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Cinema e PsicoanalisiIl fatto scelto

NO OTHER CHOICE – L’IDENTITÀ COME CARTA SOTTILE. A cura di Dario Contardi

NO OTHER CHOICE – L’IDENTITÀ COME CARTA SOTTILE
A cura di Dario Contardi

No Other Choice – Non c’è altra scelta, di Park Chan-Wook, racconta la caduta di un uomo “giusto”, ordinato, apparentemente realizzato. Yoo Man-Su possiede tutto ciò che l’immaginario contemporaneo propone come misura di riuscita personale: una casa spaziosa, una famiglia amorevole, un lavoro stabile. Tuttavia, basta un licenziamento inaspettato per incrinare quella superficie liscia che è la sua vita. Non perde solo il lavoro, ma l’immagine ideale di sé che fino a quel momento lo aveva tenuto insieme. Le sicurezze del protagonista si sgretolano mentre inizia la sua rincorsa disperata per riprendere possesso del proprio lavoro, del proprio posto sociale, qualunque sia il prezzo da pagare.

Sembra che la sua vita, costruita “un foglio alla volta”, si stia disfacendo come la materia con cui lavora da anni. La carta è resistente e fragile al contempo: può sostenere il peso di molte parole, ma strappata o piegata troppo perde la sua utilità. Diventa carta straccia, come Yoo Man-su, nelle mani di un sistema alienante che valuta l’esistenza in base alla produttività performativa, in cui è facile rimanere indietro con il terrore di non valere più nulla. Cosa determina quello che siamo, il nostro valore? Cosa succede quando la nostra identità sociale viene colpita nel cuore della sua essenza? Quanto rapidamente possiamo crollare? Dal momento del licenziamento il film ci mostra una discesa non tanto verso la follia, quanto più verso gli orrori che si celano nell’animo umano, camuffati dietro patine immacolate.

Yoo Man-Su senza il suo ruolo non sa più chi essere. Il tentativo di ripristinare il precedente ordine lo porta ad eliminare suoi diretti concorrenti, all’inizio con patimento, via via con sempre più naturalezza. In un certo senso è come se sacrificasse parti di sé attraverso l’eliminazione dell’Altro, come se questo potesse ridargli il suo posto nel mondo, in una dinamica in cui la violenza non appare come rottura rivoluzionaria ma come forma estrema di conformismo. Non serve a liberare l’individuo da un giogo ma piuttosto a mantenerlo, in una coazione a ripetere dagli aspetti mortiferi.

Riprendendo temi già presenti in Parasite, Park Chan-Wook spinge il discorso oltre: non mostra solo l’ingiustizia di un’alienante sistema capitalistico, ma ci mostra il costo psico emotivo del restarvi dentro. Vi è un’interiorizzazione del comando sociale che porta ad un sacrificio non solo economico o morale, ma identitario. Per continuare a essere “qualcuno”, per riscrivere il suo copione, Yoo Man-Su accetta di cancellare ciò che credeva di essere in termini di valori, di emozioni e di carattere. A cosa serve essere una brava persona, leale ed onesto, quando si rischia di perdere tutto ciò che si possiede?

Forse davvero non aveva altra scelta. Probabilmente molti agirebbero in modi molto diversi. Ma una domanda sembra accompagnare lo spettatore dopo la visione del film. Quanto è solido quello che abbiamo? Quanto è vero quello che pensiamo di noi stessi quando siamo da soli, quando nessuno ci guarda? Magari al riparo di una vita confortevole, di un lavoro sicuro, di affetti sinceri, per quanto ne sappiamo. Possiamo davvero dire “a me non capiterebbe mai”?  E se invece accadesse, cosa sceglieremmo di fare?