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Notizie dal divano

Per la rubrica NOTIZIE DAL DIVANO: “Guerra” di Anna Ferruta

Guerra

di Anna Ferruta

Oggi troviamo un lettino vuoto e una poltrona vuota…

Analista e paziente sono usciti e hanno iniziato ad aggirarsi smarriti in un paesaggio che non appare quello conosciuto (Milano, Italia, Europa), nel quale lavoravano, piangevano, si divertivano, convinti di vivere in un paese nel quale contava la volontà degli abitanti. Improvvisamente si trovano in un contesto nel quale qualcuno decide della loro vita e di quella di altri cittadini del mondo e la loro vita dipende, come scrive Primo Levi, da un sì o da un no di qualcun altro.

Analista e paziente si trovano non più nella situazione della cura, contingentemente asimmetrica, in cui uno si dichiara disponibile a curare e l’altro porta le sue ferite, ma entrambi si scoprono egualmente feriti, danneggiati, mutilati, nella propria identità di esseri umani.

Che cosa è successo, si chiedono i due personaggi feriti e mutilati, analista e paziente, che si trovano ora nella stessa condizione di caduta. Chi decide della vita di milioni di persone? Qualcuno, per strada, si aggira nella folla di soggetti smarriti, e si azzarda a dire che è sempre stato così… Non è un buon motivo… Certo, la Genesi, subito dopo la creazione del mondo, di cui Dio era contento, ci fa incontrare Caino che uccide il fratello…. Forse ‘ama il tuo prossimo come te stesso’ è una meta troppo ardua…Anche Freud parlava di aggressività e di pulsione di morte….Anche  l’analista, che ha meno utilizzato il concetto di pulsione di morte, Donald Winnicott ma che aveva visto morire i suoi compagni, già medici, facendo tirocinio su un incrociatore durante la prima guerra mondiale, parla di ‘odio nel controtransfert’, quindi anche lui prova odio … E Bion di fronte allo scompenso dei  soldati traumatizzati dalla seconda guerra mondiale si affida alla dinamica di gruppo degli ugualmente feriti. Chi decide la Guerra? Chi fabbrica le armi? Con il denaro e il lavoro di chi?

Analista e paziente continuano a vagare smarriti, e alla mente si affacciano i volti delle persone ammassate nei rifugi della metropolitana di Kiev, immobilizzati, proprio là dove si dovrebbe viaggiare… Rivedono gli occhi dei giovani soldati ucraini e russi, impenetrabili e sgranati su un paesaggio incomprensibile, con l’unica certezza che non vorrebbero vedere gli occhi di un uomo che muore ucciso per mano loro, come canta De André.

I neuroni mirror, che permettono di provare almeno in parte la sofferenza di chi si sta guardando, non bastano a fermare chi uccide, soprattutto in una condizione in cui la sofferenza di vittime e aggressori è oscurata dalla distanza tra l’arma che uccide e chi è colpito. Chi decide? Si può decidere, o siamo tutti in balìa di forze oscure che ci dominano? Un altro passante ripete: è sempre stato così… Ma qualcosa in analista e paziente si anima e ribella: no, vorremmo potere decidere qualcosa e non perdere il contatto con chi viene colpito, bisogna rendere tutti vicini, guardarli negli occhi, sentirli vicini. Sì la violenza e l’aggressività sono nel cuore degli esseri umani, ma lo abitano anche l’amore e l’intelligenza. Queste istanze violente non sono indomabili, qualcuno le usa per distruggere, mentre non è impossibile usarle in altri modi.

Ad analista e paziente, entrambi umiliati e offesi, viene in mente che è fondamentale la vicinanza o giusta distanza dall’altro, dal ‘prossimo’, per poterlo abbracciare o per prenderlo a pugni, in una colluttazione a distanza umana, come nella ‘nobile arte’ del pugilato, che per contenere e  riconoscere la violenza intrinseca presente nel cuore di ognuno si avvale di un ring, uno spazio-tempo limitato, di qualche protezione (guantoni, paradenti, conchiglia, ecc.) e un arbitro.