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Il fatto scelto

“Marco Cavallo lotta per tutti gli esclusi” di Francesca Daidone Costantino

“Marco Cavallo lotta per tutti gli esclusi”
di Francesca Daidone Costantino

Ci sono simboli che non perdono di importanza e potenza nel corso degli anni, anzi ne acquisicono di nuova, cammin facendo. Marco Cavallo è uno di questi. In pochi forse conoscono la sua storia, ma mai come ora è necessario ricondividerla. Leggendo della genesi di Marco Cavallo, si rimane affascinati e rapiti da come questo bellissimo cavallo azzurro abbia avuto origine. Frutto del lavoro collettivo di medici/e, degenti, artisti/e, infermieri/e il cavallo nasce tra il gennaio e il febbraio 1973 all’interno del manicomio di San Giovanni a Trieste, diretto da Franco Basaglia. In quel periodo, l’ospedale psichiatrico è al centro di un profondo processo di trasformazione che mette in discussione il modello manicomiale e afferma il principio secondo cui la persona con disturbo mentale è titolare di pieni diritti civili e sociali. Un gruppo di artisti durante una cena a casa di Basaglia e Ongaro decidono di creare un laboratorio collettivo di scrittura teatrale, diretto da Giuliano Scabia, con la collaborazione dell’artista cartapestaio Vittorio Basaglia e dell’intero gruppo triestino, insieme ai tanti e tante pazienti psichiatriche rinchiuse in manicomio. L’idea è quella di costruire qualcosa di grande, usando grandi oggetti, grandi pupazzi, grandi fogli per disegnare e inventare storie e aiutare le persone internate a uscire dalla loro consuetudine per misurarsi in una dimensione per loro inusitata e sorprendente.

Nell’immagine: Marco Cavallo davanti al CPR di Torino

Il primo giorno di apertura del ‘laboratorio P’ Angelina, un’anziana signora ricoverata, inizia a disegnare un cavallo dentro la cui pancia vuole fare entrare delle cose. Dai malati emerge con forza l’idea di costruire un cavallo, anche in memoria del cavallo in carne ed ossa che fino a poco tempo prima aveva trasportato su e giù i fagotti di biancheria dell’ospedale e, ormai vecchio e stanco, era stato allontanato e poi salvato dall’abbattimento grazie a una petizione firmata da tutto l’ospedale. Il suo nome era Marco, Marco Cavàl.

Uno degli scopi principali del laboratorio P, in principio ancora in nuce, è quello di rompere il muro che separa il ‘dentro’, il manicomio, dal ‘fuori’, il mondo dei normali. Un mondo che rifiuta l’internato. Siamo nei primi anni ‘70, i matti non si ascoltano, si rinchiudono. Devono sparire dalla vista, perché disturbanti per chi ha l’illusione di essere normale. La sfida è anche quella di riconquistare la fiducia di chi ormai si è rassegnato a rimanere chiuso tra quei muri senza possibilità di esprimersi e sentirsi ascoltato. Dare voce agli e alle escluse, a coloro che la società non è in grado, forse perché è comodo così, di reintegrare, a chi è incapace di parlare e intervenire. Si tratta di una duplice sfida rivolta a chi sta dentro, compresi medici e infermieri, carichi dei loro pregiudizi e violenze interiorizzate, e a chi abita al di fuori dell’istituzione totale.

Marco Cavallo diventa così quello spazio concreto che permetterà questo incontro. Rendendo possibile una liberazione e il superamento dell’apatia, della paura, della diffidenza dei ricoverati e del personale interno al manicomio.

Attorno alla costruzione di Marco Cavallo si costituisce un luogo fisico in cui malati e malate più o meno gravi, medici, artisti e infermieri condividono spazi di comunicazione, pregni di emotività e libertà di espressione. Questo avviene giorno dopo giorno con sempre più partecipazione e passione. Si crea attraverso i propri corpi, mischiati e in contatto, con i quali via via si sperimenta un nuovo sentire anche in relazione a uno spazio e a una possibilità di movimento mai sperimentati prima. Uno spazio in cui non esiste più un noi e un loro, ma solo un noi. E il fatto che all’interno del laboratorio non si distingua più chi è medico, chi infermiere o ricoverato, chi solo di passaggio, e che in fondo ci si senta tutti ‘sulla stessa barca’, diventa l’essenza principale di questo luogo d’incontro. Qui si gioca alla pari. Ci si mette in gioco e ci si misura con la propria capacità di immaginare e inventare.

Il laboratorio P diventa un luogo reale e fantastico allo stesso tempo. Un luogo transizionale. Uno spazio in continuo mutamento perché inventato, dove tutto può succedere. Da uno schema vuoto iniziale prende forma l’inaspettato. Uno spazio libero e liberato che nel corso delle settimane viene sempre più attraversato e vissuto da tutto l’ospedale. Lì si balla, si recita improvvisando, si dipinge, si canta insieme. Ci si esprime liberamente. Dai disegni spontanei e le strofe improvvisate sul momento si generano storie. I burattini realizzati a partire anche dalle proprie biografie permettono una libera espressione di sé, senza difese, cadono i muri di incomunicabilità. Dopo qualche settimana viene costruita una pedana che diventa spazio centrale di espressione individuale e collettiva. Si comincia a sentire che ciò che si sta facendo ha senso per tutti. Si parla insieme, cantando in coro e questo unisce profondamente, si sta all’unisono. Fare cose insieme significa condividere esperienze ed emozioni e questo permette un’identificazione profonda da parte dei partecipanti. Chi non aveva più voce ricomincia a parlare. Le attività creative non sono fatte per ‘gioco’, col rischio di infantilizzare, sminuire e allontanare ancor più i malati dal mondo fuori, né con velleità terapeutiche, ma con serietà e capacità professionale.  Senza mai sovradeterminare o forzare gesti e azioni, come avviene anche nel gioco libero coi bambini, viene fornito uno spazio potenziale, la possibilità di una forma ancora indefinita, senza indicare o nominare prima, ma aspettando che si sviluppi dalla creatività di ognuna.

Si imparano, stando in relazione, regole condivise dello stare in gruppo, del prendere decisioni per la collettività, in modo orizzontale, anche nel rispetto del dissenso, senza paura del conflitto che può nascere. Non si azzittisce il dissidente, ma lo si accoglie e contiene grazie al gruppo, con rispetto, accettando anche chi non è d’accordo con i principi del laboratorio. Il problema di uno si riflette comunque e  inevitabile su tutti e tutte.

Mentre il cavallo cresce, cresce la comunità che vi ruota attorno. Fin dal principio non si smette mai di comunicare a tutti i reparti dell’ospedale e informare su ciò che sta avvenendo. Questo avviene attraverso vari canali come volantini, giornali murali, una specie di teatro itinerante con carrettino e burattini al seguito e con giri collettivi nei reparti. Si racconta e si chiede partecipazione all’invenzione delle storie che stanno via via nascendo intorno a quella principale di Marco Cavallo. Marco Cavallo, seppur apparentemente fragile oggetto di cartapesta e legno, racchiude in sé una forza straordinaria. È dotato di una pancia capiente che può contenere oggetti di desiderio e speranza. La maggior parte dei bigliettini messi nella cavità della sua pancia dalle persone indica come desiderio del cibo buono, perché in manicomio si mangia male, come in tutte le istituzioni totali, a dimostrazione della mancanza di cura e rispetto nei con forniti di chi vi è rinchiusa/o.

Marco Cavallo non è più solo una scultura, ma il simbolo vivo di una liberazione. Un oggetto nato dal lavoro collettivo, carico di significato condiviso, non più solo un’idea astratta. Partendo da esperienze concrete, gli inventori del cavallo sono arrivati a dare forma tangibile a qualcosa di universale come la libertà. Il cavallo azzurro diventa il centro di una comunità in trasformazione, un simbolo reale, costruito da tutti, che rompe i muri e porta fuori. Infatti, Franco Basaglia nel manicomio di San Giovanni non vuole solo curare. Vuole liberare. E per farlo, bisogna ascoltare i pazienti, ridare voce ai silenzi. Gli internati, per la prima volta, creano. E tra loro nasce un sogno: far uscire il cavallo. Scrive un giorno Bruno sul giornale murale del laboratorio “Voglio divertirmi a correre”. “Ecco cosa dirà Marco quando sarà finito”, lo sentono esclamare convinto.

Giuliano Scabia nelle pagine del suo diario lo spiega bene, “È perciò necessario buttare fuori dall’ospedale, dall’istituzione, ciò che avviene al P e nei reparti, collegare tutto questo alla lotta per la liberazione di tutti. Non ci liberiamo per liberare gli altri, ma ci liberiamo noi se liberiamo contemporaneamente gli altri: se ci inseriamo nella lotta per la liberazione di tutti.

“MARCO CAVALLO LOTTA PER TUTTI GLI ESCLUSI” questa sarà la frase scelta tutti insieme per dare un titolo al volantino su cui si invita alla festa di lotta in cui gli abitanti della città di Trieste incontreranno per la prima volta Marco Cavallo.

 

Il 25 febbraio 1973, Marco Cavallo rompe i cancelli del manicomio. L’evento segna simbolicamente e concretamente la fine della separazione tra internati e cittadini. Esce, dopo aver sfondato tre porte dell’ospedale da cui non riusciva a passare perché troppo grande ed infine, a stento passato dal cancello esterno, parte in corteo seguito dal suo gruppo numeroso di creatori, colorato e festante, percorrendo le vie di Trieste e acclamato al suo arrivo in piazza.

Da quel giorno non ha mai più smesso di girare in lungo e in largo per raggiungere, storia di questi mesi, i luoghi della violenza di Stato e dell’esclusione. L’onda lunga di quell’evento non si fermerà a Trieste. Diventerà parte integrante della rivoluzione basagliana che porterà, nel 1978, all’approvazione della Legge 180, nota come Legge Basaglia. Quella legge segna la chiusura dei manicomi in Italia, primo e unico Paese al mondo a compiere questo passo, e segna un tentativo di cambio di paradigma nella relazione tra cittadino e Stato, tra salute e diritti. Il riconoscimento della centralità della persona nel percorso di cura.

Veniamo all’oggi e a noi. Perché raccontare questa storia del secolo scorso quando i manicomi sono ormai un ricordo lontano? La risposta è purtroppo troppo scontata. Raccontarne la storia significa sì attraversare la trasformazione radicale della psichiatria in Italia, la lotta per la dignità delle persone rinchiuse nei manicomi, ma serve da monito e da denuncia per le migliaia di persone ancora rinchiuse in luoghi di dolore, abbandono e violenza di Stato. Carceri, RSA, SPDC e CPR, luoghi in cui non è rispettata la dignità delle persone e in cui vengono praticate violenza, contenzioni e torture quotidianamente. Luoghi che hanno bisogno di un Marco Cavallo che ne possa sfondare i muri.

Marco Cavallo è stato protagonista di numerose iniziative pubbliche in questi anni. È stato portato nei cortei davanti agli OPG e ai CPR, nelle scuole, nei teatri, nei luoghi della cura e nei contesti istituzionali. Non è solo un’opera artistica o una reliquia del movimento basagliano, ma un simbolo attivo e itinerante che continua a generare riflessione, mobilitazione, lotta.

Il messaggio significativo che scaturisce dalla storia di questo imponente e bizzarro cavallo azzurro di cartapesta è l’importanza di credere in imprese che inizialmente sembrano impossibili, perché considerate utopiche. Nel ‘73 l’immaginarsi insieme l’uscita di Marco Cavallo dal manicomio ha dato vita alla possibilità di farlo. Proiettarsi collettivamente fuori con l’immaginazione ha dato forza e coraggio per distruggere il muro fisico e simbolico, apparantemente indistruttibile, dell’istituzione manicomiale e ne ha permesso l’uscita reale, quando ancora ne sembrava impensabile l’abbattimento. Un signore lì ricoverato dopo pochi giorni da questo evento scrive sui muri dell’ospedale “Il manicomio di San Giovanni è aperto in entrata e in uscita”.

Come scrive Peppe dell’Acqua “Circondato da tutte quelle persone in festa, Marco Cavallo aveva rivelato la sua potenza evocativa, la verità della sua narrazione, il bisogno di libertà che testimoniava con la sua presenza. Marco Cavallo riusciva a parlare a tutti, proprio a tutti. Fu chiaro allora che il cavallo era storia, racconto, narrazione. Ovunque arrivava, e in seguito ho avuto modo di verificarlo molte volte, consegnava a chi aveva vissuto l’esperienza del manicomio, della malattia, della guarigione, la responsabilità di raccontare.

Marco Cavallo continua a incarnare il principio che la cura non può mai prescindere dalla libertà e dalla dignità della persona.