella parte di sé considerata mostruosa, violenta, inaccettabile, che porta dolore e sofferenza che l’analisi insegna a ospitare. La trasformazione passa inevitabilmente attraverso una fase di deformazione dell’immagine di sé: ci si sente estranei a se stessi, incapaci di riconoscersi, perché ciò che era rimasto nell’ombra emerge improvvisamente alla luce. Ma è proprio attraversando questa esperienza che diventa possibile un’integrazione più autentica.
L’intero romanzo sembra seguire la logica del sogno. Si alternano narrazione, filastrocche, poesie, frammenti lirici. I personaggi si trasformano, si confondono, si sovrappongono in un continuo gioco di identificazioni e disidentificazioni.
Più che raccontare un’esperienza analitica, Casiraghi sembra adottarne il linguaggio. Esiste un contenuto manifesto, costituito dalla vicenda del falco e del falconiere, ma al di sotto pulsa un contenuto latente, fatto di simboli, immagini e rimandi che chiedono al lettore lo stesso atteggiamento richiesto dall’analisi: non spiegare troppo in fretta, ma sostare nell’ambiguità e lasciarsi interrogare dalle immagini.
In questo dialogo continuo con il proprio mondo interno, anche i bisogni cambiano volto. All’inizio vengono vissuti come qualcosa di cui vergognarsi o da reprimere; successivamente diventano impulsi da disciplinare; infine vengono riconosciuti come parti costitutive della propria identità. L’esperienza dell’analisi insegna a calmare la voracità, la fame di esperienze, la caoticità interna, il costante senso di mancanza, in contrapposizione all’incipit del romanzo “Ero nato con una sensazione di confusione senza saperne il motivo. Dal momento in cui aprii gli occhi, il mio istinto mi sussurrava che mancava qualcosa.”
Anche “L’innocenza del male”, titolo della terza parte, apre una riflessione preziosa. Il falco uccide, è spietato ma non conosce la colpa, segue il proprio istinto. Il male non coincide necessariamente con la malvagità; può essere l’espressione di una forza vitale che abbiamo imparato a temere perché incompatibile con l’immagine di noi stessi.
Verso la conclusione del libro qualcosa cambia profondamente. Le voci del falco e del falconiere finiscono per confondersi, fino a diventare quasi indistinguibili. Ma forse lo erano sempre state. Allo stesso modo, anche quella voce interiore inizialmente severa, imperativa, giudicante si trasforma progressivamente in una presenza più misericordiosa, capace di accogliere anziché condannare. Potremmo leggerla come un Super-Io che perde il proprio carattere persecutorio, oppure come un Io che ha finalmente imparato ad abitare anche il proprio Es senza esserne travolto. In ogni caso, ciò che cambia non è la presenza del conflitto, ma il modo di stare dentro di esso attraverso gli strumenti acquisiti. Ed è qui che il titolo risuona nel suo significato più profondo. L’assalto, infatti, proviene dal mondo interno. Lasciati assalire significa permettere alle parti rimosse, negate e temute di irrompere nella coscienza. Significa accettare che la crescita non coincida con l’eliminazione del conflitto, ma con la possibilità di far convivere dentro di sé istinto e pensiero, forza e vulnerabilità, fame e attesa. Come accade nei sogni e nelle migliori esperienze analitiche, il romanzo non spiega ma trasforma. Per tutto il libro il movimento sembra essere di tipo ascendente: crescere, trasformarsi, integrarsi. Il sottotitolo, invece, “Analisi di un rapace in picchiata” ricorda che non si arriva a sé elevandosi sopra le proprie ombre, ma discendendo dentro di esse. La picchiata del rapace è una scelta, un atto di precisione, il momento in cui il volo incontra il suo bersaglio, il Sé. Si tratta di lasciarsi precipitare nelle proprie profondità, là dove abitano il drago, la malinquietudine, la fame, il desiderio e i sogni non ancora sognati. Solo attraversando quella discesa diventa possibile l’insediamento.