skip to Main Content
Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

A proposito di “Ritorno a Reims”: considerazioni tra il testo e la rappresentazione teatrale

di Camilla Giraudi 

All’interno del progetto di collaborazione del nostro Centro di Psicoanalisi con il Piccolo Teatro, ci siamo confrontati con il progetto teatrale di Thomas Ostermeier “Ritorno a Reims”, tratto dall’omonimo testo del sociologo francese Didier Eribon, del 2009: il mio viaggio con loro, sia nella lettura del saggio che nella visione teatrale, è stato interessante e ricco di spunti di riflessione.

Il mio intervento prende le mosse dal tema del cambiamento, inevitabile nel passare del tempo, ma che necessita di essere pensato, sia a livello individuale, come quello ricercato dalle persone sofferenti in quanto alla ricerca della propria identità che a livello collettivo, come quello auspicato per una società che avanza producendo sempre più dolore, in un disarmante contesto di vuoto di senso.

“Il mondo è cambiato”, lo canta anche Tommy Kuti in “Afroitaliano”, un brano che rappa nel corso dello spettacolo: “sanno poco di me”, “non sanno chi siamo”, dice, parlando degli sguardi delle persone che vedendo il colore della sua pelle non pensano a lui come a un italiano. Il mondo cambia molto velocemente e il pensiero non riesce a evolvere alla stessa velocità. Cambia la tecnologia, la medicina, il clima, le direzioni dei flussi migratori delle persone, la società; cambiano gli skyline delle nostre città, chi le abita, le nostre campagne vengono abbandonate. Cambiano i lavori che fanno le persone, il modo in cui ci vestiamo e si fa fatica a riconoscersi. Anche la psicoanalisi oggi è cambiata. Eribon parla di “scampare alla psicoanalisi”: è contro al freudo-marxismo che considerava, condannandola, l’omosessualità un mero effetto dei tabù sessuali, è contro la patologicizzazione medico psichiatrica, che inseriva l’omosessualità tra i disturbi mentali, è contro il lacanismo, che, lui dice, si serviva di schemi interpretativi per scoprire la chiave della sua omosessualità. Per Didier Eribon si tratta di “ribellarsi a un sistema che rende le minoranze soggetti assoggettati” e vede per lo più la psicoanalisi “solo uno degli ingranaggi di un dispositivo ideologico e politico incaricato di garantire la perpetuazione dell’ordine istituito e delle norme assoggettanti”. Questi discorsi sono stati in parte i motori di quei fermenti che in Italia hanno visto il culmine nella legge Basaglia, nell’antipsichiatria, e hanno contribuito allo sviluppo di un pensiero psicoanalitico moderno, libero e creativo che, poggiandosi sulle spalle del suo fondatore, è andato oltre. Freud è stato un rivoluzionario, 120 anni fa. E oggi ogni psicoanalista può ripercorrere la strada del suo fondatore cercando di essere, nella sua stanza d’analisi, un rivoluzionario.

Quando Eribon parla di “smentire il verdetto”, quello dell’avvenire a cui lui era promesso, riferendosi a quel doppio binario della sua messa in discussione, non si riconoscendosi né nell’appartenenza sociale, né sessuale, mi fa pensare alle richieste di analisi, proprio come avviene nei nostri studi. Senza cadere troppo nella tentazione di entrare nel materiale intenso della vita di Didier Eribon, che coraggiosamente ha offerto nel suo testo e nella rappresentazione, vorrei parlare di alcuni aspetti di “Ritorno a Reims”, un viaggio che si conclude, come un’analisi, con l’integrazione tra le diverse parti che ci compongono.

Innanzi tutto, dove ha trovato Eribon le risorse per immaginare possibile vivere diversamente? Ci dice che per lui è stata “l’omosessualità a imporre di trovare una via d’uscita per non restare asfissiati”, scostandosi dal pensiero di Sartre secondo cui l’omosessualità sarebbe una via d’uscita inventata per non soffocare. Diventare un intellettuale per Eribon è stato, dice, un miracolo, la molla del miracolo è stata l’omosessualità. È necessaria una rottura- pensiamo agli adolescenti- per poter fare i conti davvero con se stessi: è dalle crisi che iniziano le domande e quindi le comprensioni più profonde su di noi. Confrontarsi con l’omosessualità, da ragazzini, quando già tutto riguardo a sé e ai propri cambiamenti è così difficile, può rappresentare uno dei possibili modi di fantasticare, di pensare se stessi in un modo diverso, tuttavia ciò è spesso molto difficile, soprattutto appunto in un momento in cui ci si sta strutturando. È quando questo pensiero è impensabile, c’è il rischio di sentirsi soli e disperati, con la mente in scacco, prigioniera dei “verdetti”, che non solo sociali o sessuali. Quando parlo di “pensiero” non mi riferisco a un esercizio intellettuale o razionale, quanto piuttosto allo sviluppo della mente, che è relazionale e necessita di un’altra mente con cui poter dialogare.

Eribon ci spiega che questo viaggio per lui è stato possibile “solo attraverso il filtro di riferimenti culturali, letterari, teorici, politici, che gli hanno permesso di riflettere e di neutralizzare il carico emotivo, che sarebbe stato troppo forte da affrontare senza questo schermo”. Sicuramente ha avuto dalla sua una spiccata intelligenza e la capacità di saper trarre nutrimento vitale dalla cultura, ma credo che per poter affrontare questa difficile traversata si sia poggiato anche su uno “sguardo amorevole e salvifico”, che non a caso lui stesso cita, parlando della trasformazione della Bestia nel bel principe, in “La Bella e la Bestia”. Il nostro viaggio verso noi stessi non può che compiersi, dunque, all’ombra di una relazione: nella storia delle deprivazioni di Eribon c’è una madre amorevole, che, pur nelle sue ambivalenze, fa un doppio lavoro affinché il figlio possa studiare, permettendogli di compiere un riscatto transgenerazionale; inoltre, senza apparentemente capire le scelte del figlio, crede in lui e lo difende dalle ingiurie, oltre che dalle bottiglie lanciate dal padre. Con il ritorno a Reims è possibile anche una comprensione del padre, rilettura attuabile solo alla luce del suo allontanamento, dopo un lavoro profondo dentro di sé, trasformativo della vergogna e che gli ha permesso di elaborare la violenza paterna di cui era stato vittima e, forse, di perdonarla. Sia il distacco, dunque, che il ritorno – parziale perché possibile comunque solo dopo la morte del padre – sono stati possibili grazie a un materno salvifico, che ha aiutato il figlio anche attraverso la protezione del padre dal ricordo, salvaguardandone la memoria e ha reso possibile a suo figlio di riannodare le fila strappate della sua storia, attraverso vecchie fotografie e racconti delle storie di famiglia, permettendogli la ricostruzione di una biografia vera e coerente, ma contenente più amore di quanto Didier non avesse potuto sentire.

Thomas Ostermeier ha scelto di rappresentare questo saggio mescolando diversi registri: la scena è una sala di registrazione, dove Sonia Bergamasco legge brani del saggio a commento del girato, che vediamo alle sue spalle, diretta da Rosario Lisma. Questa modalità rappresentativa a più livelli e linguaggi mi ha fatto sentire come in seduta: l’ascolto del racconto di una storia intima, le rappresentazioni dei ricordi e altre immagini, che appaiono come inserti onirici, di proteste e violenze, ma anche di scene di vecchi film o video di canzoni d’amore (non a caso, un amore che non c’è, ancora), che sono tutte parti che abbiamo dentro di noi. Ostermeier ci ricorda che siamo chiamati a fare i conti anche con la paura, l’invidia, la vergogna, la rabbia che ci abitano: essi possono prendere forma in azioni caotiche e distruttive, come vediamo spesso accadere, o in una vitale spinta epistemofilica, che se per Eribon è stata così forte da fondare la sua identità di intellettuale pensatore, per ciascuno di noi rappresenta un interrogativo esistenziale mai del tutto risolto.

Tornando alla rappresentazione teatrale, dopo averci trasportati nel profondo del testo in un’atmosfera quasi onirica, Ostermeier orchestra un risveglio: Sonia si interrompe e interroga Rosario sulla scelta del materiale da leggere. Questa rottura introduce una forte componente relazionale che identifica, a mio parere, la necessità, di fronte all’incertezza e alla crisi, di un Altro. Così comincia un dialogo, una discussione accalorata tra gli attori; viene coinvolto anche il pubblico. I personaggi sono tra loro molto diversi, ma sono accomunati dal desiderio di cambiare le cose. Ragionano su cosa sia giusto o sbagliato, smarriti, cadono loro stessi nelle trappole del sessismo, dei luoghi comuni, dell’intellettualizzazione, della banalizzazione. Forse rappresentano lo specchio dei tempi, di persone che si trovano di fronte a un collettivo indecifrabile, rispetto al quale sembra non esistere un progetto, una speranza. Qual è la salvezza della società per Ostermeier? Tenendo fermo il parallelo individuo/società della sua rappresentazione, mi chiedo quale sia la madre salvatrice che protegge gli abitanti del mondo, mai come ora così provati? Qual è il “ritorno” che dobbiamo affrontare? Quale la Verità a cui dobbiamo ricongiungerci?

Sembra che Ostermeier non si limiti a voler far riflettere lo spettatore: ci fa sentire a disagio quando ci mette spalle al muro chiedendoci “tu cosa fai?”. E così assieme ai personaggi che ci mostrano il loro impegno, quotidiano, in prima linea, in politica o nella cultura, ci si sente delle gocce nel mare: ci confrontiamo con la frustrazione e il senso di impotenza. Forse quest è quanto vuole provocare: partendo dalla ricerca sociologica sulla comprensione della svolta neoconservatrice dilagante in Europa e nel mondo, Ostermeier compie una chiamata alle armi, quando ci interroga su cosa facciamo noi. Quali sono le armi che possiamo mettere in campo? Io insisto a credere nel contagio dell’esercizio del Pensiero, nemico dell’indifferenza e della distruttività e nella potenza delle relazioni umane: come ci mostrano le immagini che stiamo vedendo sempre più in questo periodo, in molte piazze del mondo, le gocce d’acqua possono unirsi a formare un fiume.

Back To Top