“Ex Libris”
di Gabriella Mariotti
Nelle pagine di un libro, nei dialoghi di un film, nella vita di tutti i giorni, può capitare di cogliere una frase particolarmente evocativa e intensa: come in un lampo, improvviso e illuminante, in quelle parole prendono corpo armoniosamente sensazioni, pensieri, associazioni. In Ex libris proporremo qualcuna di questa frasi, commentandone brevemente il senso alla luce di una lettura psicoanalitica.
“Checchè se ne dica, nessuno può essere battuto
in absentia o in effigie”
S.Freud, 1912, Dinamica della traslazione

Inauguriamo questa rubrica con una frase di Freud, che racchiude un elemento centrale della psicoanalisi, la potenza relazionale della dinamica transfert/controtransfert, cioè della dinamica che regola l’incontro tra il mondo interno del terapeuta e quello del paziente. Per quanto non si possa pensare che ciò esaurisca completamente il pathos della dinamica analitica, tuttavia appare evidente che ne è senza dubbio un cardine fondamentale. Le parole di Freud ci ricordano che noi psicoanalisti siamo, in certi passaggi, ciò che il paziente ha bisogno che noi siamo: incarniamo il loro fantasma, e dobbiamo tollerarlo anche quando è intessuto di elementi negativi. Soltanto così è possibile “combattere il nemico”, soltanto ospitandolo nello studio di analisi e guardandolo in faccia: come scrive Mitchell “non si può trasformare qualcosa dal quale prima non si sia stati trasformati”(Mitchell 1988, Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi). Noi interpretiamo su un doppio registro: “siamo” quel fantasma, e ne disveliamo il senso con la parola (Zucconi S. Lo psicoanalista come interprete, gli Argonauti 1992).
La nevrosi dunque non si combatte in absentia o in effigie, non sono le interpretazioni cervellotiche, astratte o per converso troppo concrete, che sciolgono la ripetizione, quanto piuttosto la consapevolezza che nella ripetizione del passato, quando si incarna nella relazione analitica, c’è anche tutta la passione del desiderio di trasformarlo in qualcosa di nuovo (nuovo e non reattivo, nuovo e non soltanto narcisisticamente orientato al riscatto).
Nel transfert riemergono infatti gli affetti deviati patologici, ma anche quel nucleo sano, talvolta piccolissimo, che è fatto di un’intesa profonda con l’oggetto originario. E se ciò vale per ciascun analizzando, altrettanto vale per il terapeuta che parimenti sperimenta il proprio transfert verso il paziente, sia genericamente sia in quanto soggetto specifico. Genericamente perché si tratta del transfert nei confronti della nostra professione, fatto di fiducia nello strumento psicoanalitico e nelle sue virtù terapeutiche che abbiamo a nostra volta sperimentato, fatto di fiducia che ne possa trarre aiuto anche il nostro analizzando. E contemporaneamente, transfert verso “quel” paziente specifico, non (solo) dunque in forma di controtransfert, bensì in forma di evocazione di affetti soggettivi nel terapeuta stesso, affetti che se utilizzati consapevolmente concorrono a riconoscere il vulnus del paziente.
Credo sia pertanto evidente quanta potenza emotiva possa permeare l’incontro analitico, proprio lì, proprio tra quelle due persone: desideri, angosce, speranze, rabbie e nostalgie sono attive, scorrono durante le sedute, vividamente presenti né in absentia né in effigie, appunto.