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Il fatto scelto

“Arzo 1943” di Marta Pezzati

“Il segno che si è dalla parte giusta è proprio la solidarietà disinteressata di tanta gente che potrebbe stare alla finestra e invece prende posizione, espone sé e i suoi, sente il dovere di partecipare. Sì, il segno buono è questo: che ci si sente di nuovo un popolo libero, che ama la libertà, che paga per riaverla.”
Giorgio Bocca, Una repubblica partigiana, 1964

Quest’anno, in occasione del 78esimo Anniversario della Liberazione del campo di sterminio di Auschwitz, il Centro Milanese di Psicoanalisi “Cesare Musatti”, in collaborazione con la Casa della Cultura proporrà, il 29 Gennaio, l’evento La scelta del doganiere. Vivere o morire per un Sì o per un No”.

Durante la mattinata saranno presentate alcune immagini del documentario “Arzo 1943” (RSI, Radiotelevisione della Svizzera Italiana), del regista e giornalista ticinese Ruben Rossello.

Il suo lavoro esplora le vicende legate al respingimento di Liliana Segre, del padre Alberto e dei suoi due cugini, avvenuto l’8 dicembre del 1943 presso la dogana di Arzo.

In Svizzera i regolamenti e i criteri utilizzati per gestire i profughi, tra il ’43 e il ’44, hanno subito, più volte, diversi cambiamenti  e nei comuni di confine regnava molta incertezza.

Qualche giorno di differenza, un cavillo burocratico o un’interpretazione più o meno ferrea delle regole da parte del personale di guardia, poteva essere sufficiente a determinare il destino dei  profughi (ebrei e antifascisti per lo più, ma non solo) che tentavano la via di fuga per sfuggire all’arresto e alla deportazione nei campi.

Il regista ripercorre con i figli di Liliana Segre, Alberto e Luciano Belli Paci, lo stesso percorso, che la madre ha dovuto affrontare in quel terribile dicembre del 1943.

Il cammino per quel sentiero è molto doloroso.

“E’ una sensazione incredibile andando su per questa strada che ha fatto lei. Come dice mia madre, ci vuole silenzio. Chissà che cosa hanno pensato… Speranze o paure? Ansie? Lasciando la certezza del vuoto per andare incontro a qualcos’altro che era l’unica speranza che avevano.”

Rossello, all’interno di questo suo lavoro così toccante, ricostruisce inoltre scrupolosamente il contesto storico che ha fatto da cornice a quei fatti: dopo l’8 settembre tantissimi italiani (ebrei o antifascisti) provarono ad ottenere asilo in Svizzera, che rappresentava, all’epoca, un’isola felice rispetto al resto del continente.

Intervista diverse anziane di Arzo, piccolo villaggio svizzero confinante con le province di Como e Varese, che erano bambine all’epoca dei fatti e ne emergono delle descrizioni (in dialetto ticinese) molto toccanti: storie di scambi clandestini di prodotti attraverso la “ramina” (il filo spinato che delimitava il confine tra i due Paesi), gesti di solidarietà verso i profughi spaventati e affamati, indimenticabili ricordi di lamenti impauriti di chi si aggirava per il paese, angosciato per il proprio incerto destino.

Alcuni fuggitivi trovarono accoglienza, ma non tutti.

I Segre purtroppo furono molto sfortunati: dal 3 dicembre 1943, infatti, e solo per alcuni giorni, la percentuale dei respingimenti aumentò significativamente fino ad arrivare al 40%.

A causa del timore legato ad un aumento esponenziale dei profughi in seguito alla Diramazione dell’Ordine di polizia n.5 del Ministero dell’interno della Repubblica di Salò, nel quale si decretava l’arresto degli ebrei di tutte le nazionalità, il loro internamento e la confisca dei loro beni, i criteri di accoglienza in Canton Ticino, hanno subito delle brusche restrizioni.

Un soldato della Compagnia Friburghese, stanziata in quei giorni ad Arzo, con l’ordine di consegnare alle guardie di confine tutti i profughi fermati, lascia scritto, nei diari ufficiali: “Le guardie di confine hanno ragioni che la pietà umana non riesce ad accettare”.

Per un triste scherzo del destino, già a partire però dal 16 dicembre 1943, i criteri di accoglienza saranno poi nuovamente allargati, fino a consentire, da quel momento in poi, l’ingresso in Ticino di tutti gli ebrei richiedenti asilo.

Il documentario, tuttavia, mette proprio in luce, come non solo le leggi vigenti al momento, ma anche e soprattutto le singole personalità delle guardie e la loro individuale interpretazione dei criteri da seguire, la loro scelta tra il “sì e il no”, siano stati elementi decisivi, nel determinare o meno la salvezza dei singoli profughi.

Purtroppo, chi era di guardia quell’8 dicembre, accusò Alberto Segre di voler andare in Svizzera per evitare il militare e a nulla sono valse le suppliche di lei che abbracciò le gambe del soldato.

Rossello ha svolto un’approfondita ricerca tramite documenti e materiali d’archivio su chi fosse di guardia quel giorno, ed è emerso che spiccavano due militari sui quali erano già state scritte in precedenza note di demerito, per via del loro carattere difficile e la mancanza di giudizio.

“La condanna a morte di mio padre e dei due anziani cugini che ci accompagnavano”, scriverà un giorno la Segre, “venne pronunciata da quell’ufficiale svizzero che ci disprezzò e rifiutò di accoglierci. I nazisti ad Auschwitz si limiteranno a metterla in pratica”.

LA SCELTA DEL DOGANIERE. Vivere o morire per un Sì o per un No
Domenica 29 gennaio –9.30-13.30
Casa della Cultura, via Borgogna 3, Milano

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in PRESENZA presso la sede della Casa della Cultura (Via Borgogna 3, Milano)
e in DIRETTA STREAMING https://www.casadellacultura.it/
NON E’ RICHIESTA ISCRIZIONE

PER APPROFONDIRE:
Presentazione della Giornata della Memoria su Youtube