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Cinema e Psicoanalisi

“Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmush: La differenza non opinabile tra bugia e autenticità a cura di Manuela Caslini

“Father Mother Sister Brother” di Jim Jarmush: La differenza non opinabile tra bugia e autenticità
a cura di Manuela Caslini

Father Mother Sister Brother, ultimo film di Jim Jarmusch (2025), è un lungometraggio composto da tre storie che, attraverso spaccati di umanità, ci guida nell’esplorazione dei legami familiari: di quando divengono ammassi ‘di non detti’ o di visioni parcellari e artefatte dei diversi membri, e di quando invece contengono la possibilità di un contatto tridimensionale, di una connessione, una comunicazione viva e autentica.

Tre racconti ambientati su sfondi diversi – New Jersey, Dublino e Parigi – illustrano tre dinamiche familiari, con una grande simmetria tra i primi due capitoli, Padre e Madre, e un cambio di rotta nel terzo, vicenda di due gemelli. Le prime due storie si somigliano. Nella prima, ambientata nella provincia americana, un figlio (Adam Driver) e una figlia fanno visita al padre (Tom Waits), uomo apparentemente deteriorato e in povertà, che mal cela ai figli, segrete e truffaldine risorse.

Nella seconda, due figlie diversamente irrisolte (Cate Blanchett e Vicky Krieps) adempiono all’impegno annuale di un tè pomeridiano con la madre, nota romanziera irlandese (Charlotte Rampling): anche qui le verità emotive vengono camuffate o taciute, accontentandosi di condivisioni di facciata, forse nel tentativo di evitare un Carnage (Polanski, 2011) che farebbe saltare quel che rimane delle proprie origini. Nel terzo episodio, due gemelli, affiatati e non convenzionali, visitano per l’ultima volta l’appartamento dei genitori, altrettanto fuori dalle righe e precocemente morti in un incidente aereo da loro causato.

L’anima del film non sta tanto in ciò che accade nelle storie su un piano narrativo, quanto nell’esperienza emotiva che il regista costruisce con sapienza e minimalismo: Jarmusch immerge lo spettatore in una desolata umanità, mettendolo a bagno in elementi tragicomici tanto comuni nelle famiglie infelici – facile citare a proposito l’esergo di Anna Karenina – così da prepararlo ad assaporare cosa invece accade quando le corde emotive di un’esperienza d’intesa – se vogliamo, di unisono – vengono pizzicate. È allora che risuona, attraverso i corpi dei protagonisti e dello spettatore, la consapevolezza di aver davvero vissuto e di essere stati intercettati come esseri viventi. La verità emotiva non è mai un affare esclusivamente intrapsichico, ma è sempre intersoggettiva: ciò che conta è ciò che accade – o non accade – tra due menti in relazione.

Jarmusch non giudica e non dà soluzioni, solo mostra e descrive, strizzando l’occhio ai personaggi che accettano di stare fuori dagli schemi piuttosto che a quelli che, cercando di aggrapparvisi, slabbrano le proprie vite o identità. Qualcosa di vero, di reale, può accadere solo se si accetta di incontrarsi (Winnicott, 1971).

Alcune invarianti ricorrono nei tre episodi – e nei copioni della vita. La prima sta sullo sfondo ed è il passaggio fortuito di un gruppo di skaters che, in ogni episodio, attraversano la strada ai protagonisti: forse metafora del tempo fugace – ‘come vola il tempo!’ -, di una vita che scorre incurante, caduca e transitoria, e su cui l’invito è quello di surfare leggeri, ma con fame e determinazione – di nuovo, fuori dagli schemi, o dai mezzi troppo ordinari – piuttosto che nel timore di un trick.

Nonostante le bugie – o le mezze verità – e i tentativi di nascondersi e camuffarsi, incidentalmente tutti i personaggi indossano un indumento della medesima tonalità di rosso: una sorta di segnale pre-simbolico, un riferimento a quella traccia che la famiglia – il primario – lascia dentro, nonostante i tentativi di prendere distanza o cambiare traiettoria. Un orologio Rolex ritorna in ogni episodio quale concreto ricettacolo del dubbio tra ciò che è autentico e ciò che non lo è; la risposta più probabile, come spesso accade in assenza di una verità condivisa o condivisibile, è che la risposta rimanga funzione di quel che si ha più bisogno di credere o immaginare. Ritornano anche il tema dell’acqua, dell’uso di droghe e un riferimento alla pandemia, come rimandi invarianti al mondo che condividiamo e ai tentativi di sopravviverci.

In tutti i capitoli, nostalgicamente appaiono anche foto dei protagonisti bambini, madeleine di un passato felice e disincantato, inconsapevole, sfuggito via troppo in fretta e – soprattutto – senza che nessuno sappia dire chiaramente dove e in che momento quell’infanzia sia andata persa e come sia avvenuta la metamorfosi in personaggi tanto umani quanto parziali, rigidi o repressi, diffusi o costretti. Gli unici che davvero comunicano, in una musicalità tutta diversa, sono i gemelli, ovvero ‘portatori di una quota di identiche molecole’: è così difficile capirsi, intendersi, comunicare, quando si è ‘altri’, ‘separati’, ‘diversi’, e a che prezzo?

Attraverso il linguaggio iconico di un magazzino stipato di mobili e un appartamento liberato, compare un riferimento agli accumuli familiari indigeriti, al transgenerazionale. ‘Che ci facciamo con tutta questa roba?’ – si domandano i protagonisti. ‘Non dobbiamo decidere adesso. Adesso non ci riesco’… il lutto, se sarà possibile, ha prima da compiersi.

Con l’approdo al terzo episodio, proprio come un’analista al lavoro, il regista offre le prove di come ‘vero’ e ‘falso’ emotivo non siano opinabili e che una delle conseguenze del ‘non intercettarsi’ è che – pur ammalati delle più umane motivazioni – non rimanga più ‘niente da dirsi’.  Il cuore del film riguarda il dare sé stessi, proponendo una comprensione molto profonda di ciò che significa essere autentici, senza recitare, ma dando quel che si ha da offrire nel modo in cui si reputa di poterlo dare. Quando succede, quando è possibile farlo, quel che capita è che tutto fluisce come fosse un sogno… un sogno creativo, generatore di senso. E attraversato da qualche lacrima.