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Il fatto scelto

Il peso delle parole di Gabriella Mariotti

Il peso delle parole
a cura di Gabriella Mariotti

Le parole sono pietre, possono colpire, ferire, distruggere, possono persino rendere difficile pensare e scrivere quando assumono la calcificazione pesante della cosa e perdono il loro senso di ponte con la rappresentazione, possono anche diventare insignificanti e vuote come un detto per non dire, possono disperdersi senza valore. Però le parole sono anche ciò che rende pensabile l’impensabile: danno contenitore e quindi spessore di autenticità alle emozioni, sono, nella migliore delle ipotesi, emozioni loro stesse, rese consapevoli del loro significato: non a caso, la psicoanalisi fu definita proprio “cura con la parola”.

Molti modi dunque di usare la parola, ed è obbligo ora chiederci come stiamo utilizzando parole “pesanti”: la parola guerra come la stiamo dicendo? E la parola massacro? E la parola genocidio?

Parliamo di guerra come stessimo dicendo viaggio, o pane, o litigio, parole del linguaggio quotidiano. Ma guerra è parola che non ha nulla a che vedere con il quotidiano, almeno questo vale per noi. Non è una parola come tante. Guerra è parola gravida di orrore e distruzione, dobbiamo, proprio noi che viviamo la cura con la parola, dare peso alla parola, darle senso. Estrarla con determinazione dal contesto da videogioco astratto e impossibile. Dobbiamo opporci alla sua trasformazione in un “ripetuto” che ci renda assuefatti prima alla parola, e poi a ciò che rappresenta.
E genocidio? Anche questa è parola pesante, discussa e tirata da una parte all’altra per essere accertata o negata, quasi potesse appartenere soltanto alla sua stessa origine nazista nei confronti del popolo ebraico. Ma genocidio è stato anche per gli indio, per i pellerossa… genocidio è quando un popolo viene decimato per il suo stesso essere “quel” popolo. Popoli scomodi, popoli che si sono opposti o ribellati, popoli che “ingombrano” la corsa all’oro. Nel cercare di definire questa parola come oggetto di legge, operazione senz’altro necessaria, non si deve rischiare di dimenticarne lo spessore umano, che vuol dire, semplicemente, sterminare innocenti, persino bambini, perché sono nati in un certo posto in un certo momento. Posto e momento sbagliati per chi intende utilizzarli in modo alternativo. La corsa all’oro, appunto.

 Manipolare la parola, qualsiasi essa sia, significa alterare la realtà e quella quota di verità che vi è depositata, significa svuotarla del suo senso, abituare chi la ascolta a considerarla vera o almeno tollerabile. Fino a che, neppure tanto lentamente, diventa accettabile un livello sempre più esplicito di falsità e violenza. O meglio, di falsità che rende legittima la violenza e la distruttività.
A un certo punto, però, (quantomeno ce lo auspichiamo) si inciampa nello zoccolo duro della realtà, come scriveva Eco, sicché il diniego inizia a perdere il suo potere di occultamento.
Siamo costretti a vedere, a capire, a tornare al peso delle parole, ad affrontare i sentimenti dolorosi che accompagnano quelle parole. Intendo, i nostri sentimenti. Impotenza, costernazione, confusione, disgusto. Magari, per qualcuno o per molti, eccitazione, trionfo, liberazione di rabbie antiche e antichi livori.

Come è possibile, ci chiediamo, che si affermi che il cervello di Michelle Obama è più piccolo di quello di una donna bianca, intendendo con ciò che le donne nere sono comunque inferiori alle bianche?! Non entriamo nel merito della palese violazione di qualsiasi certezza scientifica, entriamo piuttosto nel merito di come queste parole possono spacciare menzogna per verità, possono sospingere alla riemersione moti di odio razzista. È paradossale, assurdo, il contenuto di questa affermazione, violento e ai limiti del ridicolo: come si risponde a una tale idiozia? Si resta senza parole.

Eppure, noi non possiamo permetterci di girare lo sguardo da un’altra parte perché è “troppo penoso” assistere a questo spettacolo, proprio noi dobbiamo rimanere fermi e guardare le cose consapevolmente, dobbiamo trovare le parole per dirlo. Dobbiamo trovare le parole che “rompano” il diniego, che restituiscano la loro quota di verità ai discorsi che cercano di banalizzare l’abisso di regressione che ci è di fronte.

Senza parole: è vero, restiamo senza parole, perché non ci sono parole per rendere umanamente vivo l’orrore, per renderlo comunicabile, per ricongiungerlo al suo significato autentico, ma nello stesso tempo noi psicoanalisti abbiamo il compito, il dovere direi, di restituire alle parole il loro peso specifico, la loro quota di realtà. Di ritrovare anche lo scandalo di fronte alla menzogna, alla violenza sadica e distruttiva, lo scandalo davanti all’assenza di pudore nell’affermare falsità sciocche e brutali. Non possiamo tacere di fronte al deterioramento del pensiero e della consapevolezza.