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Centro Milanese di Psicoanalisi - Società Psicoanalitica Italiana

Cinema e psicoanalisi: ‘Lou Salomè’ dialogo con uno psicoanalista

di Giacomo Calvi

“Perché avere una mente se non per fare a modo nostro?” (Dostoevskij)

Cosa dice il film Lou Salomè ad uno psicoanalista

Potrebbe essere questo uno dei principi della protagonista del recente film

sulla sua vita, che ci fa seguire le vicende di una bimba coraggiosa al punto di rivendicare il suo diritto di arrampicarsi sugli alberi, come i fratelli, e che, raccolta dal padre dopo una caduta, riceverà da lui la promessa di un paio di scarpe. Queste non le serviranno solo a lasciare le stanze in cui dovrebbero rimanere confinate le bimbe, ma anche ad uscire dal mondo a cui appartiene, per crearsene uno proprio, come in un romanzo di formazione.

Di lì a poco l’augurio che accompagna il commiato del padre: ‘Che tu possa diventare ciò che sei’, impegno che Lou si assumerà forse avvertendolo anche come un modo di rimanere fedele non solo a se stessa ma anche al suo genitore.

(Questa frase sembra anche una predestinazione, visto sarà anche il sottotitolo di ‘Ecce homo’ di F. Nietzsche, una delle persone eccezionali che la giovane donna eccezionale sarà destinata ad incontrare)

Diventata ragazza, per diventare se stessa si rivolge alla teologia ed alla filosofia, saperi che più di altri promettono risposte alle domande fondamentali. Resiste all’assalto del precettore, cresce e prosegue i suoi studi in Europa, dove arriva ‘con la rivoluzione nel cuore’, come la descrive Musatti nell’introduzione ad una raccolta di suoi scritti.

Lou Salomè è convinta che il requisito fondamentale per la sua ricerca sia la libertà, che questa sia  possibile a patto di conservare  quell’indipendenza che una donna è destinata a perdere nel momento in cui accetta il ruolo a cui la società la consegna. Libertà ed indipendenza hanno pertanto un prezzo che lei è risoluta a pagare: la rinuncia all’eros ed alla maternità.

E’ così convinta della coerenza della sua posizione che anche chi ne è attratto si sforza di accettarla e di incontrarla esclusivamente sul piano intellettuale, apollineo, e di essere capace  di affrontare la  rinuncia che questo comporta.

Sembrerebbe che Lou non si accorga, reclamando parità,  di esercitare un dominio sui suoi ammiratori.

Questo fino all’incontro con Rilke, molto più giovane ed ‘inetto di fronte alle cose pratiche della vita’, come lo descriverà Freud.  Lou aggiungerà che ad affascinarla sia stato anche il lato femminile di Rilke. Un aspetto che le permette un rispecchiamento. A me piace  piuttosto pensare che sia stata raggiunta dalla sua poesia. Dopo che l’ascolta, infatti, si alza e se ne va come in tante altre occasioni. Questa volta però non sta respingendo un attacco: sta fuggendo da se stessa. Sarà  una breve fuga la sua. Conosce eros, e l’amore resiste sino a quando Rilke, sempre più bisognoso e spaventato dalla persecuzione di un fantasma materno colpevolizzante, non fa trapelare che il lato femmineo nasconde un bimbo, la cui presenza, alla condizione di rimanere sottaciuta, soddisfa il desiderio di maternità represso. Quando il bimbo sale sulla ribalta, si riaccende l’avversione di Lou per essa. Ci si potrebbe domandare  perché il rapporto col poeta non duri, pur soddisfacendo richieste consce ed inconsce. A mio parere Lou, sottolineando il lato femminile del suo innamorato, attua uno spostamento che smette di proteggerla quando la fa accorgere che sta diventando sempre più mamma del poeta. Seguiranno un affastellarsi di incontri erotici, sembrerebbe sempre con partners più giovani, con un avvicendamento che farebbe pensare ad una difesa maniacale. La gravidanza che ne consegue fa reagire Lou in un modo che mi sembra  andare ben oltre il desiderio di rimanere coerente ai suoi principi. Fin qui, salvo qualche scricchiolio, il comportamento della protagonista sembra poter essere seguito agevolmente su un piano, quello del conscio, dove le sue scelte sembrano coerenti e consapevoli. Forse a ciò contribuisce lo stile della regista, che avrebbe voluto girare un documentario, per cui potremmo essere tentati di spiegare l’aborto come un rifiuto estremo di diventare una ‘fattrice’.

La scelta di farsi cadere da un albero, in preda ad un’evidente alterazione, ci indica però che c’è un altro piano su cui poter seguire le vicende di Lou, una sceneggiatura per cui, se per un verso ammiriamo una ragazza per cui il futuro è tutto da scrivere, per un altro il futuro è già scritto. Lou si lascia cadere e la scena ci rimanda alla prima caduta, come se esprimesse il suo desiderio di farsi nuovamente raccogliere dal padre a cui rinnovare la promessa di fedeltà. Un tentativo disperato di ripristinare il legame col padre, in nome di un amore che non può essere agito, certo, ma che, non avendo potuto essere elaborato, ha trattenuto Lou in una posizione cristallizzata, facendola diventare una vestale prima ed una seduttrice poi. Perché tutto ciò?

La risposta non può venire né dalla teologia né dalla filosofia. C’è un altro mondo dentro di noi, popolato da fantasmi, insegna Freud in una delle serate del mercoledì a cui partecipiamo, e Lou inizia un trattamento per conoscere il suo mondo interno ed affrontare i suoi fantasmi.

Assistiamo così a una seduta (che mi sembra che condensi quanto meno una tranche d’analisi) e lì assistiamo alla rievocazione di un trauma: il precettore non si era limitato a proporsi, per quanto la cosa fosse già impropria in sé, ma aveva messo in atto un abuso, che era stato rimosso.

Perché rimosso e non ricordato, soprattutto considerando le notevoli capacità della giovane?

Definiamo trauma un evento che colpisce, con la sua energia, una struttura non sufficientemente consolidata per assorbirne l’impatto. Traumatico è il comportamento del precettore che, investito dalla sua allieva di una funzione paterna, travisa l’implicito bisogno di amare e di essere amata e tradisce la sua funzione (oltre che la povera fanciulla) che richiede la capacità di contenere e trasformare ciò che lo sollecita. Dove c’è un abuso, un genitore è assente (dice Bremman) ed il pastore, ovvero padre, si assenta e lascia il posto al suo desiderio di possesso. Questo evento colpisce una struttura, quella di una ragazza appena entrata nella pubertà, ancora esposta ai propri desideri incestuosi, brutalmente sollecitati. Lou è colpita da fuori e, di conserva, da dentro, e questo comporta che il suo desiderio e l’avversione per esso si cristallizzino. Quello che avrebbe dovuto rimanere o-sceno, viene portato violentemente in scena, e subito rimosso perché insostenibilmente doloroso. Ovvero è messo da parte non come un materiale inerte ma mai che continua ad esercitare la sua potenza influenzante: quella che il senso comune fa chiamare destino. Anzi, l’impressione che possiamo averne è che Lou sia stata a lungo attratta dalla possibilità di frequentare, affascinare, sedurre (se pur inconsapevolmente) tanti altri padri per riprodurre internamente la scena del trauma, ribadire la sua grandiosa capacità di dominare e di dominarsi e di ripetere, più e più volte, il no che la regia ci offre come la prima scena del film.

Rimane da domandarsi quale sia la peculiarità della seduta che permette alla paziente di far emergere il trauma e reinserire nella sequenza la scena mancante.

Lou, in analisi, viene accolta in un ambiente particolare: può parlare di sé, delle sue cose più intime, può lasciarsi andare alla presenza di un padre che sa che non la tradirà, che non violerà il contratto che prevede l’astinenza adottata come  scelta autentica. Così, rievocando, si commuoverà forse per la prima volta e ritroverà il suo dio personale, che l’aveva sostenuta durante l’infanzia così da farle trovare la forza per le sue scelte, per quanto avversate.

Assistiamo, dapprima, alla forza della parola che tocca, che  smuove ma non guarisce, la poesia di Rilke. Inseguito alla potenza della parola ascoltata, da Freud e, in definitiva, da se stessa.

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