COME UNA STELLA OSCURA
Il mistero del legame tra riconoscimento e terrore di non esistere.
di Silvia Lepore
“Forse un matrimonio non si vede, un po’ come quei giganteschi corpi celesti che sfuggono all’occhio umano: lo si può monitorare solo in base alla forza di gravità, all’attrazione che esercita su tutto ciò che lo circonda. Mi sembra di doverlo scrutare così, il matrimonio, con tutti i suoi fatti nascosti, le parti segrete, perché finalmente mi si riveli, lontano, ruotando come una stella oscura”.
Andrew Sean Greer. La storia di un matrimonio. Adelphi, 2008.

A Slight Difference of Opinion
Dudley Hardy (1867 – 1922)
Possiamo ancora parlare di matrimonio e amore? E possiamo parlarne senza timore di apparire anacronistici, ingenui e fuori moda? In un tempo in cui è più attuale e, purtroppo, inevitabile parlare di guerra, di violenza, e di follia la domanda mi pare urgente e necessaria. E’ il senso del progetto del Teatro Franco Parenti che Andrée Ruth Shammah quest’anno ha voluto intitolare provocatoriamente E se tornassimo a parlare d’amore?
Al cuore della psicoanalisi di coppia e famiglia c’è l’ambivalenza ineludibile e fondativa di ogni legame: da un lato il bisogno dell’altro, di sentirsi accolti e riconosciuti; dall’altro la necessità di affermare se stessi, di differenziarsi, di non perdersi nell’altro.
L’esperienza del soggetto si fonda su una condizione originaria di impotenza e vulnerabilità – l’Hilflosigkeit di Freud – che rimarca l’imprescindibile necessità dell’intervento dell’altro per sostenere e significare l’esistenza.
Ogni legame affettivo profondo oscilla quindi tra queste due correnti sotterranee: da un lato una spinta difensiva che cerca di annullare l’alterità e l’estraneità dell’altro per placare l’angoscia della dipendenza, il terrore del legame; dall’altro, una tensione drammatica ma altrettanto creativa che nasce proprio dall’incontro con ciò che nell’altro è irriducibilmente diverso.
In molte terapie di coppia risuona la stessa frase, dolorosa e disarmante: “Non so più chi sei. E tu non sai chi sono io. Eppure non possiamo fare a meno l’uno dell’altra”. Parole che condensano l’ambivalenza del legame tra due persone smarrite che, pur non riconoscendosi più, continuano a essere attratti da una forza oscura, irrinunciabile, quasi gravitazionale.
Un gigantesco corpo celeste che sfugge all’occhio umano è la metafora con cui lo scrittore americano Andrew Sean Greer descrive il matrimonio nella frase in esergo, tratta da Storia di un matrimonio, romanzo che racconta le vicende di un legame nella San Francisco degli anni Cinquanta, esplorando con delicatezza e profondità i segreti, le illusioni e le tensioni nascoste di un rapporto apparentemente tranquillo.
Il matrimonio, il vincolo, come suggerisce Greer, appare allora come una stella oscura: invisibile nella sua sostanza ma riconoscibile attraverso l’attrazione che esercita.
In questa prospettiva, la coppia non è solo la somma di due soggettività, ma un terzo spazio psichico: un campo inconscio condiviso, co-creato dai due partner, dinamico, in continua trasformazione. E’ in questo spazio che si insediano le zone d’ombra del legame, i suoi non detti, i segreti, i vissuti traumatici.
Lo psicoanalista René Käes ha definito patto denegativo questa zona d’ombra creata da un accordo inconscio nella coppia, che ha la funzione di proteggere il legame da contenuti psichici dolorosi, insopportabili o traumatici, negandone una parte della verità psicologica per proteggere la coesione e mantenere una stabilità emotiva nella coppia. Non è necessariamente patologico: dipende da quanto è flessibile o, invece, rigido. Può proteggere temporaneamente da un dolore non ancora rappresentabile per poi aprirsi a un’elaborazione condivisa. Ma può anche cristallizzarsi in una zona difensiva rigida, impenetrabile: una corazza invisibile che protegge dalla verità ma al tempo stesso anche dalla trasformazione.
In questi casi, il patto diventa un’armatura difensiva del legame che inibisce ogni processo di crescita della coppia e lascia il campo a sintomi individuali e/o relazionali. Questi contenuti traumatici non simbolizzati si accumulano, trasmettendosi di generazione in generazione senza poter essere pensati né trasformati.
E’ una zona di silenzio che mantiene il soggetto del legame estraneo alla propria storia e alla storia dell’altro.
In ambito clinico, la rottura di questa struttura difensiva può far riemergere contenuti psichici dolorosi precedentemente negati, come lutti non elaborati o traumi condivisi. Ciò può causare una crisi profonda nella coppia, ma anche offrire l’opportunità di ristrutturare il legame su basi più autentiche e consapevoli, poiché non è l’emergere della verità che distrugge il legame ma l’impossibilità di significarla.
Quando alla rottura segue una richiesta di aiuto, è possibile aprire uno spazio di elaborazione per condurre a una trasformazione più autentica e vitale se i partner riescono a tollerare la verità emotiva che emerge da essa. In caso contrario la negazione si cronicizza e diventa mortifera: la coppia resta paralizzata da una complicità inconscia che unisce nella rinuncia alla spinta vitale. E’ come se due vite si accordassero per non essere vissute, una forma di sopravvivenza che esclude la vitalità, intesa come esperienza piena, sentita, pensata.
In questi casi la psicoanalisi può offrire spazi di rappresentazione, luoghi di pensiero in cui la parola, il gesto, la presenza fisica dell’altro possono aprire l’orizzonte al cambiamento, alla possibilità di vivere e non solo sopravvivere.
E come ho iniziato, voglio concludere tornando allo scrittore Andrew Sean Greer e al suo sguardo evocativo e penetrante sul legame coniugale: “Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo. Nostro marito, nostra moglie. E li conosciamo davvero, anzi a volte siamo loro […]. Crediamo di conoscerli, di amarli. Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena”.
Kaes R. (2010). Le alleanze inconsce. Borla, Roma.