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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Campo 87

di Angela Gesuè
(foto in copertina di Alessandra Zanobini)

Campo 87

Campo 87, cimitero di Musocco
qui gli abbandonati.
Altri abbandonati li hanno portati qui
o qualcuno fatto di pietà e di preghiera?
Non si conoscono gli abbandonati
una terra smossa da poco li ricopre
modeste croci bianche dicono
qui sotto c’è qualcuno.
Radi fili d’erba si spingono a sfiorarli
quel tocco, una carezza che è mancata.
Un brusio sotto la terra, come un ruscello sotterraneo
mani di parole, inizia un cercarsi?

Due Immagini mi hanno spinta a scrivere questi pochi versi. La prima quella del Campo 87, una porzione di terreno del Cimitero di Musocco destinata dal sindaco Sala e dall’amministrazione comunale di Milano ad accogliere le vittime dell’epidemia di Covid 19 che, dopo un certo numero di giorni, nessuno reclama. Una sepoltura, si spera temporanea, in attesa che qualcuno possa venire a cercarli. Girovagando su internet, poi, mi sono imbattuta nelle fotografie di Hart Island, una piccola isola di fronte al Bronx, dove dal 1869 hanno avuto sede un campo di prigionia, un sanatorio, un manicomio…, fosse comuni per le vittime che nessuno riconosceva delle grandi epidemie: l’HIV negli anni ’80, Sars-Covid 19 in questo ultimo anno. In questo caso le foto mostravano come uomini con dispositivi di protezione, i reclusi di una vicina prigione, precisava il testo, seppellivano per un modestissimo compenso i reietti della città di New York allagata dalla pandemia.

 Nel 1977 Tahar Ben Jellun, uno scrittore franco magrebino, pubblica uno studio sociologico inusuale perché fatto di osservazioni non oggettivanti, ma in cui le difficoltà degli emigrati magrebini in Francia vengono descritte con una penetrazione poetica dal titolo La plus haute des solitudes (Paris, 1977) tradotto in italiano da Milvia Ed. (1988) come L’estrema solitudine.

C’è solitudine per tutti i ricoverati per la Covid 19. Vengono ricoverati da soli, il contatto con loro è pericoloso. Certo, ci sono gli infermieri, un po’ extraterrestri con i loro dispositivi di protezione, che cercano di mantenere un contatto con i parenti dei ricoverati nei reparti d’urgenza attraverso i mezzi che la tecnologia oggi ci mette a disposizione. Ma non è la stessa cosa come la presenza di qualcuno che ti è caro.  Difficile è far sentire la vicinanza mantenendo allo stesso tempo la distanza richiesta dal pericolo di contagio. Per ognuno di noi la vicinanza e la distanza hanno una storia profonda, unica e misteriosa.

C’è solitudine anche per quei familiari o amici che devono fare il lutto di questi cari da cui hanno dovuto distaccarsi così bruscamente, senza un saluto e spesso con domande cui non sarà facile darsi risposte da soli.

Ma gli abbandonati della mia poesia sono quelli per cui la solitudine è la plus haute, la più estrema. Sono persone per cui quest’esperienza c’era già prima della malattia, durante, dopo. Nessuno lì reclama. Qualcuno viene a seppellirli. Sarà a sua volta qualcuno il cui nucleo d’abbandono l’ha portato verso qualche forma di deviazione, o qualcuno capace di avvicinarsi al mistero di questa solitudine estrema, di accogliere senza sapere, rispettando tutta la profondità del loro silenzio. Come la terra che prende dentro di sé questi abbandonati. La poesia si costruisce con il proprio inconscio, diceva Franco Loi (2015), è sogno. Quello che può fare questa poesia è sognare un’accoglienza, come un ventre materno che fa rispuntare in loro mani di parole con cui ricominciare a cercarsi.

Antonelli G., (intervista a cura di), Franco Loi e la lingua, “Nuovi Argomenti”, 73, 2015.
Ben Jelloun T., (1977), L’estrema solitudine, Milvia, Torino, 1988.

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