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Il fatto scelto

“Gruppo: una cura condivisa” a cura di Andrea Jannaccone Pazzi

“Gruppo: una cura condivisa”
a cura di Andrea Jannaccone Pazzi

“Ma sai che anch’io mi sono sentito così quando mio fratello mi chiudeva fuori dalla camera per farsi gli affari suoi..”; è la classica frase che si sente pronunciare in gruppo terapeutico. In apparenza si presenta come un semplice scambio di esperienze ma con la lente del gruppoanalista siamo in un momento di passaggio. Dall’essere soli inizia un rispecchiamento nelle parole dell’altro. È il segnale di un’esperienza condivisa. La persona si apre all’altro attraverso un riconoscimento di sé nel vissuto emotivo appena ascoltato. Si avvia così un movimento di identificazione e di appartenenza al gruppo che apre alla possibilità di movimenti trasformativi condivisi.

Ritrovarsi nelle parole, nei pensieri e nell’emozioni rappresenta infatti un’apertura di campo anche alla persona più bloccata e introversa. E in un’epoca storica dove la dimensione della solitudine è più un rifugio dove poter negare il bisogno dell’altro per attaccare quella dipendenza tipica di un buon legame affettivo, il percorso di gruppo sembra lo strumento chiave per sperimentare una sana esperienza di relazione.

Sono passati molti anni dalle prime esplorazioni dei trattamenti di gruppo ad opera dei fondatori della gruppoanalisi come Foulkes, Bion, Burrow, Slavson per citarne alcuni; ma è in questi ultimi anni che il trattamento di gruppo comincia ad assumere un riconoscimento come dispositivo terapeutico. Per molto tempo, l’implicito che la psicoterapia fosse un affare riservato, legato ad una coppia, è sembrato difficilmente modificabile soprattutto in ambito privato e, oggi, le paure espresse dai pazienti di fronte alla proposta di questa esperienza paiono ben rappresentarlo. Per loro, di primo acchito, parlare in gruppo rappresenta più una forma di esposizione che una risorsa per cambiare e, talvolta, per ridimensionare tali fantasie possono volerci anche diversi anni di lavoro.

Riconoscimento e sostegno reciproco

Non si possono tuttavia attribuire unicamente alla condivisione le potenzialità di un percorso di gruppo, la visione sarebbe piuttosto riduttiva.

Tale esperienza, che si fonda certamente sul confronto, sul rispecchiamento della narrazione di altre storie, si struttura soprattutto sul continuo scambio con posizioni differenti, idee o interpretazioni talvolta molto divergenti. Rivedersi in un contesto scevro da giudizi aiuta le persone a cogliere parti di sé che altrimenti resterebbero invisibili o poco comprensibili. Per questo, fare un gruppo è un’autentica esperienza di riconoscimento reciproco, in grado di far riemergere quel senso di appartenenza talvolta sopito. Infatti, la persona che vi partecipa comprende rapidamente che il proprio dolore non è unico, nonostante la specificità delle storie di ognuno. Scopre come la propria angoscia non è la sola esistente, che la vergogna è un sentimento che attraversa molti, che la paura di esporsi è ben presente in ognuno dei partecipanti; tutti movimenti che quando si traducono in parola sembrano ridimensionarsi rapidamente agevolando un senso di appartenenza.

Possiamo dire che, vedere nell’altro aspetti di sé faciliti la creazione di quell’area di pensabilità sul proprio disagio. Ma soprattutto, pensare insieme non rappresenta solamente un moltiplicatore di pensieri ma un’esperienza di profondo sostegno emotivo per la persona più spaventata e inibita.

Il gruppo come microcosmo sociale

Come ci ricorda Foulkes, il gruppo è un microcosmo sociale nel quale si concentrano dinamiche affettive, fantasmi relazionali, ma soprattutto formazioni inconsce comuni. Esso si pone come quel contenitore di tutti questi fenomeni capace di offrire la possibilità di riattraversare simbolicamente le proprie dinamiche emotive. E sono proprio queste ultime a presentificarsi nel gruppo per veicolare il mondo interno del paziente che può osservarle da vicino, imparare a riconoscerle mentre si ripropongono e poterle così, collegare alla propria esperienza emotiva profonda per dare avvio ad un processo trasformativo.

La paura del gruppo

Chiaramente, fare un percorso di gruppo è tutt’altro che semplice. È un’esperienza nella quale si possono attivare angosce di intrusione, di fusionalità, intensi timori di esclusione. La sua peculiarità di fungere da cassa di risonanza di emozioni profonde lo rende, talvolta, un luogo così spaventoso da sollecitare le strutture più fragili. Ecco perché è necessaria una buona tenuta emotiva nel paziente e non tutti saranno indicati per farlo.