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Andata e Ritorno

“ANDATA E RITORNO”: GARANTI di Cristina Feri

“ANDATA E RITORNO”:
GARANTI
di Cristina Feri

(…) E infine quella che chiamo l’assenza del garante. Una delle manifestazioni, se non una delle cause del malessere ordinario, è la cancellazione progressiva del soggetto, l’assenza del garante che risponda ai nostri interrogativi su ciò che siamo e diventiamo. La scomparsa del garante umano alle domande che indirizziamo agli apparati amministrativi, è la conseguenza dei grandi traumatismi che hanno squarciato la storia umana, distrutto la fiducia nell’umanità e rimpiazzato i legami sociali e intersoggettivi, con macchine e automi. È la paura, l’insicurezza, l’angoscia muta e la violenza: i sogni non riparano più i microtraumi della vita quotidiana e le storie dei media riescono solo ad addormentarli. Viviamo nell’impensabile e nell’impensato di queste esperienze, che sono sepolte dal diniego, isolate dalla scissione, ricoperte da risate meccaniche e da danze maniacali sul bordo di vulcani e di centrali nucleari. Sono la precarietà e lo sconforto dell’esilio, i movimenti migratori, l’esclusione, la disoccupazione, gli sradicamenti. È l’incertezza del presente, la diffidenza nei confronti delle trasmissioni che non generano futuro, o al contrario l’esaltazione ottusa dei fondamentalismi, l’estrema e fragile dipendenza dagli oggetti tecnici, dalle urgenze, dai legami effimeri, ecc., chiunque può compilarne la lista.

Giovanni Repossi

Queste fosche caratteristiche della postmodernità malinconica e dell’ipermodernità maniacale sono gli effetti dei mutamenti strutturali che hanno colpito il campo sociale e culturale. Hanno modificato l’organizzazione e il funzionamento dello spazio intrapsichico e i suoi rapporti con gli altri spazi della realtà psichica.

L’idea centrale è che il malessere contemporaneo è il risultato di una destabilizzazione dei meta quadri sociali, essi stessi garanti dei meta quadri psichici necessari e fondatori della vita intrapsichica di ogni singolo soggetto. Questa fragilizzazione dei garanti meta colpisce la sofferenza psichica e il funzionamento dei gruppi, delle famiglie e delle istituzioni.

(…) Col venir meno dei garanti meta sociali, viviamo la trasformazione critica delle grandi matrici di simbolizzazione che sono la cultura, la creazione artistica, gli orientamenti di senso, in breve, tutte le conquiste della sublimazione e che Freud ha chiamato nel 1929 il lavoro culturale (die Kulturarbeit). Questi sconvolgimenti mettono fortemente in causa l’identità dei gruppi e delle collettività, ma anche i processi di socializzazione degli individui. (…) L’ipotesi con la quale lavoro è che i cedimenti, le disorganizzazioni e le ricomposizioni dei garanti meta sociali della vita sociale, colpiscono in primo luogo i garanti metapsichici della vita psichica. Chiamo così le formazioni e i processi dell’ambiente psichico, sul quale si appoggia e si struttura la psiche di ognuno.

Questi garanti consistono essenzialmente nei divieti fondamentali e nei contratti intersoggettivi, che contengono i principi organizzatori dello psichismo. Essi ne formano il quadro e il sottofondo. Non intendo opporre il sociale allo psichico, e neppure trattarli separatamente, bensì tentare di articolarli.

(…) Il lavoro psicoanalitico con i gruppi, le famiglie e le istituzioni ci insegna che la vita psichica e il diventare <<Io>> non possono svilupparsi altrimenti che sulla base dell’esigenza di lavoro psichico, imposto alla psiche dalla sua iscrizione nei legami intersoggettivi primari e nei legami sociali. Questa iscrizione si effettua attraverso un insieme di contratti, di patti e di alleanza, con natura e obiettivi diversi. Il difetto, il collasso o la disorganizzazione di questi contratti, patti e alleanze mettono in crisi quelli che ho chiamato i garanti metapsichici.

(Renè Kaës, Di fronte al malessere psichico nelle civiltà ipermoderne, cosa può la psicoanalisi?  Seminario tenuto al Centro Milanese di Psicoanalisi, 2013)

Ci sono incontri, spesso inattesi e sorprendenti, dai quali emana un sentimento di fiducia e di ritrovato senso di appartenenza a una comune umanità. L’incontro in questo caso è quello con un libro e con l’istituzione che nelle sue pagine è raccontata. Il libro si intitola “Caro Parlamento”, pubblicato a settembre 2025 nella Collana di Diritto penitenziario della Editoriale scientifica di Napoli, e raccoglie, oltre ad alcuni contributi di sintesi, le relazioni al Parlamento italiano tenute dal primo Collegio del Garante Nazionale per le persone private della libertà personale, formato da Mauro Palma (Presidente), Daniela de Robert e Emilia Rossi (Componenti), lungo i quasi otto anni (da 2017 al 2023) del suo mandato. Istituito con decreto governativo nel 2013, ma divenuto realtà solo tre anni più tardi, il Garante nazionale per le persone private della libertà personale è un’istituzione giovane nel nostro paese, che ha dovuto e saputo conquistare autorevolezza, definire ambiti di competenza per raggiungere aree di sofferenza personale e collettiva fino ad allora invisibili e del tutto inermi. Non si pensi a un testo per giuristi o addetti ai lavori: formato da un matematico-giurista (Mauro Palma), da una giornalista (Daniela de Robert) e da un’avvocata penalista (Emilia Rossi), il Collegio del garante parla a tutti. Abituati, come psicoanalisti e/o operatori della salute mentale, a districarci per lo più nel mondo interno dei pazienti, lungo percorsi individuali, oppure a essere sopraffatti dalle contingenze di una realtà esterna sempre urgente e deprivata di pensabilità, l’incontro con il Garante nazionale per le persone private della libertà personale, con il suo lavoro e la sua storia, ci offre un punto di osservazione e di sosta, al crocevia tra realtà esterna ed interna, tra personale e collettivo, lì dove può originare il senso di ogni esperienza umana. Il pensiero non può non andare ad altri garanti, quelli dei quali parla Renè Kaës, principi organizzatori dello psichismo, leganti inter-psichico e intra-psichico, indispensabili a promuovere e sostenere lo sviluppo di ogni soggettività. Di queste funzioni metapsichiche e metasociali, il Garante nazione appare come una personificazione, un personaggio la cui entrata in scena solleva interrogativi ma riavvia tentativi di comprensione nuovi e creativi. Le analisi delle aree di criticità, le loro interconnessioni e complessi intrecci sembrano ripercorrere quelle di Kaës di fronte al disagio contemporaneo.

C’è molta psichiatria nel lavoro di questo Garante nazionale. Non mi riferisco certamente alla psichiatria come disciplina medica. Penso invece alla radice umana della psichiatria – capace di contenerne anche le proprie irrisolvibili ambiguità – come a quell’area istituita per raccogliere quanto espulso, non integrabile, rimosso dall’umano ma anche per ri-avvicinarlo, riconoscerlo, risignificarlo. Penso alla psichiatria come a una sineddoche (una parte per il tutto) della sofferenza umana più radicale, quella che deriva dalla perdita (o dalla spoliazione) della soggettività come singolo e come membro di una collettività, dal venir meno della possibilità di dare senso alla propria esistenza e di partecipare alla creazione di sé e della realtà che si condivide con il resto del vivente nel proprio arco esistenziale. È questo, infondo, il cuore della sofferenza psichica grave. Sintonizzandosi su onde-radio viaggianti al di sotto del principale livello istituzionale, normativo e giuridico, in tutti i contributi del libro è udibile una voce, coerente, tenace, che ricorda e ribadisce la natura profondamente e inscindibilmente psico-somatica e intersoggettiva dell’umano, un filo di voce che richiama sguardi protettivi, svela collegamenti, tesse una trama complessa che collega tra loro spazi e tempi cosicché le vicende umane (che si tratti di persone detenute, di migranti, di persone anziane, con disabilità o malati psichici) possono trovare senso, valore, riparazione ossia rispetto e dignità.

Prendendo a prestito l’idea del Garante di affidare a parole-guida un messaggio e la chiave del racconto del proprio lavoro annuale (attesa, soggettività/nome, complessità, sguardo, tempo sono alcune delle parole scelte come vertici di riflessione per le relazioni annuali), vorrei usare 3 parole ricorrenti negli scritti del Garante come guida. Le parole sono: apertura, territorio e complessità.

Scrive il Garante nella Relazione del 2017:

La privazione della libertà può essere definita semplicemente secondo uno stile prettamente da empirismo anglosassone: si realizza quando una persona è in un luogo da cui non è autorizzata ad andarsene. Può apparire banale, ma se la si articola nelle diverse aree in cui si realizza, la questione apre a una molteplicità di situazioni.

[…] aree diverse di privazione della libertà. Questa pluralità di luoghi rinvia alla definizione stessa di privazione della libertà, cioè all’ampiezza del controllo da parte del Garante nazionale e all’individuazione di quali situazioni limitative della possibilità di movimento del singolo possano essere individuate come effettivamente privative e non semplicemente restrittive della sua libertà.

Si tratta spesso di un confine labile, quello tra restrizione e privazione, perché a volte le restrizioni configurano una privazione de facto anche se non qualificata come tale sul piano normativo. Compito del Garante nazionale è anche individuare tale frontiera labile estendendo la tutela della propria vigilanza ad ambiti sempre più estesi e soggetti a criticità rilevanti. Si individuano, quindi, quattro grandi aree del controllo diffuso, che in prima approssimazione definiscono l’ambito di azione del Garante nazionale: l’area penale, l’area della sicurezza, l’area del controllo delle migrazioni, l’area sanitaria.

Fin dall’avvio della sua operatività nel marzo 2016, il Garante ha posto a fondamento del proprio mandato istituzionale un movimento di apertura: apertura di senso, restituendo al linguaggio la sua effettività e autenticità, ma anche andando oltre un empirismo semplificante quanto rassicurante per affermare che la realtà emerge solo dall’articolazione, dal legame tra elementi diversi e necessita di uno sguardo che sappia cogliere tale legame. Un movimento di apertura che fa uscire dal chiuso dell’istituzione totalizzante (il carcere, la condizione detentiva come uniche realtà parcellizzate, separate dal resto) verso una visione territoriale (ovvero la molteplicità di luoghi) delle diverse espressioni dell’esistenza umana, compresa la libertà personale e la sua privazione. L’importanza del territorio e del legame delle persone (sia come singoli sia come gruppo) con un territorio è un insegnamento fatto proprio dalla psichiatria di settore francese degli anni ’50 e da quella italiana passata nella legge 180 del 1978: ciò che la cultura psichiatrica sa bene – sebbene oggi sembri sempre più spesso aver rimosso tale sapere – è che le persone vivono sempre e comunque in territori, non in istituzioni, dove il territorio non è semplicemente uno spazio ma un insieme di strutture, servizi, relazioni, memorie condivise, cultura entro il quale le persone possono vivere, svilupparsi, evolvere e che contribuiscono a far esistere. La rottura traumatica di tale legame (come nelle migrazioni ma anche nel caso dei trasferimenti frequenti coatti e improvvisi dei detenuti) o il diniego di esso portano a forme di alienazione, spersonalizzazione, come documentato da tutte le sindromi da istituzionalizzazione (dalla catatonia nei manicomi, a molti dei comportamenti autolesivi nelle carceri o nelle comunità chiuse). A partire da questo vertice di osservazione, il rapporto tra sofferenza psichica e privazione della libertà personale è colto dal Garante nella sua complessità[1]. Esso non è esteso alla sola area sanitaria – ossia quella che comprende i luoghi della cura psichiatrica (SPDC, comunità), dell’accudimento e della cura di persone con disabilità psico-fisica o di anziani (RSA) -, ma è trasversale a tutte e quattro le aree con le quali il Garante ha tracciato il proprio ambito di competenza (l’area penale, l’area della sicurezza, l’area del controllo delle migrazioni e l’area sanitaria): quattro aree come quattro sono i punti cardinali che definiscono delle coordinate, consentono di tracciare rotte e rendono possibile ri-trovare punti di incontro.

Il filo che tiene insieme l’attività in settori così diversi tra loro e che riguarda persone con responsabilità soggettive così distanti, […] è dato dalla minorità intrinseca della condizione di non poter determinare la propria quotidianità elementare e di non poter da soli costruire reti effettive di tutela dei propri diritti. È dato proprio dalla condizione di privazione della libertà e dalla necessità che la stessa responsabilità pubblica che determina, per motivi del tutto dissimili, tale privazione assuma anche il compito di vigilare affinché essa non debordi mai, in ambito sanitario, verso una istituzionalizzazione passivizzante che neghi la soggettività della persona, in ambito penale, verso una de-responsabilizzazione che non aiuti a costruire un percorso di ritorno, comprendendo la lacerazione prodotta con la commissione del reato, in ogni ambito, in situazioni di implicita o esplicita lesione del diritto fondamentale di ogni persona alla propria integrità psico-fisica e al rispetto della propria dignità.

Questo è il compito essenziale del Garante, che si completa con l’altro importante ruolo di favorire la prospettiva di una reintegrazione positiva nel contesto sociale, nei settori ove questo è possibile, e comunque di assicurare il permanere dell’appartenenza a esso. Il Garante deve essere percepito – direi udito – dai diversi soggetti, in Istituzioni così dissimili, al contempo come voce comprensibile perché a essi rivolta e come voce istituzionale e non di parte, perché rappresenta la stessa legalità democratica che deve caratterizzare la loro situazione contingente. (Un anno di attese, Relazione del Garante 2018)

La sofferenza psichica è, in tante forme diverse, in tutti i luoghi dove si realizza la privazione della libertà personale. È nei luoghi di detenzione, in primis in carcere, dove gli operatori dei DSM sono entrati, chiamati ad organizzare e garantire l’assistenza psichiatrica, con particolare attenzione alla prevenzione del rischio suicidario. Le problematiche e le criticità, dal punto di vista sanitario, sono molte e i risultati, purtroppo, ancora molto disomogenei, con il risultato che sul nostro territorio nazionale esistono realtà molto diverse. La spinta ideale di una psichiatria territoriale, anti-istituzionale, il cui obiettivo non era tanto la guarigione di un disturbo ma la restituzione o la riconquista di spazi di soggettività, si è molto affievolita nel coso dei decenni. Sarebbe stata questa, credo, una psichiatria più competente rispetto ai bisogni del carcere in quanto l’attenzione ai sintomi non era disgiungibile dallo sguardo all’ambiente di vita, alle relazioni, alla totalità della persona. In questi ultimi decenni la psichiatria – e più in generale la medicina – è divenuta più forte e competente quanto a specificità nella cura di molti disturbi psichici, ma ha anche sacrificato parte del suo patrimonio umano. Quella offerta al carcere, come a ogni cittadino ma qui con effetti più negativi, è una psichiatria non più territoriale ma ambulatoriale che ha nel farmaco il proprio strumento principale. Per altro, le paradossali incongruità e disattenzioni del nostro legislatore, spesso fanno sì che una persona esista solo per il carcere e/o per la psichiatria ma non per un territorio (comune, prefettura, questura, banca, scuola, ecc…), rendendo materialmente impossibile ogni progetto terapeutico e di (re-)inserimento nella società. L’etichetta di “psichiatrico” applicata a molti soggetti detenuti, abbraccia, di fatto, un alone semantico che va dalla diagnosi di schizofrenia, all’avere messo in atto gesti autolesivi o oppositivi (penso al digiuno o al mutismo) non importa per quale motivo o causa, alla dipendenza da sostanze (spesso sostituite in carcere dagli psicofarmaci), al tenere comportamenti problematici, alla disperazione che nasce non solo dalle ferite di traumi terribili ma dal trovarsi poveri, senza una lingua, privati di tutto e altro ancora. Anche chi lavora in carcere dovrebbe essere visto rispetto ai suoi bisogni di salute mentale per l’elevata esposizione, in ambiente ristretto e chiuso, a sofferenze acutissime e esperienze traumatiche ripetute e protratte. Le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), hanno una organizzazione e gestione sostanzialmente sanitaria con necessità di raccordo con i servizi psichiatrici territoriali, punto debole di questa articolazione. Esse accolgono un’utenza sempre più variegata – persone dichiarate non imputabili ma anche soggetti che hanno sviluppato un disagio mentale nel corso dell’esecuzione della sanzione, persone in osservazione –. I centri di accoglienza per i migranti richiedenti asilo, i centri temporanei sono anch’essi luoghi di sofferenza psichica gravissima, di fatto più impoveriti di figure sanitarie, professionalizzate (educatori, psicologi) nel corso degli anni.

Gli operatori della salute mentale, sanno che il confine tra volontarietà (intesa non come l’espressione parcellare, discontinua, reattiva di un impulso o un’emozione ma come la possibilità di esprime una soggettiva perdurante intenzionalità), suggestione autorevole (e dunque condizionante) e coercizione non è sempre così netto; così come ci è presente lo sforzo quotidiano che richiede a pazienti, familiari, operatori cercare aggiustamenti, vie per garantire spazi di libertà e autodeterminazione ai malati psichici andando contro il senso comune, lo stigma e, talvolta, il giusto timore di non incorrere in sanzioni. La contenzione farmacologica e quella fisica, il TSO, gli SPDC e le comunità psichiatriche “chiuse” (comprese quelle per minori), la possibilità di ricorrere a misure di “tutela” fortemente limitative dell’autonomia decisionale di un soggetto (penso, ad esempio, all’amministrazione di sostegno che tuttavia, de facto, può essere equiparata all’interdizione): sono tutti strumenti della psichiatria. Strumenti mai neutri, ambigui, per i quali esistono protocolli e procedure ma che richiedono di vigilare per vedere se la norma è agita e rientrano in quella che il Garante nazionale chiama soft low. Uno sguardo particolare merita, anche, non solo lo spazio tumultuoso e caotico del Pronto soccorso, ma quello più appartato e sottratto a occhi terzi delle residenze per anziani, i nuclei Alzheimer e le comunità dove vivono persone con grave disabilità psico-fisica. Qui la condizione di totale dipendenza dalle figure di accudimento va di pari passo con la presenza di un minor numero di operatori formati e professionalizzati e di familiari o persone amiche, che possano farsi portatori di un pensiero meno totalizzante e univoco. Anche in questi casi il confine tra libertà di autodeterminare le proprie scelte e rischio di abbandono non è facile né dato una volta per tutte.

In tutti questi luoghi, oltre che in quelli propri della psichiatria e della sanità, si trovano ad operare, a vario titolo, psicologi, psichiatri e operatori della salute mentale di diversa formazione. Fa riflettere l’accoglienza spesso diffidente o indifferente riservata da tali professionisti al Garante. Ma in fondo, non ci sentiamo tutti “garanti” dei nostri pazienti, del processo terapeutico, ecc… con il rischio di sentirci autosufficienti, recidendo quel legame con la matrice sociale dell’inconscio?

Questo ci deve ricordare la necessità di rinforzare e prendersi cura di quelli che René Kaes ha chiamato i garanti metapsichici, funzioni metapsicologiche proprie della società e dei singoli individui, le quali forniscono quel contesto di stabilità e continuità necessari alla crescita e allo sviluppo delle nostre costruzioni identitarie come soggetti e come membri della comunità. È questo un compito e una ricchezza della psicoanalisi contemporanea, come bene dice Kaës:

 (…) Oggi la psicoanalisi non può limitarsi alla sola realtà psichica del singolo soggetto: non può neppure costituirsi come una visione del mondo di cui possiederebbe la chiave, una specie di scienza delle scienze che si costituirebbe a partire unicamente dall’esperienza dello spazio della realtà psichica del singolo soggetto.

Confrontata al malessere della e nella nostra cultura eteroclita e al trattamento della sofferenza psichica che ne deriva, la psicoanalisi deve adoperare tutte le risorse della conoscenza dell’inconscio di cui dispone, in tutti i dispositivi nei quali l’inconscio si manifesta e produce i suoi effetti.

Ciò che oggi può la psicoanalisi, è trattare certe forme del disagio contemporaneo e renderne conto, a condizione di esplorare i rapporti che intercorrono tra lo spazio psichico del soggetto, lo spazio dei legami intersoggettivi e lo spazio psichico che è proprio delle configurazioni psichiche dei gruppi, delle famiglie, delle istituzioni. (R.Kaës, idem)

Accade così che quello che sembrava estraneo – un Garante nazionale per le persone private della libertà personale – lo si scopra familiare, interno e, se la sosteniamo, una delle parti migliori di noi stessi e della società che creiamo e abitiamo.

 

[1] Daniela De Robert (pag. 261): Proprio la complessità, l’idea della complessità e la sua accettazione hanno accompagnato la riflessione e il lavoro del Garante nazionale nei suoi primi anni di vita. […] Una complessità che non è sinonimo di complicazione ma che contiene in sé un valore positivo. Rifiutarsi di guardarla e di leggerla in nome di una presunta semplificazione è indice di dell’incapacità a misurarsi con le difficoltà che l’agire e il pensare pongono. “Eludere la complessità del presente – ha detto Palma nella sua relazione al Parlamento – spesso è un modo per evitare di guardare le ferite del proprio corpo sociale, rinunciando così a comprendere la realtà sociale nella sua interezza, a comprendere cioè anche se stessi “.