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Freud in Fabula

“Addio Biancaneve” di Beatrice Alemagna. A cura di Noemi Lucrezia Pepe

“Addio Biancaneve” di Beatrice Alemagna
A cura di Noemi Lucrezia Pepe

 

Addio Biancaneve è un grande albo in rilegatura tibetana. Le tavole la fanno da padrone e la rilegatura le asseconda, permettendo al lettore di vederle in tutta la loro grandezza e in tutti i particolari, non avendo punti ciechi sulle immagini. È un albo, infatti, come ci dice l’autrice, che nasce dalle tavole: Alemagna è partita proprio da queste ultime, pescate dal suo “Io più oscuro”, e poi ha costruito la storia.

L’immagine che nasce prima del testo (e a partire dal testo, quello dei Fratelli Grimm) rimanda al processo di reverie, di trasformazione, e di messa in parola, a partire da un testo non per forza verbale, di un’immagine.

Le tavole sono intrise di simboli sessuali, figure trasfigurate, cupe, in linea con la fiaba dei fratelli Grimm, assai diversa dalla versione edulcorata della Disney, ma anche con la visione dell’infanzia dell’autrice, fatta di “un miscuglio di meraviglia, magia e inquietudine”. L’infanzia raccontata ai bambini non deve essere una bugia. Alemagna parla ai bambini con i suoi racconti e le sue illustrazioni in modo onesto, non infantilizza né semplifica i sentimenti.  La fiaba, come dice Calvino, è sincera, non crea illusioni: mette in scena la paura e la possibilità di attraversarla.

Gianni Rodari parlava della necessità della fiaba in quanto capace di esercitare l’immaginazione, di mettere in discussione ciò che appare naturale o inevitabile, aprire lo spazio al possibile.

Alemagna ribalta il punto di vista del testo classico dei Grimm e racconta della sofferenza, della gelosia e della vendetta “Raccontare la ferocia, l’oscurità, l’animalesco così come si potrebbe raccontare l’infanzia”.

L’infanzia si configura per l’autrice come un’esperienza interiore complessa, un viaggio psichico fatto di crisi, perdite e scoperte.

La Biancaneve dei fratelli Grimm è vendicativa e spietata, vittima e carnefice.

Chi narra è la matrigna. La storia si apre con una scena d’amore da cui la matrigna è esclusa: la nascita di Biancaneve che rappresenta tutto ciò che lei non ha mai avuto.

La constatazione di un lutto: quello di una maternità mancata e di una giovinezza perduta, di un amore mai avuto. Una profonda ferita narcisistica che si apre come una voragine e che risucchia tutto. Un lutto inelaborabile che fa impazzire. E allora le uniche soluzioni sono l’odio e la vendetta. Un Io che può avere la sua rivincita, finalmente, “Io, io, io”. Ma questa potenza è solo un’illusione. Biancaneve le ricorda costantemente e dolorosamente la sua debolezza, le sue mancanze, i suoi vuoti.

Biancaneve diventa per la matrigna l’oggetto di invidia, da distruggere, con il quale il confronto è intollerabile, la vicinanza dolorosa.

Morire o uccidere sembrano le uniche soluzioni possibili per sottrarsi al dolore del confronto. La matrigna affida al cacciatore il compito ingrato di uccidere Biancaneve. Ma, come sappiamo, il cacciatore, impietosito, la risparmia e uccide un giovane cinghiale da cui prende fegato e polmoni da consegnare come prova alla regina.

La matrigna li divora credendo siano di Biancaneve, incorpora l’oggetto per diventare l’oggetto invidiato. Per ritornare alla vita.

Rispetto all’incorporazione Freud (1920) metterà in luce l’impasto della libido e dell’aggressività “l’impossessamento erotico coincide con l’annientamento dell’oggetto”. Come descrivono Laplanche e Pontalis nell’incorporazione sono presenti tre significati: procurarsi un piacere facendo penetrare un oggetto in se stessi; distruggere questo oggetto e assimilarsi le qualità di questo oggetto conservandolo dentro di sé.

Ma la regina non può avere pace perché lo specchio le rivela che Biancaneve è ancora viva.

Lo specchio è istanza giudicante, dice sempre la verità, non mente e non consola, ma rappresenta anche la possibilità di una conferma o disconferma narcisistica, è un “altro” che restituisce o toglie valore. In termini junghiani potremmo assimilare lo specchio all’Ombra, fatta dell’insieme degli aspetti di noi stessi che non riconosciamo, rifiutiamo e reprimiamo perché incompatibili con l’immagine che vogliamo avere di noi. In questo senso lo specchio/Ombra rivela alla regina una verità che non vuole e non può accettare e la mette di fronte al limite, all’invecchiamento inesorabile, ad una bellezza che sfiorisce e che non riesce ad ammettere.

Biancaneve, risparmiata dal cacciatore, trova rifugio nella casa dei nani che la accolgono e la invitano a restare. E mentre Biancaneve “trabocca di gratitudine”, la regina trabocca di rabbia.

Secondo Melanie Klein, l’invidia nasce da un’incapacità di tollerare che qualcosa di buono esista fuori da sé: invece di desiderarlo o ammirarlo, lo si vuole rovinare. È un’emozione distruttiva: per la regina la bellezza di Biancaneve non è qualcosa da riconoscere o da cui lasciarsi ispirare, ma qualcosa da eliminare. Al contrario, la gratitudine è la capacità di riconoscere e accogliere il bene ricevuto, senza sentirsi impoveriti dal fatto che provenga da fuori. Biancaneve ha fatto esperienza da bambina di una madre e di un padre amorevoli, da cui è stata desiderata e amata. Questo ha lasciato un’impronta dentro di lei e la possibilità di vivere l’altro come fonte di nutrimento e non di minaccia. Biancaneve accetta l’aiuto dei nani, si affida, entra in relazione senza sospetto. Non ha bisogno di distruggere ciò che è buono negli altri, perché riesce a sentirlo anche come qualcosa che la riguarda e la sostiene. Tuttavia Biancaneve è abitata da una dualità che rispecchia la qualità delle sue relazioni primarie, quella buona con i suoi genitori e quella cattiva con la matrigna.

Sapendo che Biancaneve è viva e vegeta a casa dei nani, la matrigna è costretta a escogitare un nuovo piano per liberarsene. Il primo tentativo consiste nel toglierle il respiro con un laccetto stretto fino a soffocarla: così la regina crede di aver consumato la sua vendetta. “Restare senza fiato” è quello che si dice di fronte ad un’immagine estatica; la regina resta senza fiato di fronte alla bellezza di Biancaneve e le toglie il fiato per punirla. Tuttavia, i nani la trovano in tempo e riescono a salvarla, lasciando la matrigna furiosa e determinata a tentare ancora. Nel suo secondo piano, ricorre a una mela avvelenata: con un solo morso, riesce finalmente nel suo intento. Eppure, la bellezza di Biancaneve non sfiorisce nemmeno con la morte; è qualcosa che sopravvive all’odio e all’invidia della regina, tanto da far innamorare il principe che la trova e contempla nella bara.

Ciò che mantiene Biancaneve morta è il pezzo di mela avvelenata che ha in bocca, l’oggetto tossico, il corpo estraneo. La morte di Biancaneve non appare come un semplice effetto del veleno, ma come la conseguenza dell’impossibilità di metabolizzare un oggetto carico di odio. L’oggetto avvelenato può essere letto come un’introiezione fallita: qualcosa che proviene dall’Altro e che, invece di essere trasformato psichicamente, resta incastrato, non digeribile, producendo una sospensione vitale. La mela nel linguaggio di Ferenczi (1932) potrebbe essere il “trapianto estraneo”, ovvero un contenuto psichico alieno introdotto forzatamente nel soggetto. Per Ferenczi, infatti, i trapianti estranei sono elementi dell’altro che il bambino introietta senza poterli elaborare. La successiva vendicatività di Biancaneve in questo senso può essere letta anche come identificazione con l’aggressore: Biancaneve si trova ad aver interiorizzato aspetti dell’adulto traumatico, la matrigna, come elementi estranei ma agenti dentro di sé, e che, nonostante l’espulsione della mela, hanno lasciato un’impronta.

Biancaneve non è propriamente morta, ma bloccata in una condizione tra la vita e la morte, congelata attorno a un nucleo traumatico non simbolizzato. Non è il bacio del principe a salvarla ma ciò che permette il ritorno alla vita è l’espulsione dell’oggetto tossico: un movimento che potremmo leggere come espulsione dell’elemento persecutorio, rigetto di ciò che non è stato possibile integrare. Non c’è l’irruzione salvifica dell’Altro amoroso, ma il lavoro di separazione da un oggetto interno persecutorio.

L’analista, come il principe, non salva con un gesto magico l’altro ma lo veglia e lo assiste nel dolore psichico, a volte in quelle condizioni di morte-in-vita, non lo abbandona alla mercè delle identificazioni tossiche ma lo aiuta a recuperare quel filo con la vita, come direbbe Oliva de Cesarei, in grado di liberare da un passato disfunzionale e favorisce una nuova vita.

La bellezza di Biancaneve che permane anche nella morte assume un ulteriore significato: non è solo una qualità estetica incorruttibile, ma il segno di un nucleo vitale non intaccato, rimasto intatto nonostante l’introiezione velenosa. Possiamo pensare a quella base di amore e desiderio vissuta e ricevuta dai suoi genitori prima che morissero, che permette appunto di mantenere un nucleo vitale dentro di sé, un filo con la vita, che si riattiva con l’espulsione dell’oggetto estraneo.

Tuttavia, entrambe, sia la matrigna che Biancaneve, sembrano incapaci di accedere ad una posizione riparativa ed evolutiva. Sono dilaniate e possedute l’una dall’invidia, l’altra dalla vendetta. Nessuna delle due riesce a fare a meno dell’altra.

Infatti, la matrigna cattiva viene invitata alle nozze e lei non può non andarci, non riesce a separarsi dall’oggetto della sua sofferenza. Ed ecco che si consuma la vendetta di Biancaneve. Ad aspettare la regina ci sono dei sandali di ferro incandescenti che deve calzare e con cui deve danzare davanti a tutti fino a “estinguere tutti i miei fuochi”. Sembra realizzarsi per la matrigna una sorta di contrappasso: brucia di gelosia, letteralmente; viene bruciata viva davanti agli invitati. Biancaneve non è più solo vittima ma diventa spietata carnefice in grado di infliggere alla sua matrigna una tremenda vendetta.

Il titolo Addio Biancaneve mi ha fatto pensare a una forma di lutto simbolico: non solo per il personaggio, ma per l’immagine stessa di Biancaneve come vittima innocente, quasi un archetipo collettivo. È come se Alemagna ci invitasse a congedarci da questa figura tradizionale per lasciare spazio a una visione più complessa e ambigua. Così come ci invita ad una visione più complessa e sfaccettata dell’infanzia.