Attrazione. Non solo una faccenda di sesso
di Silvia Lepore
Il termine attrazione non ha avuto particolare fortuna nel linguaggio psicoanalitico. Compare raramente anche nella psicoanalisi della coppia e, quando viene utilizzato, rimanda per lo più all’aspetto sessuale o corporeo dell’incontro tra due soggetti. La psicoanalisi ha privilegiato altri concetti: scelta d’oggetto, identificazione, innamoramento, dipendenza, collusione, legame. Eppure credo che il termine attrazione custodisca una dimensione enigmatica e misteriosa.

Auguste Rodin, Fugit Amor, 1886
Bronzo dal ciclo della Porta dell’Inferno
Musée d’Orsay, Parigi
La sua stessa etimologia apre a una moltitudine di scenari. Attrazione deriva dal latino ad trahere: tirare verso. In fisica l’attrazione riguarda la gravità, il magnetismo, il movimento dei corpi nello spazio e le reciproche influenze tra masse e poli; nell’astronomia descrive orbite, collisioni, avvicinamenti e allontanamenti continui tra corpi celesti. Nei sistemi complessi indica perfino il luogo verso cui un sistema tende nel corso della sua evoluzione. L’idea stessa di attrazione implica dunque tensione, movimento, perturbazione degli equilibri e modificazione delle traiettorie. Qualcosa del soggetto viene trascinato fuori dal proprio assetto originario per entrare nell’orbita dell’altro. L’attrazione porta con sé anche un’inquietudine: quella di sentirsi fatalmente spostati dalla propria traiettoria da una forza che attrae, modifica e destabilizza.
E se l’attrazione implica una forza che avvicina, il suo opposto, la repulsione, non le è mai del tutto estraneo: come in fisica, anche nei legami umani attrazione e repulsione sembrano coesistere in una tensione continua.
Penso che l’attrazione non riguardi soltanto l’innamoramento o il desiderio corporeo, ma una forza psichica più ampia, capace di organizzare campi emotivi, identificazioni reciproche, dipendenze e movimenti inconsci.
Alcuni sviluppi recenti della psicoanalisi hanno proposto di pensare le relazioni come qualcosa di più della semplice interazione tra individui. La teoria del campo (Baranger, Corrao, Ferro, fino agli sviluppi più recenti) descrive la nascita di una realtà condivisa, generata dall’incontro, che influenza e trasforma tutti coloro che vi partecipano. In questa prospettiva emozioni, fantasie, immagini e stati mentali non appartengono più esclusivamente a uno o all’altro soggetto, ma circolano all’interno di una configurazione comune. Il campo non è una struttura fissa: è aperto, mobile, insaturo. Si organizza attorno alle emozioni che emergono nell’incontro e si manifesta attraverso atmosfere, silenzi, rêverie, immagini improvvise, movimenti del corpo e del pensiero. Alcuni autori lo hanno descritto come un luogo attraversato da continue turbolenze emotive, nel quale prende forma ciò che fino a quel momento non era ancora pensabile o rappresentabile.
L’attrazione non appare allora soltanto come una caratteristica dei soggetti, ma come una proprietà del campo stesso.
Non qualcosa che appartiene esclusivamente all’uno o all’altro partner, ma una forza che emerge dal gioco relazionale e finisce per orientare emozioni, fantasie e comportamenti. Si producono avvicinamenti, allontanamenti, collisioni e configurazioni relazionali che non appartengono interamente a nessuno dei partecipanti. Judith Pickering, nel lavoro psicoanalitico con le coppie, descrive le interlocking traumatic scenes: scene traumatiche complementari e reciprocamente incastrate che tendono a riattivarsi nel campo relazionale coinvolgendo inevitabilmente anche il terapeuta.
In Fugit Amor Rodin non scolpisce la quiete dell’unione amorosa, ma una forza instabile che avvicina e insieme destabilizza i corpi. Il vero protagonista non è l’abbraccio degli amanti, ma la tensione invisibile che li tiene simultaneamente uniti e separati. I corpi non si incontrano mai davvero in una posizione stabile: non c’è fusione, ma un movimento continuo in cui l’uomo trattiene mentre contemporaneamente scivola e la donna sembra insieme abbandonarsi e sottrarsi.
La scultura ci confronta con il corpo, con la sua capacità di custodire e insieme tradire tensioni, desideri, difese e cedimenti. Prima ancora delle parole, sono le forme, il rilievo dei tendini, della muscolatura, delle vene, le contrazioni e gli slanci trattenuti della materia a rendere visibile qualcosa che appartiene al mondo emotivo e inconscio. Il bronzo sembra trattenere un movimento interno: i corpi non rappresentano soltanto degli amanti, ma la traccia concreta di una forza che attraversa la pelle, modifica gli assetti e imprime nel visibile ciò che nel legame resta spesso informe e difficilmente dicibile.
Nel muoversi dentro questo sistema di forze i partner si sfiorano, si toccano, si allontanano per poi ricongiungersi e distanziarsi nuovamente, con intensità differenti. Talvolta il movimento assume la forma quasi impercettibile di una danza reciproca; altre volte diventa scontro, frattura o improvvisa espulsione dell’altro. Penso che anche ciò che la psicoanalisi della coppia ha chiamato collusione custodisca qualcosa di questa continua collisione di bisogni, desideri, paure e spinte inconsce che tengono i soggetti simultaneamente vicini e separati.
Rodin testimonia come nell’attrazione vi sia sempre qualcosa di perturbante: non soltanto la promessa dell’incontro, ma anche il rischio della fusione, della perdita dei confini.
Anche la terapia di coppia introduce una nuova forza nel campo relazionale. Il terapeuta non osserva il sistema dall’esterno, ma viene inevitabilmente attratto e coinvolto nel campo gravitazionale della coppia a far parte di quel movimento. Questo richiede la sua disponibilità nel lasciarsi raggiungere dall’atmosfera emotiva presente nella stanza. Le correnti possono trascinarlo verso identificazioni complementari, alleanze inconsce, vissuti di esclusione, seduzione, impotenza o saturazione emotiva. Può sentirsi attratto da uno dei membri, sedotto da particolari configurazioni affettive, spinto a proteggere, comprendere, riparare o prendere posizione.
In questa prospettiva non si tratta soltanto di controtransfert. Alcuni stati emotivi, attrazioni o impasse sembrano appartenere al campo prima ancora che ai singoli partecipanti, emergendo come espressione di una realtà condivisa che coinvolge terapeuta e coppia nello stesso movimento relazionale.
Come i corpi di Rodin, il terapeuta può essere trascinato in movimenti di avvicinamento e allontanamento, attrazione e repulsione. Forse questa è la sfida del lavoro con la coppia: non respingere l’attrazione ma abitare il campo gravitazionale del legame mantenendo un assetto interno aperto, mobile e sufficientemente insaturo. Un equilibrio sempre provvisorio, continuamente ridefinito dalle forze in gioco, che consente di lasciarsi toccare dall’esperienza senza rinunciare a trasformarla in pensiero.