Turandot – Prima che l’altro ci cambi
di Dario Contardi
C’è qualcosa di profondamente inquietante, in Turandot, nella distanza che separa il desiderio dal suo compimento. Tutto comincia con una folla che assiste a un’esecuzione e con una principessa che ha trasformato l’amore in una prova: chi vuole averla deve risolvere tre enigmi.
Se fallisce, muore.

Nella messa in scena di Franco Zeffirelli, che torna all’Arena di Verona nel centenario della prima rappresentazione dell’opera, questa dimensione fiabesca e monumentale viene amplificata. Ma sotto la spettacolarità rimane una storia sorprendentemente intima: quella di una donna che sembra aver trovato un modo radicale per non essere raggiunta.
Turandot non rifiuta semplicemente l’amore. Lo trasforma in controllo. Stabilisce le regole, decide la distanza, mette l’altro continuamente alla prova. Finché il rapporto rimane una sfida, non può diventare davvero una relazione. L’altro può desiderarla, combattere per lei, persino rischiare la vita per lei, ma non può ancora incontrarla.
È difficile non pensare, allora, alla storia di Lo-u-Ling, l’antenata che Turandot racconta come vittima di violenza e morte. Il trauma sembra trasformarsi in una legge: ciò che è accaduto una volta non dovrà accadere mai più. Ma nella vita psichica le difese, quando diventano assolute, rischiano di finire per assomigliare proprio a ciò da cui volevano proteggerci. Il «non accadrà più» diventa «non deve accadere mai». E la protezione finisce per diventare identità.
È anche qui che Turandot riesce a parlarci ancora oggi. La paura dell’intimità non appartiene soltanto alla letteratura o alla psicoanalisi: è un fenomeno studiato clinicamente, legato alla difficoltà di tollerare la vicinanza emotiva e alla tendenza a proteggersi attraverso il distanziamento. La ricerca contemporanea mostra quanto questa difficoltà possa intrecciarsi con il modo in cui viviamo i legami, distinguendola anche dalla dinamica opposta, quella di chi invece tende ad aggrapparsi alla relazione a ogni costo.
Ma forse la formula più interessante non è nemmeno «paura di essere feriti». È paura di essere trasformati dall’altro.
Perché l’intimità non significa soltanto lasciare che qualcuno ci conosca. Significa accettare che la relazione possa modificare l’immagine che abbiamo di noi stessi. L’altro introduce qualcosa che non possiamo completamente controllare: un desiderio, una dipendenza, una perdita possibile, una parte di noi che prima non conoscevamo. In questo senso Turandot non teme soltanto Calaf. Teme ciò che Calaf potrebbe costringerla a diventare.
Letta così, la sua freddezza smette di essere un semplice tratto caratteriale. Diventa una difesa contro la possibilità stessa del cambiamento. Se l’altro rimane fuori, io posso rimanere identica a me stessa. Se invece entra, qualcosa della mia costruzione inevitabilmente vacilla.
È una dinamica che la psicoanalisi ha descritto in modi diversi. Nella posizione depressiva di Melanie Klein, per esempio, la maturazione affettiva passa anche dalla possibilità di tollerare che nello stesso legame possano convivere amore e odio, desiderio e paura, dipendenza e autonomia. Non occorre scegliere una volta per tutte tra essere vittima o dominatore, tra avere bisogno dell’altro o esserne completamente indipendenti. L’intimità nasce forse proprio dalla possibilità di sopportare questa ambivalenza senza doverla risolvere attraverso una scissione.
Turandot, invece, sembra ancora vivere dall’altra parte di questa possibilità. Per lei amare significa rischiare di perdere il controllo. E allora costruisce una relazione nella quale l’altro deve prima sottomettersi alla sua legge. Calaf accetta il gioco e, in qualche modo, ne diventa il complice: anche lui trasforma il desiderio in una prova da superare.
Interessante, in questo senso, è anche Liù. Perché rappresenta apparentemente l’estremo opposto: se Turandot si difende dal desiderio negandolo, Liù sembra consegnarsi completamente al proprio amore. Ma anche lei arriva a perdere se stessa nel legame, fino al sacrificio. Due modi diversi, e forse ugualmente radicali, di non riuscire a tenere insieme amore e identità: da una parte il rifiuto dell’altro, dall’altra la dissoluzione di sé nell’altro.
È forse questo che rende Turandot meno distante da noi di quanto potrebbe sembrare. La domanda non è più soltanto se una donna possa essere «sciolta» dall’amore di un uomo, come suggerisce la struttura fiabesca dell’opera. La domanda diventa cosa siamo disposti a perdere della nostra immagine di noi stessi per permettere a qualcun altro di entrare davvero nella nostra vita.
E allora anche il finale può essere letto diversamente. Turandot pronuncia il proprio nome soltanto alla fine. Prima è soprattutto un ruolo: la principessa, la figlia, la donna inviolabile, quella che pone gli enigmi. Dire il proprio nome significa forse, finalmente, uscire dalla posizione difensiva che l’aveva definita fino a quel momento.
Non è soltanto il cuore di ghiaccio che si scioglie. È un’identità che accetta di non essere più completamente impermeabile. Né completamente sola.
Forse crescere, anche nei legami, significa proprio questo: non trovare qualcuno che ci garantisca di rimanere esattamente come siamo, ma accettare che l’incontro con l’altro possa trasformarci senza per questo cancellarci.