“Ti chiamerò Papà”
di Can Ran
Illustrazioni di Ma Daisu
A cura di Noemi Lucrezia Pepe
“Dall’interno del tuo zaino guardai il mondo, per la prima volta…”
Nella dedica del libro ad opera di uno degli autori è inscritto il messaggio centrale di questo albo: la relazione tra padre e figlio nasce da un’esperienza di riconoscimento e identificazione reciproca.

È il padre che (ri) scopre il mondo a partire dal figlio o il figlio che scopre il mondo attraverso il padre? Penso entrambe.
Un albo che parla dell’incontro tra un uomo e un bambino e di come l’accompagnarsi si riveli un’esperienza di crescita e di scoperta reciproca.

L’uomo ha con sè una valigia di ferro ed è alla ricerca di oggetti luccicanti; il bambino ha uno zainetto che riempie di cose segrete: le cose che l’uomo senza saperlo gli insegna.
Lo zainetto del bambino si riempie così di parole ma anche di discorsi tra lui e l’uomo, di bigliettini in cui il bambino annota le esperienze fatte insieme, in cui l’uomo si era preso cura di lui.
Ed è in uno di questi bigliettini che il bambino scrive “Tutte le cose hanno un nome… Solo tu non ce l’hai. […] Ho trovato! Ti chiamerò… PAPA’!”
Il bambino trova un papà e l’uomo si scopre padre. L’uomo riscopre tramite il bambino la possibilità di guardare il mondo attraverso il suo sguardo e di scoprire il valore non delle cose luccicanti, dei beni materiali a cui gli adulti danno valore, ma delle esperienze, della cura.
Guardare il mondo attraverso lo sguardo dei bambini, guardare nel loro zainetto, è un’esperienza di grande arricchimento a cui ognuno non dovrebbe rinunciare. Poter ricontattare la propria parte infantile, mantenerla viva e accessibile, diventa un modo per poter rimettere in moto la capacità simbolica e rimanere in contatto col proprio mondo fantasmatico.
Lo zainetto è un dispositivo che tutti abbiamo fin da bambini, più o meno accessoriato, e che si attrezza, si riempie, si svuota, nel corso di tutta la vita.
Anche nel viaggio analitico il paziente arriva con il suo “zainetto”, con il suo bagaglio di emozioni, di esperienze e pian piano quello zainetto si riempie di nuove esperienze trasformative, nuovi strumenti, consapevolezze, attrezzi sempre più funzionali.

Ma come nasce un padre?
Mi viene in mente un’immagine dell’Iliade citata anche nel libro “Il gesto di Ettore” di Luigi Zoja (2000): Ettore che va ad abbracciare la moglie Andromaca e il figlio Astianatte sulle mura di Troia prima della battaglia fatale con Achille. Nel momento in cui Ettore si rivolge al figlio per prenderlo dalle braccia della madre, Astianatte scoppia a piangere. Ettore si accorge che a spaventarlo è l’elmo che indossa e lo toglie. Attraverso questo gesto Ettore si mostra al figlio non come guerriero ma come padre, come essere fragile; la corazza assume un ruolo fortemente simbolico di indumento che mentre protegge chiude alla relazione. Togliersi l’elmo significa aprirsi alla relazione, alla possibilità di esserci per l’altro. Ettore, togliendosi l’elmo, da guerriero diventa padre. La vulnerabilità data da questo gesto è essenziale per la relazione primaria: il figlio può riconoscerlo e ristabilire il legame.
Un padre, infatti, nasce in senso psicologico, quando viene riconosciuto come tale dal figlio. È nello sguardo del figlio che l’uomo scopre una nuova posizione soggettiva: diventa padre. Lo sguardo del figlio investe il padre di un ruolo e al tempo stesso ne rivela la fragilità; l’uomo si sente impreparato.
Secondo Lacan il padre è una funzione simbolica e nasce quando il figlio gli assegna una funzione e l’uomo prova a rispondervi, accettando anche la propria vulnerabilità. Il padre è la funzione che introduce il soggetto nel linguaggio e nella cultura e il linguaggio stesso è uno strumento di conoscenza: senza l’intervento paterno simbolico, il soggetto resterebbe in una relazione immaginaria e chiusa. Il padre è quindi mediatore tra il mondo interno e il sapere collettivo.
I miti dell’origine ci dicono che in principio c’era uno stato caotico, in cui tutto era indifferenziato. Dal punto di vista dell’evoluzione dell’uomo questo coincide con la fase di indifferenziazione tra madre e bambino. L’atto che dà inizio al “cosmo” contrapposto al “caos” consiste in una separazione, nell’ingresso in scena del padre che permetta la graduale differenziazione.
Da qui nasce il bisogno di un padre che ingaggi il piccolo in questa esplorazione, lo accompagni nei primi passi della conoscenza. Questo bisogno porta con sé il conflitto psichico (ricerca-diniego) e l’ambivalenza affettiva.
Il padre, nel suo ruolo di terzo, può sostenere la posizione epistemofilica del bambino dando spazio alle domande e fornendo strumenti per cercare risposte.

Un albo che racconta di un viaggio e di una scoperta: la scoperta dell’altro e del piacere di viaggiare insieme. La scoperta per un uomo di diventare padre e per un bambino di incontrare un papà.