Dove comincia la felicità
di Eva Eland
A cura di Noemi Lucrezia Pepe
Siamo perlopiù abituati ad albi illustrati che parlano di rabbia, paura, tristezza, cambiamenti da affrontare nella vita, più raramente incontriamo albi che parlano di felicità.
“Stai cercando la felicità?” così inizia questo albo, con un bambino che si arrampica alla ricerca del barattolo della felicità tra barattoli di cioccolato, abbracci, obiettivi, scherzi divertenti…
La felicità: un’emozione molto desiderata ma a volte anche molto temuta. Un’emozione immediata eppure non sempre così facilmente riconoscibile.

La felicità, infatti, “assume diverse forme e va sotto nomi diversi”. Bisogna cercarla, saperla riconoscere e saperla accogliere.
Ma da dove si comincia a cercare la felicità?
In psicoanalisi la felicità non è un ideale normativo, né un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma una questione che riguarda il desiderio, il piacere e il rapporto con il limite. Ne Il disagio della civiltà (1930) Freud si domanda che cosa gli uomini chiedano alla vita e osserva che desiderano diventare felici e rimanere tali, cercando di perseguire il principio di piacere. Questo, tuttavia, incontra inevitabilmente degli ostacoli: i limiti del nostro corpo, le difficoltà del mondo esterno e, soprattutto, le relazioni con gli altri. La civiltà stessa, pur rendendo possibile la convivenza, richiede rinunce che limitano il soddisfacimento pulsionale. Freud giunge così ad una concezione sobria di felicità: possiamo raggiungere soddisfazioni, momenti di gioia e forme di benessere, ma non eliminare definitivamente il conflitto, il dolore e la mancanza. La felicità, nella misura in cui è realizzabile, costituisce un problema dell’ “economia della libido” individuale, ovvero dipende dal modo in cui ciascuno investe le proprie energie psichiche, dai propri desideri, dalla propria costituzione psichica e dalle possibilità offerte dal mondo esterno.
Per Melanie Klein, pur non essendo la felicità un concetto teorico autonomo, la possibilità di vivere esperienze di appagamento può essere ricondotta alla capacità di riconoscere e conservare dentro di sé ciò che è buono, senza che l’angoscia e l’invidia ne compromettano continuamente il valore.
Winnicott, invece, ci aiuta a riflettere sulle condizioni che rendono possibile sentirsi autenticamente vivi: attraverso lo sviluppo di un Vero Sé, creativo, spontaneo, capace di giocare.
Dove comincia la felicità è un albo che parla della felicità come di un’emozione non scontata, spesso non facile da riconoscere. A volte non la si incontra per quanto ci si impegni a raggiungerla, altre volte non la si riconosce ed è proprio sotto i nostri occhi.
La felicità può presentarsi in forme diverse da quelle che ci aspettiamo. Può sorprenderci, disorientarci e persino spaventarci, ma anche accompagnarci verso esperienze nuove e inaspettate.
Non si può sempre essere felici; forse, come diceva Freud, la felicità intensa, legata al soddisfacimento di un desiderio, è generalmente transitoria e quando una condizione piacevole si prolunga, tende a trasformarsi in uno stato meno intenso di benessere che tendiamo a non chiamare più felicità.
“Che felicità!” è, d’altronde, un’esclamazione che accompagna un istante, un momento particolarmente intenso, un’improvvisa sensazione di pienezza.

Eppure, spesso si cerca la felicità dappertutto, talvolta in maniera spasmodica, quasi ossessiva, come se fosse sempre altrove, nascosta in qualcosa che ancora non abbiamo raggiunto. Ma forse la felicità non dipende soltanto da ciò che troviamo fuori di noi: conta anche la nostra capacità di riconoscerla, accoglierla e farne tesoro.
Per alcune persone non è semplice essere felici. A volte ci si difende dalla felicità perché non la si conosce abbastanza perché stare bene è un’esperienza poco familiare, oppure perché si teme di abituarsi a qualcosa che potrebbe andare perduto.
Ci sono persone che sembrano non sapere come essere felici non perchè la felicità sia loro preclusa, ma perché faticano a riconoscerla e ad abitarla.
Può esserci la difficoltà ad interiorizzare le esperienze positive, a tollerare il piacere, la svalutazione di ciò che di bello e buono si possiede, la difficoltà a sentirsi meritevoli di felicità. La soddisfazione arriva, ma non riesce a diventare un’esperienza interna sufficientemente stabile.

Ci sono poi persone per le quali essere felici sembra quasi impossibile, come se la felicità entrasse in conflitto con qualcosa di profondo e inconsapevole.
Ne Il problema economico del masochismo del 1924 Freud descrive situazioni in cui il soggetto sembra esporsi ripetutamente a circostanze dolorose, insuccessi o umiliazioni, senza riconoscere in queste esperienze un vantaggio cosciente. Che cosa può portare una persona a ritrovarsi, ancora e ancora, nella sofferenza? Freud ipotizza che, in alcune configurazioni psichiche, il dolore possa soddisfare inconsciamente un bisogno di punizione.
Già ne L’Io e l’Es (1923) Freud aveva messo in luce come il Super-Io, l’istanza critica della psiche, possa diventare particolarmente severo, alimentando un senso di colpa inconscio che ostacola il miglioramento e mantiene il soggetto legato alla sofferenza. In questi casi, non è tanto la felicità a essere impossibile, quanto la possibilità di concedersela senza che emergano colpa, angoscia o un bisogno inconscio di espiazione.
Per altre persone ancora, la felicità è possibile, ma fragile, intermittente, difficile da custodire. La paura della perdita, la ripetizione di schemi relazionali, la dipendenza dal riconoscimento o l’eccessiva distanza tra sé reale e sé ideale ne compromettono la continuità.
La felicità, insomma, a volte può far paura: può risvegliare angosce di abbandono, di perdita, di cambiamento, fino a rendere inconsciamente più rassicurante una sofferenza conosciuta che una felicità ancora tutta da scoprire.
Eppure, quando impariamo a riconoscerla, possiamo accorgerci che forse non era così lontana come pensavamo. Era lì, in attesa che fossimo pronti ad accoglierla. Perché anche la felicità richiede una disponibilità all’incontro, il coraggio di lasciarsi sorprendere e, qualche volta, di abbandonare le strade conosciute. E quando finalmente la incontri, come suggerisce l’albo, seguila, lasciati condurre, scopri dove può portarti.
Anche l’albo, a suo modo, sembra ricordarci ciò che Freud aveva intuito: non possiamo essere felici tutto il tempo. La felicità non è una condizione permanente, né un luogo in cui stabilirsi una volta per tutte ma forse possiamo imparare a ritrovarla, a riconoscerne le tracce, a custodirne l’esperienza dentro di noi.
E allora la felicità può diventare non tanto una meta da raggiungere, quanto un luogo interiore a cui tornare. Un porto sicuro a cui approdare dopo ogni peregrinazione, anche quando, per un po’, ci sembra di averne smarrito la strada.
