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Genitori-figli

“Teatri dell’empatia. Piccoli flash a partire dalla conversazione tra un nonno e il nipotino” di Claudia Balottari

Teatri dell’empatia. Piccoli flash a partire dalla conversazione tra un nonno e il nipotino
di Claudia Balottari

Paolo (5 anni): “Nonno, giochiamo che tu sei me e io sono te”?

Nonno Sandro : “E’ un gioco che mi piace moltissimo.

Ma prima voglio raccontarti un mio segreto.

Da tempo faccio qualcosa per conto mio — segreto anche a chi mi è più vicino, segreto come può esserlo solo una cosa molto personale, solitaria: consiste nel fare una piccola cosa che di solito fa la persona a cui penso. Quando questo accade io sono lui e lo vivo con intensità.

Per esempio, alle quattro del pomeriggio prendo un caffè e immergo quattro biscotti Oro Saiwa, esattamente come fa Maurizio. Durante la cena taglio il formaggio togliendo la crosta sul lato, proprio come fa Giacomo.

Quando riempio di piccole cose una scatola, con qualche oggetto che non ha una sede propria, compio la stessa liturgia di Alessandra: i miei oggetti ora sembrano i suoi gioielli.

Ogni gesto quotidiano è una cerimonia travestita da abitudine.

Quando disegno in maniera geometrica, posiziono sempre alcuni pallini neri su qualche parte del foglio: sono i segni di Markus, un caro amico che ama disegnare: nei tondi c’è il suo viso, la sua espressione. Se scrivo in stampatello il mio segno è lo stesso di Sandro (è il mio nome!), ma a quel punto non so più quale sia il mio e quale il suo, cioè… quale Sandro sono!

Il confine tra sé e l’altro è una convenzione che il corpo ignora.

Si chiama animismo, sciamanesimo, sosia-lismo, non importa il nome: importa che funzioni, perché quando questo accade io so che sono parte di tutte quelle persone, ogni giorno.

So che posso stare con loro semplicemente ogni volta che lo desidero”.

Nipote: Nonno, allora io voglio parlare come fai tu!

Questa è una proposta di gioco che si apre su una scena teatrale, con l’intesa che si può diventare chi non si è, in una performance che avvia la possibilità di conoscersi attraverso uno scambio di parti di sé. È un gioco che si struttura con il contributo di entrambi i partner e che configura diverse possibilità di essere: “Io ero il cavallo, tu la carrozza”! Ma la prossima volta ci scambieremo le parti, ci fideremo e ci lasceremo condurre l’un l’altro.

IMITAZIONE? O “SOSIALISMO”? UNA STRADA VERSO L’EMPATIA.

Copiare, imitare, mimare sono azioni che danzano la stessa musica e durante un tempo senza tempo: ogni età ha i suoi modi di servirsi di queste strategie di “apprendimento” riguardo se stessi in relazione a sé e in contatto con il mondo esterno.

Mi piace pensare l’imitazione come una forma di prendere in prestito, come fa il bambino che prende gli abiti di mamma e papà dall’armadio per immedesimarsi nel futuro adulto, gioco per il quale i genitori preparano la cesta dei travestimenti… fino a quando l’adolescente non si accontenterà più di travestirsi, ma si proporrà come adulto, e allora il gioco vorrà annullare i confini con la realtà.

La psicoanalisi riconosce nell’imitazione un modo arcaico di operare della mente, una forma percettivo-sensoriale che precede il pensiero e che perdura tutta la vita, come una struttura permanente, molto più operosa di quanto possa esserlo un precursore dei processi di identificazione e proiezione. In questa visione l’imitazione si presenta come una forma relazionale permanente!

Nei primi mesi di vita il bambino non possiede ancora una rappresentazione stabile di sé e dell’altro. Per entrare in rapporto con l’ambiente, tende quindi a “diventare come” l’oggetto attraverso l’imitazione, quasi copiando la modalità di incorporazione del cibo, come fosse un modello di forme di apprendimento futuro che si svilupperanno in forme più evolute di “comprensione” di sé in relazione agli altri, allenando l’immedesimazione, l’identificazione, l’empatia: un sentire dentro che riconosce e “com-patisce” le emozioni, gli stati affettivi dell’umano.

Gli scenari diventeranno sempre più estesi, andranno oltre i confini dell’ambiente familiare, improntando “una proprietà condivisa dal gruppo, poiché l’individuo é costretto, sin dall’inizio, a esprimersi mediante la cultura circostante”. Così dice Bion a proposito dell’empatia, in Cogitations: una basilare facoltà di collegarsi agli altri che facilita la comprensione, rivolgendosi a un insieme di persone più ampio del cerchio ristretto della famiglia e degli amici. La comprensione è una caratteristica essenziale degli animali sociali e la sua antagonista è l’indifferenza (in questa rubrica, abbiamo accennato alla sofferta indifferenza dell’adolescente nell’articolo “I ragazzi del boh!”).

Comprendere è il presupposto per poter essere il genitore, cioè l’adulto, che si lascia permeare dallo stato emotivo psicofisico del figlio, prestando una funzione indispensabile di accoglimento ed elaborazione di ciò che il figlio comunica, mantenendo la necessaria distinzione-separazione così da poter restituire un significato e costruire connessioni con l’esperienza in modo condivisibile.

L’empatia è nel corpo?

Ma torniamo al “segreto” di nonno Sandro. Dalla sua “rivelazione” traiamo una delle intuizioni su cui si basano certi importanti ricercatori delle neuroscienze, per esempio Vittorio Gallese, quando ci parla di “simulazione incarnata”, una attivazione, più corporea che psichica, condivisa tra due o più persone, cioè un meccanismo meraviglioso e misterioso del cervello che ci permette di “sentire e osservare”, comprendere le azioni, le emozioni e le sensazioni “come se” fossimo l’altro, attivando gli stessi circuiti neuronali che useremmo noi in prima persona.

Ancora più primitiva dell’imitazione, o forse sua “ancella”, questa funzione del cervello aiuta le persone a riflettersi come in uno specchio, come se aprisse un sipario che ci fa essere in scena, quali attori che entrano nella parte di altri personaggi, e nel contempo spettatori risonanti tra sguardi e movimenti, ogni sensazione attivata a muovere una comunicazione corporea e a com-muovere. Interiorizziamo così un modo di comunicare (liturgia, la chiama nonno Sandro) segreto, cioè personale, che non richiede un ragionamento o un calcolo logico; è un processo immediato, inconscio e preriflessivo.

Il cervello è un attore! Il gioco dell’imitazione, il teatro, l’arte, sono luoghi dell’umano in cui apprendiamo a stare in scena nella vita reale, nelle relazioni.

Ed è così che possiamo apprendere a sintonizzarci con i mondi interiori di altri, comprenderne le connessioni, tentare di comprenderne i moti affettivi e i comportamenti. E possiamo aprirci alla condivisione, riconoscendo che nelle differenze siamo ugualmente umani.

Possiamo così sentire correnti di immedesimazione, attratti o respinti da ciò che dell’altro si riflette in noi, come capita di fronte a un film o a un’opera d’arte.

Si tratta di un processo reversibile: si entra temporaneamente nell’esperienza dell’altro e poi se ne esce. È un presupposto fondamentale dell’empatia, come succede nel gioco del cavallo-carrozza menzionato sopra. Come succede con il nostro paziente, quando siamo in una seduta, chiamati tuttavia a mantenere il confine con una emotività “altra” senza confonderci con l’”altro”, senza perdere il senso della nostra identità: nei giochi di un processo psicoterapeutico uno psicoterapeuta comprende la disperazione del paziente senza diventare lui stesso disperato!

Tuttavia, se non c’è consapevole “com-patire” – quasi un paradosso ai bordi estremi della confusione che fa precipitare l’uno dentro l’altro – non ci può essere vera condivisione sensoriale o emotiva, non vera intensa intimità, come quella che vediamo agli albori della vita nello sguardo del lattante che si specchia negli occhi della madre e precipita fiduciosamente nel suo sguardo. Per poterne venir fuori.