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Il fatto scelto

“COMME UN OISEAU DANS UN BOCAL” Lou Loubie 2023 ed. Delcourt – di Caterina Meotti

“COMME UN OISEAU DANS UN BOCAL”
Lou Loubie 2023 ed. Delcourt
di Caterina Meotti

 

Ci sono bambini e adolescenti che arrivano prima, ma non nel senso lineare del termine. Avvicinano rapidamente configurazioni complesse con uno sguardo già capace di mettere a fuoco, ma senza ancora una distanza sufficiente per reggere ciò che colgono. Plusdotati, gifted, ad alto potenziale intellettivo: le definizioni sono numerose, ma non sempre è chiara la natura della loro specificità.

La graphic novel Comme un oiseau dans un bocal (Come un uccello dentro un vaso di vetro) – scritta da Lou Loubie nel 2023, purtroppo non ancora tradotta in italiano – consente al lettore di entrare in questo universo che riguarda statisticamente poco più del due per cento della popolazione.

Oggi la tematica della giftedness gode di una certa notorietà, ma basta avvicinare uno di questi ragazzi – seguirlo tra i banchi di scuola, nelle relazioni con i pari, nel particolare modo di ragionare – per comprendere che quello che dall’esterno può apparire come un dono, ossia un’intelligenza decisamente sopra la media, comporta una peculiarità nel modo di ragionare e nel rapportarsi al mondo esterno e interno che può anche essere fonte di malesseri intensi.

L’immagine dell’uccello chiuso in un contenitore trasparente, che da’ il titolo al libro, non è solo una metafora potente: una creatura fatta per il movimento, per l’aria, per l’apertura, che si ritrova dentro un limite improprio, neppure una voliera, ma una boccia di vetro che soffoca e non nasconde nulla. Il mondo è visibile, chiarissimo, e tuttavia separato da una sottile impossibilità di contatto.

È in questo scarto che si colloca l’esperienza di molti adolescenti con plusdotazione intellettiva.

In loro, il “bocal” non è imposto dall’esterno: prende forma dall’interno, e spesso coincide con il pensiero stesso. Un pensiero rapido, acuto, capace di connessioni precoci, che però non si limita a conoscere: assorbe velocemente e in modo talvolta incontrollabile e poi filtra, organizza, trattiene. È uno strumento potentissimo, ma anche una membrana. Permette di vedere tutto, ma rende più difficile attraversare ciò che si vede e non è mai neutro. È già impregnato di affetto, ma un affetto che fatica a circolare. Così diventa qualcosa che organizza, interpreta, anticipa — e contemporanemente isola.

Insieme al bisogno di fuoriuscire dal bocal convive la paura di ciò che accadrebbe se esso si rompesse: il desiderio di relazioni autentiche e profonde si scontra con il timore che l’altro non regga l’intensità delle aspettative e delle emozioni che essi sperimentano quotidianamente.

Nella graphic novel di Lou Loubie, dove ogni personaggio ha la sembianza di un animale, i due protagonisti sono uno un uccello nero (Birdo), apparentemente compatto e privo di sfumature, l’altra un piccolo pesce rinchiuso in una boccia (Raya). Entrambi diversi, non solo l’uno dall’altro, ma in quanto separati dalla moltitudine dalle proprie capacità cognitive sopra la norma, vivono le difficoltà connesse alla propria condizione. Sebbene conducano una vita normale – lui lavora come chef, lei nella biglietteria di un cinema – avvertono le criticità tipiche di questi ragazzi e non appena si incontrano si riconoscono. Vivono due condizioni in parte differenti: lui ha affrontato un iter valutativo che ne ha certificato le capacità, lei non l’ha completato e presenta un quadro disomogeneo solo parzialmente leggibile come plusdotazione. Pagina dopo pagina, nei dialoghi insaturi tra i due protagonisti, così come nelle loro reticenze fragili, vediamo dispiegarsi lo spettro di possibili configurazioni che raccoglie gli individui cosiddetti ad alto potenziale intellettivo e le loro caratteristiche: alcuni più compatti ed efficienti, altri più dispersivi e vibratili, tutti accomunati però dalla profonda intensità relazionale, dalla variabilità emozionale e dalla rapidità di pensiero che li contraddistingue.

La graphic novel, dove non mancano inserti didascalici ben riusciti, è particolarmente toccante proprio nel restituire l’incedere cauto di Birdo e Raya, le loro difficoltà, l’emozione di trovarsi, riconoscersi e comprendersi a vicenda. Lo fa nei vuoti tra le vignette, nelle sospensioni, nella densità irregolare delle immagini. C’è qualcosa, nel ritmo del racconto, che somiglia al funzionamento interno di questi ragazzi: momenti di saturazione percettiva alternati a rarefazioni improvvise, come se la coscienza dovesse continuamente regolare quanto può permettersi di sentire. Perché il punto non è solo pensare troppo. È sentire troppo e troppo presto.

Emerge, infatti, una delle tensioni centrali della plusdotazione in adolescenza: il disallineamento. Il pensiero si spinge verso questioni complesse — il limite, la perdita, l’infinito, il senso — mentre la sfera emotiva non ha ancora strumenti sufficienti per contenerle. Non si tratta di immaturità ma di asincronia, come se dentro lo stesso soggetto convivessero età diverse, ognuna con il proprio linguaggio. Il risultato è spesso una forma di iperconsapevolezza solitaria e dolorosa, traballante perché spesso non viene ben decodificata neppure dall’esterno. Birdo e Raya vengono riconosciuti e aiutati dai propri genitori, ma questo non basta: ci sono gli insegnanti, gli amici, il contesto sociale allargato che talora non sembrano saper leggere i loro bisogni.

In questo scenario il pensiero può diventare una difesa raffinata, non nel senso di un rifiuto del mondo, ma di una sua continua traduzione. Comprendere per non essere travolti. Analizzare per non restare esposti. Il rischio, però, è che l’esperienza venga sostituita dalla sua elaborazione: che la vita venga osservata con precisione, ma abitata con cautela.

Il “bocal”, allora, si ispessisce, come capita a Birdo che, così nero e imperscrutabile, nasconde le proprie ferite dietro un iperadattamento faticoso.

Il nero di Birdo, così come la boccia di vetro di Raya, non sono solo metafore di questa separatezza, ma diventano un dispositivo di regolazione interna che protegge dall’eccesso, ma al tempo stesso limita l’incontro. Gli altri restano visibili, spesso intellegibili, ma difficilmente raggiungibili nella loro imprevedibilità. E così si crea una solitudine peculiare, che non dipende dall’assenza di relazioni, ma dalla difficoltà di risonanza.

La graphic novel intercetta con delicatezza questa ambivalenza: il desiderio intenso di uscire — di incontrare, di essere riconosciuti — e insieme la paura di ciò che accadrebbe senza quel filtro. Perché fuori non c’è solo apertura, ma anche fraintendimento, semplificazione, perdita di complessità.

Molti adolescenti ad alto potenziale conoscono bene questa oscillazione. Alcuni scelgono di adattarsi, di ridurre la propria intensità per entrare più facilmente nel mondo degli altri. Altri fanno il movimento opposto: si ritirano in uno spazio interno ricco, coerente, ma poco condiviso. In entrambi i casi, il prezzo è alto: o si perde qualcosa di sé, o si perde qualcosa dell’incontro.

C’è poi un’altra dimensione, più silenziosa ma altrettanto presente: quella delle possibilità. Quando il pensiero apre molte strade contemporaneamente, scegliere diventa complesso. Non per indecisione superficiale, ma perché ogni direzione esclusa continua a esistere mentalmente. La rinuncia non è un gesto semplice: è una sottrazione dolorosa.

Anche qui, il pensiero protegge ma può altrettanto bloccare.

Eppure, sotto questi movimenti difensivi, il bisogno resta intatto. Forse persino amplificato. Il bisogno di un luogo in cui non sia necessario semplificarsi, né spiegarsi continuamente. Un luogo in cui il pensiero possa rallentare senza perdere dignità, e l’emozione possa emergere senza diventare ingestibile.

La forza di Comme un oiseau dans un bocal sta proprio nel non tradire questo bisogno. Non offre soluzioni, non forza aperture. Rimane accanto alla sospensione, la rispetta. E in questo rispetto lascia emergere qualcosa di molto preciso: una malinconia precoce, fatta non tanto di tristezza quanto di consapevolezza. La consapevolezza che vedere non basta per essere visti, e che la trasparenza non garantisce l’incontro.

La questione non è certamente quella di rompere il vetro: sarebbe un gesto violento. E ignorarlo significherebbe negare la funzione che ha avuto. Il lavoro è un altro: renderlo progressivamente più sottile e meno necessario. Questo implica la necessità di creare condizioni — relazionali, educative, affettive — in cui il pensiero non debba sempre difendere, ma possa anche appoggiarsi, in cui l’intensità non venga ridotta ma contenuta senza essere spenta, in cui la complessità possa esistere senza trasformarsi in isolamento. La loro differenza non deve essere esibita né nascosta, ma può essere abitata e sono proprio le relazioni – familiari, educative e terapeutiche – ad offrire uno spazio ove dare forma a questa particolare specificità grazie a momenti, rari ma decisivi, in cui il vetro non si infrange, ma si apre, anche solo per poco.

Forse la vera sfida non è come “gestire” la plusdotazione, ma come darle forma, come trasformare l’eccesso — di pensiero, di sensibilità, di possibilità — in qualcosa che non schiacci, ma apra.

Crescere, per questi adolescenti, significa imparare che non tutto deve essere capito subito, che non tutto deve essere perfetto, che non tutto deve essere detto in modo definitivo, ma soprattutto che si può esistere anche senza pensare che il proprio compito sia sapere di più degli altri. E per chi è abituato a vivere trattenendo il respiro, a volte, basta questo: un’apertura minima, un passaggio d’aria. Non ancora un volo pieno, forse. Ma già qualcosa che gli somiglia.