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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

A proposito di Joker

di Luca Lovotti

Recentemente Francis Ford Coppola ha sostenuto che Martin Scorsese avesse ragione dicendo che i film della Marvel non appartengono al cinema, perché “dal cinema ci aspettiamo di imparare qualcosa, di ricevere un po’ di illuminazione, un po’ di conoscenza, un po’ di ispirazione”. Al di là del giudizio sui film Marvel, mi sono chiesto anch’io cosa ci possiamo aspettare da un’opera cinematografica che non sia solo intrattenimento. Personalmente quando vado al cinema, a volte da solo, a volte in compagnia, quello che spero di trovare è un’emozione o un turbamento, qualcosa che mi provochi e come l’arte in ogni sua forma, mi aiuti a ricordarmi di essere vivo. E così, questa volta solo, me ne sono andato a vedere Joker, con curiosità, ma anche diffidenza per il tanto clamore di queste settimane.

E’ stata dura. Dalla prima scena ho sentito un senso di ribellione per ciò che accadeva, che veniva mostrato in modo molto duro, per le ingiustizie subite da Arthur. All’uscita un senso di alienazione profondo, un disagio che tagliava il fiato, che mi ha portato a pensare ai miei legami come ad ossigeno per poter respirare. Nel mezzo?

Un attore stupendo… una sceneggiatura che scorre senza esitazione, in grado di descrivere minuziosamente l’attacco all’umano, alla fragilità e l’assenza. L’uomo è fragile proprio perché complesso e la meraviglia delle capacità creative, del pensiero e delle evolute forme sociali si basa su equilibri delicati e complessi che richiedono cura e soprattutto l’altro. Arthur per tutto il film cerca l’altro, disperatamente. E’ tutta una successione di coppie mancate o mancanti: la madre che non è madre, il padre che non c’è o meglio si nega, la ragazza che forse è solo una fantasia compensatoria e disperata, l’amico che non si rivela tale e infine la “meravigliosa” assistente sociale a cui Arthur dice che non lo ascolta, nemmeno quando le dice che ha pensato di non essere mai esistito. Ma anche lei è come lui, non esiste per chi sta sopra in quella piramide darwiniana che è la società di Gotham, precipitato della società reale contemporanea.

Per esistere abbiamo bisogno costantemente dell’altro. Del suo ascolto, del suo sguardo che ci riconosce e che ci dice che esistiamo. Abbiamo bisogno di comunicare perché nel passaggio tra noi e l’altro si svela il nostro essere e la continua interazione di parole, gesti e affetti goccia dopo goccia ci definisce, ci struttura in un senso di noi che rimane mutabile, ma preserva un nucleo intimo che in Arthur crolla di fronte alla menzogna (?) della madre, ultimo esile baluardo per la sua tenuta psichica. In questo senso è meravigliosamente tragica la sua danza sulle scale, disarticolata e sconnessa come le sue parti frammentate che non possono essere tenute insieme dall’amore che non gli viene mai riconosciuto. Dopo gli omicidi della metropolitana i suoi gesti assumono un’armonia e un’eleganza, di fronte allo specchio, frutto di una compattezza nuova. E’ il passaggio dalla tragedia alla commedia, dove la vita non ha più alcun valore, dove l’altrui e propria umanità raggiunge il punto zero, è definitivamente svuotata. Lui stesso lo capirà e lo sputerà / sparerà in faccia al cinico comico Murray impersonato da De Niro.

Il sabba finale celebra lo sconfinamento nel non umano, la rottura del legame, del patto sociale che impedisce la violenza tra simili. Non è più possibile giocare, non c’è più il soggetto, ma maschere e Joker stesso è un feticcio di una massa indistinta senza identità. Pensando ad un recente intervento pubblico con protagonista Moni Ovadia che aveva proprio per oggetto l’incontro dell’altro come diverso e quindi temuto, Joker mi e ci ricorda che abbiamo visceralmente bisogno dell’altro per essere umani. La negazione o sottrazione del nostro simile, il continuo cadere della richiesta di incontro, queste mancanze generano il non senso e la violenza cieca. Senza possibilità di empatia questa rimane l’ultima folle speranza: la costruzione di un mondo non umano privo di morale e significati dove nulla ha senso e tutto è un gioco al contrario o un non gioco, forse uno scherzo.

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