Skip to main content
Andata e RitornoIl fatto scelto

“ANDATA E RITORNO Appunti di viaggi nella psichiatria attraverso i bordi della psicoanalisi” di Cristina Feri

ANDATA E RITORNO
Appunti di viaggi nella psichiatria attraverso i bordi della psicoanalisi
di Cristina Feri

Eccoci qui, ancora soli. C’è un’inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza… (…) Tutti han detto qualcosa. Mica m’han detto gran che. Se ne sono andati. Si son fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo. Ieri alle otto la signora Bérenge, la portinaia, è morta. Si sta schiodando dalla notte un gran temporale. Quassù in cima dove stiamo noi il casamento trema. (…) Mica l’ho praticata sempre, ‘sta merda di medicina. Ora glielo voglio proprio scrivere ch’è morta, la signora Bérenge, a tutti quelli che m’han conosciuto, che han conosciuto lei. Ma dove saranno? Vorrei che il temporale facesse ancor più baccano, che i tetti sprofondassero, che la primavera non ritornasse più, che casa nostra sparisse. (…) Ma mica so più a chi scrivere… È tutta gente lontana… Si son cambiati l’anima per tradir meglio, scordar meglio, parlar sempre d’altro…

Louis-Ferdinand Céline, Morte a credito (1936)
(traduzione di Giorgio Caproni, Garzanti 2007)

Bisogna amare molto la medicina e l’umanità, con tutto il suo carico di sofferenza e impasto di vita e morte, per parlarne come fa Cèline, medico e conoscitore dell’animo umano, nel brano posto in esergo che fa da incipit a uno dei suoi romanzi, Morte a credito. Allo stesso modo, potremmo dire che bisogna amare molto la psichiatria con i suoi limiti e difetti, con i suoi abitanti e frequentatori per potersi avvicinare, entrarci davvero, restare, dare e ricevere. A distanza di quasi mezzo secolo (era il maggio del 1978) dall’approvazione della legge 180, dopo decenni di entusiasmo e graduale disillusione, il vissuto che spesso serpeggia in molti ambienti della psichiatria istituzionale (più ancora che nel resto della sanità pubblica, anche se confusione e smarrimento sono endemici in questo nostro tempo) è quello raccontato da Cèline: “Eccoci qui, ancora soli. C’è un’inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza…”, solitudine, smarrimento, pesantezza, inerzia. Eppure quanta ricchezza c’è in questa disciplina ambigua, così necessaria a tutti, così povera. Quanto attaccamento alla vita e alla comunità si scopre nei suoi pazienti, oltre a disperazione e a oscuri non-senso.

“Bisogna voler bene ai pazienti” diceva, diversi anni fa, Federico Flegenheimer, concludendo la sua lezione di Deontologia tenuta ai candidati (futuri psicoanalisti) della sezione milanese dell’INT. Anche questo, dunque, hanno in comune psichiatria e psicoanalisi, oltre a una lunga storia condivisa, fatta di scambi (clinici e teorici), intersezioni e divergenze, conflitti e complementarietà: bisogna voler bene a ciò che si fa e a coloro per i quali lo si fa (compreso se stessi), come singoli operatori e come gruppo professionale. Può apparire una considerazione banale, ma a me pare un legame da ricordare e rinsaldare, soprattutto in questo nostro tempo così incline alle scissioni e alle polarizzazioni che rischiano di sospingere ciascuno – anche la psichiatria e la psicoanalisi – su fronti opposti anziché sostenersi a vicenda e fecondarsi.

È molto difficile oggi, più ancora che qualche decennio fa,  portare avanti una psichiatria che integri il sapere psicoanalitico all’interno dei servizi e nelle diverse istituzioni dove la psichiatria è chiamata a operare (carceri, comunità, centri per migranti, REMS, RSA, scuola, ecc.) e si può essere colti dalla sensazione di deriva, di allontanamento tra psichiatria e psicoanalisi,  nonostante il coinvolgimento sempre maggiore per entrambe nella cura di pazienti gravi (in tutte le fasce di età e in tutte le tessere che compongono la nostra società) e la costante estensione del metodo psicoanalitico ben oltre i suoi confini tradizionali.

L’idea di questo piccolo spazio sul sito del CMP nasce proprio dal desiderio di contribuire a far circolare un po’ di psichiatria nel mondo degli psicoanalisti e, soprattutto, una prospettiva psicoanalitica per gli operatori – attuali e futuri – della psichiatria.

Alcuni anni fa, nel corso della supervisione all’équipe di un servizio di salute mentale, ascoltai Antonello Correale sintetizzare il lavoro che si stava facendo come un andare dalla situazione clinica a una qualche rappresentazione teorica di quanto osservato e descritto, teoria di volta in volta da ri-costruire, per poi di nuovo fare ritorno alla clinica col passo più confidente, di chi può ora dirigere il proprio fare restando aperto a ciò che incontra. Andare e fare ritorno: quella di Correale era anche un’indicazione metodologica, indirizzata tanto all’équipe nel suo insieme quanto a ciascun operatore psichiatrico. Da allora mi piace pensare che quell’invito di Correale ad andare e a fare ritorno sia una sintesi armoniosa del lavoro psichiatrico sostenuto dal sapere psicoanalitico e si componga di tre ingredienti: la consuetudine con i malati psichiatrici e con le dinamiche istituzionali, il tenere vivo un appassionato dialogo con (e tra) le teorie e la pratica psicoanalitica e l’essere una persona che ama camminare. Questo movimento tra punti mai uguali – andata e ritorno –, così indissolubilmente somatopsichico, esterno/interno, individuale/collettivo, all’apparenza tanto semplice e naturale quanto in realtà complesso e mai scontato, è quello con il quale proporrei di inoltrarci, attraverso i bordi della psicoanalisi[1], nei territori della psichiatria contemporanea (clinici e istituzionali). Lo si farà con brevi camminate che, spero, per qualcuno possano essere utili a (ri)trovare il proprio passo e a sentirsi meno soli.

Una buona compagnia per iniziare questi viaggi la troviamo in Dario De Martis. Professore ordinario di psichiatria all’Università di Pavia, Psicoanalista con funzioni di training della SPI e Primario di psichiatria a Pavia, De Martis, nel 1987, pubblicò insieme a Fausto Petrella e a Paolo Ambrosi un libro corale, dal titolo quanto mai significativo, Fare e pensare in psichiatria – a proposito di andate e ritorni –. Le sue parole, a conclusione del primo capitolo, anche se in un linguaggio che richiede attenzione, sembrano scritte per noi. Col pensiero rivolto anche ai bisogni di formazione degli operatori psichiatrici, De Martis mostra la complessità dei compiti di una psichiatria non rinchiusa né appiattita né inerte; al contrario, in cammino, che percepisca “il malato “in situazione”, nei momenti di crisi così come nel suo continuum vitale”[2], con attenzione costante ai movimenti relazionali (transfert-controtransfert) non solo tra paziente e (équipe) curante ma anche all’interno dell’équipe e dei luoghi di cura.

La lotta contro i fenomeni di emarginazione, contro le spinte costanti all’allontanamento del diverso che la società esprime, sembra richiedere (…) una credibilità e una coerenza interna che renda l’équipe capace di tollerare i movimenti depressivi indotti dal confronto con un compito smisurato, senza rifugiarsi, come già avvenne in altre condizioni per tanti medici manicomiali, in una posizione di sconfortato cinismo. La battaglia campale si è trasformata in guerriglia e richiede di conseguenza una strategia e delle tattiche diverse (…). Chiusa una fase storica, si pone il problema di come utilizzare da un punto di vista pratico e teorico il patrimonio di esperienze, di impegno e di cariche umane profuse negli scorsi anni, magari anche attraverso errori, ingenuità, percorsi tortuosi, ma che in ogni caso propongono una situazione psichiatrica radicalmente rinnovata nel nostro paese. (…) [E]merge in tutta la sua intrinseca ambiguità la collocazione culturale della psichiatria, sempre oscillante, come scrisse Dörner (1969), fra istanze liberatorie e istanze repressive, fra la sua identità medica e la sua antica derivazione storica di ispirazione filosofica e, più modernamente, socioculturale. (…) Si tratta, ritengo, di assumere queste antiteticità come dati stabili in un campo in cui le operazioni del diagnosticare e del guarire possano declinarsi in termini eminentemente problematici e teoricamente infiniti. Queste, infatti, non sono riferite a un campo illusoriamente asettico, bensì affollato da percorsi fantasmatici e, contemporaneamente, dal peso di precisi dati socio-economico-politici che condizionano sia il soggetto sofferente, sia il suo ambiente, sia l’équipe, in rapporto a un determinato quadro territoriale.

La consapevolezza della densità di questi dati rappresenta un prerequisito, secondo il mio parere, di un intervento che ha il suo momento più qualificante in operazioni di ordine psicoterapico. Anche qui lo studente ha la necessità di rendersi conto dello scarto che intercorre tra il modello della lezione freudiana, la quale ha messo di necessità fra parentesi lo sfondo su cui si svolgeva l’operazione tanto conoscitiva quanto terapeutica, e le incertezze e gli inevitabili inquinamenti di un lavoro sul campo che rifiuta una sua riduzione a formule astratte.

Ciò sembra preludere a una ricerca della conoscenza in psichiatria che non si basi su paradigmi rigidamente ripetitivi, ma a cui ci si avvicini attraverso la costruzione rinnovata di modelli presuntivi. Si tratta di un compito di gruppo, che costringe a fare costantemente i conti con la cruda realtà della convivenza umana e delle sue distorsioni, realtà che fa giustizia di ogni “assunto di base”. Viene in questo modo garantita una circolazione stabile fra l’esperienza caleidoscopica che si offre allo sguardo dello psichiatra e la tensione teorica che si sforza di formulare ipotesi esplicative.

(…) [N]on è pensabile lo stabilire dei limiti troppo sistematici a queste aree di ricerca e di azione. Si può solamente sottolineare la differenza sostanziale che intercorre fra una psichiatria mummificata custode di morti-viventi, quale ci è stata tramandata, e i percorsi perigliosi e inquietanti qui delineati, ma aperti a difendere, contro le infinite declinazioni della pulsione di morte, le ragioni della vita”.[3]

 

[1] Berti Ceroni G., Confini, muri e bordi, Paolo Emilio Persiani Editore, 2011, p. 17.

[2] De Martis D., Problemi di trasmissione culturale nel mutato panorama psichiatrico, in De Martis D., Petrella F., Ambrosi P. (a cura di) Fare e pensare in psichiatria. Relazione e istituzione, Raffaello Cortina Editore, 1987, p. 10.

[3] De Martis D., Problemi di trasmissione culturale nel mutato panorama psichiatrico, cit., pp 8-11.